Medioevo

La peste nera: presagi, origini e contromisure

Ne parlarono come fosse l’inizio della fine, lo sconvolgimento di tutto quel che c’era stato, di tutto quel che era conosciuto, della percezione stessa del mondo. Quando la «morte nera» giunse, in quell’Europa di settecento anni fa, nulla fu più come prima. Non ci fu posto né tempo né persone per seppellire chi se n’era andato. Chiusero le città, si svuotarono le strade. Tutti raccolti in casa, rimasero ad aspettare la fine, il placarsi di quella violenza terribile che, mai prima di allora, aveva conosciuto eguali.



La «morte nera», come l’avrebbe poi soprannominata la storia, giunse probabilmente via mare, nella stiva di una nave proveniente da Caffa. Il primo approdo fu sulle coste italiane ed a portarla, quasi come un viaggiatore clandestino, furono le pulci dei topi.

Ma da dove veniva la peste? E come era arrivata a Caffa?


Le origini del batterio.

Prima di essere una malattia dell’uomo, la peste era una malattia dei roditori. Il bacillo portatore, un parassita che vive nel sangue dei topi, fu isolato solo nel 1894 da Alexander Yersin, da cui prese il nome Yersinia Pestis. Sono le pulci che, succhiando il sangue infetto dei roditori, assorbono il bacillo e diventano in questo modo il tramite per l’infezione. In un mondo come quello medievale caratterizzato da scarsissima igiene, con persone ed animali che vivevano a strettissimo contatto, fu davvero facile per questo batterio passare dai roditori all’uomo.

Credit:Ê Rocky Mountain Laboratories, NIAID, NIH Scanning electron micrograph depicting a mass of Yersinia pestis bacteria (the cause of bubonic plague) in the foregut of the flea vector

Epidemie di peste in realtà erano sempre esistite e a più riprese questa malattia tornò a flagellare l’umanità anche dopo il Trecento. La prima ondata di peste che conosciamo sconvolse Atene nel 431 a. C. Ne seguì una seconda a Roma nel II secolo d. C., e una terza nel 541, circa ottocento anni prima della Peste Nera.


L’arrivo della malattia.

Dopo il 541, l’Europa visse a riparo dalla peste bubbonica per molti anni. La sua esistenza covava però in silenzio in un luogo lontano, ai piedi dell’Himalaya, tra l’India e la Cina, dove il bacillo aveva trovato condizione climatiche e biologiche ideali per impiantarsi. Fu qui che gli uomini lo raccolsero, portandolo dapprima in Cina, dove la peste è attestata già nel 1331 e poi, quindici anni più tardi, a Caffa, nella penisola di Crimea.

La trasmissione avvenne a causa dell’espansione mongola, iniziata già più di un secolo prima con Gengis Khan: il grande Impero si estese dall’Asia all’Europa Orientale, aprendo le vie di comunicazione e facilitando in questo modo lo scambio commerciale. Fu così che la peste si mosse: nel 1346, a Caffa, che era al tempo un’importante colonia genovese, il contagio raggiunge i tartari che assediavano la città. Secondo una fonte del tempo, scritta da Gabriele de’ Mussi, una nuova malattia stava facendo strage tra le fila dei nemici che morivano in gran numero e che cominciarono a smaltire i corpi catapultandoli dentro le mura della città assediata.

Si potrebbe quindi pensare che il contagio sia avvenuto proprio a in questo modo. Da Caffa, le navi salpate per rientrare a Genova, esportarono la malattia in tutto il mediterraneo, raggiungendo nel 1347 Marsiglia, Spalato e Ragusa. L’anno seguente la peste dilagò a velocità impressionante in nord Africa, in Francia, Spagna, Germania e Inghilterra, e poi in Danimarca e verso la Scandinavia. Seguì insomma una linea geografica che ricorda in modo inquietante quella che il Coronavirus sta prendendo in queste settimane. Di certo la ragione di ciò è legata alla posizione strategia della penisola italiana, posta al centro del commercio mediterraneo ed europeo, in un tempo in cui la navigazione era un mezzo di trasporto privilegiato.


