Ritualità

Halloween prima di Halloween: le origini, il ritorno dei morti e la “Scurnacchiera”

Halloween dicevano. Samhain, All Hallow’s Eve. Quale che sia il nome di questa celebrazione, per qualche strana ragione le sue origini ci affascinano. E affascinano anche me, dal momento che ho scelto di ricominciare da qui dopo oltre un anno di assenza dai video e dopo un anno di abbandono del mio vecchio blog.

Dunque vi racconterò di Halloween. Ma non Halloween come lo conoscete, dolcetto o scherzetto e cose simili. Vi racconterò di Halloween prima di Halloween e quel che si faceva ad Halloween quando Halloween non c’era.

Questa festa, come sicuramente saprete, deriva con molta probabilità dell’antica celebrazione celtica di Samhain, la vigilia della metà oscura dell’anno. I celti credevano che in questa notte, compresa tra il 31 ottobre e il 1° novembre, le anime dei defunti tornassero dall’aldilà e fossero in libere di vagare su questa terra.

Il calendario celtico era infatti “circolare”, come circolare era concezione antica del tempo, e sue le due feste principali, Samhain e Beltane lo dividevano in due metà, una “oscura” e uno “luminosa”. Beltane era per così dire la porta dell’emiciclo luminoso: con lei cominciava la primavera, all’incirca tra il 30 aprile e il 1° maggio; si raccoglieva il grano, nascevano i cuccioli degli animali e le giornate si allungavano. Al contrario Samhain segnava l’inizio dell’emiciclo oscuro, quello che per noi è a tutti gli effetti l’inverno, con la fine del raccolto, l’accorciarsi delle giornate, lo spogliarsi degli alberi, e le migrazioni degli uccelli. Arrivava il freddo e le notti si allungavano.

Per questo la notte compresa tra il 31 ottobre e il primo novembre era considerata magica: perché era letteralmente la “vigilia” del buio. Era una sorta di momento liminale, un’apertura tra i mondi, durante il quale i confini tra regno dei vivi e regno dei morti si assottigliavano quasi fino a scomparire. Cadevano le barriere e le anime dei defunti erano libere passare dall’altra parte. Durava una sola notte, ma… “faceva paura”.

Ecco perché il consumismo ha trasformato la notte del 31 ottobre nella notte del terrore.

Oggi con le luce elettrica, con il riscaldamento, e con i supermercati aperti 365 giorni l’anno tutte queste cose non ci fanno più veramente paura; ma immaginate come dovesse viverla un uomo di molti secoli fa: la natura stessa diventava più cupa ed inquietante, e soprattutto smetteva almeno momentaneamente di dare i suoi frutti. Arrivava il freddo, e l’inverno… all’epoca poi non c’era il surriscaldamento climatico!


Il ritorno dei morti.

A quel tempo, prima del cristianesimo, la morte non era considerata una cesura o una fine. Fondamentalmente si trattava di una sorta di cambio di sede: lo spirito del defunto dal mondo di sopra scendeva in quello di sotto, ma non per questo cessava di avere dei… bisogni. Pensate a tutte le tombe antiche, quelle degli Egizi per esempio: insieme al defunto venivano riposti tutti i suoi averi, cibo compreso. E la ragione era molto semplice: si credeva che tutto ciò servisse al defunto anche nell’aldilà.

Ma in generale secondo la visione pagana i morti dall’altra parte non se la passavano granché bene: l’aldilà era buio e morto, e vi si conduceva una vita stentata. Quindi non c’è da stupirsi che nell’idea comune la possibilità che le anime tornassero sulla terra fosse molto concreta.

Si aveva quindi davvero paura che i morti potessero tornare? Evidentemente sì, e lo si capisce dagli innumerevoli riti che prima di “dolcetto o scherzetto” già accompagnavano la notte di Halloween.


Alla tavola coi morti.

Quel che mi stupisce veramente tanto è che mia nonna lo raccontava ancora: la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre si lasciava da mangiare ai morti. Non stiamo parlando dei celti, o dei romani, o di quello che facevano nell’Antico Egitto: stiamo parlando dell’Abruzzo neanche 50 anni fa.

«Queste è pe’ landà pe’ li murte».

«Questo è da lasciare per i morti» diceva la mia bisnonna, ed si trattava di un rito molto rispettato.

Prima di andare a dormire era usanza tra le famiglie contadine lasciare del cibo sul tavolo per i defunti. Non era cibo rimediato, o cibo avanzato. La mia bisnonna nell’ultimo di ottobre preparava appositamente un uovo di pasta in più: era la pietanza dei giorni di festa, la pasta “al carratore”, o chitarra, e la faceva sia per i vivi e sia per i morti, senza dedicarla ad un caro in particolare: era per tutti loro, come un coperto simbolico. Questo pasto veniva lasciato lì per tutta la notte, con tanto di tavola apparecchiata. Era ovvio che poi al mattino la pasta si trovasse ancora lì, ma quel che contava era il gesto, e il giorno successivo nulla andava sprecato: se la rimangiavano i vivi, gatti permettendo.

