Borghi

Passeggiata a Navelli

Vivere in Abruzzo vuol dire poter scegliere su due piedi tra mare e montagna, e con massimo un’ora scendi e sali dall’una all’altra, trovandoti di fonte a panorami assolutamente diversi tra loro. Capita a Navelli, borgo basso-medievale del territorio aquilano, noto in tutta Italia per il suo prezioso zafferano. In un sabato pomeriggio, che non è dei climi migliori, Navelli ci accoglie col suo colorito rosato, stagliandosi maestosa contro un cielo bianchissimo.

Come tutti i paesi abruzzesi, anche questo scrigno di pietra e malta è fatto a scale: una pressoché infinita varietà di gradini che si avvitano a ridosso del colle, conducendo il visitatore fin sulla cima, da dove è possibile ammirare tutta la Piana sottostante.

C’è una calma quasi irreale, tipica di tutti quei borghi dell’interno che, un po’ per la lontananza dalle grandi città, un po’ per le difficili conseguenze del terremoto, si sono svuotati, trasformandosi in set silenziosi, sul cui sfondo si muovono i turisti, qualche gatto e pittoresche lenzuola stese al vento ad asciugare.

Al nostro ingresso ci accoglie un cane di guardia ad una porta, e subito sui gradini appare un signore anziano. Non è sospettoso, né preoccupato: vuole solo scambiare qualche chiacchiera, e rammentare di quei tempi lontani della sua giovinezza, quando il paese – spiega – appariva ben diverso.

Tutti questi villaggi sparpagliati tra i colli in passato erano pieni di vita, di voci di bambini che correvano per le strade. Oggi ci sembra impossibile immaginarli così mentre, con rispetto quasi reverenziale, passeggiamo in silenzio tra le case, e sbirciamo all’interno tra le assi storte delle vecchie porte, che attraverso la poca luce che filtra rivelano solo macerie e oggetti dimenticati. Sono rimasti scrigni vuoti delle stalle, cornici aperte verso il cielo dove un tempo c’erano le finestre.

L’aspetto di Navelli appare però sorprendente. Oltrepassiamo una grande arcata, ed è come scivolare fuori dal nostro tempo, per riapparire ai piedi di una lunga scalinata che sembra srotolata fuori da un mondo di cent’anni fa. Tutto è immobile, tutto è quiete. È come se il tempo si fosse congelato.

«Fino a qualche decina d’anni fa qui era tutto cadente» commenta mia madre, risalendo i gradini col cavalletto sulla spalla. «Il terremoto ha creato tanti danni, ma ha portato anche qualcosa di buono».

Oggi passeggiare per Navelli è come un salto indietro. Dà una sensazione strana perché tutto è ben tenuto, pulito e sistemato, anche se in giro di abitanti se ne vedono pochi. Quella parte della cittadina è come una grande e meravigliosa scenografia offerta a chi ha voglia di riscoprire l’aspetto originario e un po’ fiabesco dei luoghi che costellano la nostra regione, luoghi ancora in bilico tra il passato e il futuro, in un presente di atmosfere forse malinconiche ma assolutamente suggestive.

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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