Leggendo qua e là e ascoltando gli anziani parlare, ho scoperto che questa usanza non è mai scomparsa del tutto e c’è ancora chi la pratica. Fa parte del culto popolare, che non ha nulla a che vedere con la religione, o con il fatto che si creda davvero al ritorno dei morti: si fa e basta, come una cosa privata che si è tramandata per generazioni.

Ma perché il cibo?

Ricordate quando vi ho parlato dei “bisogni” dei defunti? Be’, era esattamente questo che intendevo. Anche nelle loro sedi sotterranee, si credeva che i morti avesse bisogno di nutrimento, e “sfamare” le anime con offerte di cibo era un modo per tenersele buone. Uno spirito affamato era uno spirito malefico e poteva causare problemi a tutta la comunità. Quindi prima che la notte finisse era bene che sul tavolo rimanesse almeno un bicchiere di vino e qualche briciola di pane, così che i “i tristi, i pallidi morti” (Pascoli, La tovaglia, da I canti di Castelvecchio) se ne tornassero sazi e tranquilli alle loro sedi.

L’offerta del cibo ai defunti si accompagnava spesso con offerte agli indigenti o ai bambini. Gli indigenti, come i morti, soffrivano la fame, e per la legge della “simpatia” che univa tra loro cose simili per condizione, fare offerte ai poveri era un modo indiretto per farle ai defunti, e la stessa cosa accadeva con i bambini. Quindi adesso vi è chiaro perché sia nata l’usanza di girare per le case e chiedere: dolcetto e o scherzetto?


La processione dei defunti.

Ma i morti, dopo, se ne tornavano a casa loro?

Evidentemente era così che si concludeva la notte di Halloween, o di Ognissanti, o di tutti i morti. Raccolti in cortei lunghi e silenziosi, i morti passavano per le strade e rientravano nei cimiteri. Ancora una volta non pensate ai celti, o agli antichi romani: qui in Italia, almeno fino al primo dopo guerra, si credeva che le processioni dei defunti attraversassero le strade tra le case dei vivi.

A Introdaqua, in provincia de L’Aquila, la processione del 31 ottobre aveva persino un nome: si chiamava Scurnacchiera. Diremo che è una delle tante diffuse tra l’Italia e l’estero, e sola una delle molte di questa regione, ma è quella su cui ho raccolto maggiori informazioni parlando direttamente con gli anziani del posto, i soli che ricordano, e che hanno vissuto da bambini, una cosa a cui oggi nessun bambino crederebbe più.

“Dal vecchio cimitero con la chiesa di Sant’Antonio la notte tra tutti i santi e tutti i morti, usciva la processione. Scendeva per una stradina, entrava nella Chiesa Madre e qui si fermava a battere un colpo sul portale. Tutto il paese era avvolto nel silenzio, le porte erano aperte e le finestre chiuse: nessuno poteva guardare. Si sentiva solamente i picchiare dei morti contro le porte della chiesa.”

La gente una volta si chiudeva dentro, perché aveva paura.

«Una volta si credeva a tutto» mi hanno detto le signore, loro che queste storie le hanno ascoltate dai loro nonni. «Per loro era una cosa vera».

«Mia nonna era del 1905 e l’ha raccontato a me, ma se io lo racconto ai nipoti, si mettono a ridere.»

«Mo’ ai bambini pu dice quelle che te pare, quelli vanne sopra lu cumpiuter e camine…»

«Poi noi lo abbiamo sentito dire dagli anziani, ma può essere pure che è una leggenda!»

A questi morti si lasciava del cibo, o dei sacchi di grano direttamente dentro la chiesa; si lasciava anche la legna, perché era freddo, e dopo l’esigenza di mangiare veniva quella di scaldarsi.

La Scurnacchiera attraversava il paese ordinata secondo una precisa gerarchia: aprivano la strada i bambini nati morti, «senza muovere i passi, come portate da un soffio leggero», seguivano «quelle creature decedute poco dopo il battesimo; poi quelle dei giovani e delle ragazze precocemente scomparsi; infine le ombre degli anziani e dei vecchi. Tutti con una candela in mano» (V. Monaco, Capetiempe). Altre candele si lasciavano sulle finestre e sui davanzali per illuminare la via, e anche questa usanza in un modo o nell’altro è arrivata fino a noi.


Cosa è rimasto della Scurnacchiera?

Oggi il vecchio cimitero non è più accessibile; è stato chiuso a inizio del secolo scorso e questo fatto, unito a tante altre cose – tecnologia, istruzione, tv – ha fatto sì che questa leggenda come molte altre dello stesso genere si perdesse e andasse lentamente dimenticata.

O forse no.

«Però lasciate scritto, così quelli che vengono dopo lo sanno, sennò finisce tutto.»

(Una vecchina di Introdacqua).

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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