I sintomi della malattia.

La «morte nera» fu un evento così drammatico che furono in molti, al tempo, quelli che sentirono l’esigenza di raccontarla. Boccaccio, nel Proemio del Decamerone, le dedica alcune pagine, spiegandone i sintomi in modo dettagliato.

La sua prima manifestazione era una serie di escrescenze cutanee, i bubboni, che nascevano in prossimità delle ascelle e della zona inguinale. «Alcune crescevano come una mela, altre come un uovo» (Boccaccio) ed erano volgarmente chiamate “gavoccioli”. Tramutando in macchie nere su braccia e gambe, questi bubboni erano un «certissimo indizio di futura morte» (Boccaccio) per chiunque li presentasse. Non c’erano cure e pochissimi ne guarivano; la maggior parte degli ammalati moriva entro il terzo giorno. Non soltanto perivano i deboli, ma le persone in salute, i bambini, gli adulti, i giovani che fino a poco prima sembravano in perfetta forma.

Il contagio avveniva in un modo incomprensibile per l’epoca, ma pur mancando le conoscenze scientifiche, ci si rese presto conto che lo stare insieme era un modo per passarsi la malattia: era sufficiente parlare con un contagiato o toccare i suoi oggetti, i suoi panni per contrarre il batterio.


Le cause e le cure.

Per la peste non c’erano rimedi: la medicina del tempo non aveva strumenti né per spiegare né per debellare la malattia. Esistevano però teorie che cercavano di motivarne l’esistenza, partendo dalle idee di Galeno ed Ippocrate che, già in passato, avevano interpretato le pestilenze come malattie dell’aria trasmesse all’uomo.

Un sillogismo molto comune affermava che, poiché la peste fosse la malattia più diffusa, anche la sua causa doveva esserlo, e dal momento che l’aria era l’elemento più diffuso, era anche la principale ragione del contagio. Si credeva che il morbo passasse dagli occhi del malato a quelli dei presenti, infettandoli in modo irrimediabile.

Le sole cure possibili erano i salassi, una dieta rigida e la cauterizzazione dei bubboni che, naturalmente, avevano ben pochi effetti. Si raccomandava ai malati di stare in casa, avvolti in nubi di incenso ed erbe aromatiche, nel più assoluto riposo: l’esercizio fisico era sconsigliato perché dilatava i pori e faceva respirare troppa aria, aggravando il rischio del contagio.

Si usava uscire recando fiori ed erbe odorifere, non soltanto per allontanare la malattia, ma per coprire l’odore sgradevole dei corpi e delle affezioni. Erbe come la lavanda, l’aglio e la menta si portavano addosso come deterrenti e cominciarono a diffondersi rudimentali maschere protettive per la visita agli ammalati. Queste maschere avevano una forma a becco e contenevano, proprio all’interno di quest’ultimo, piante aromatiche, spugne imbevute di aceto, e paglia, che agivano da filtro. I medici le indossavano, servendosi anche di bastoni per sfilare le vesti agli appestati ed evitando così il contatto diretto con gli infetti.


I presagi della peste.

Quando la peste dilagò, in molti affermarono di aver scorto segni premonitori nel cielo, come stelle comete o ingenti grandinate. Non era del resto una novità che le grandi sciagure venissero anticipate da presagi celesti e ciò era dovuto ad un’altra credenza molta comune: che la grande peste fosse una punizione divina e il risultato di funeste influenze astrali.

Si disse al tempo che una congiunzione di tre grandi corpi superiori, Saturno, Giove e Marte, verificatasi nel 1345, avesse provocato l’insorgere dell’epidemia, attraendo come un grande magnete tutti gli umori velenosi del corpo e provocando così ascessi e febbri. Studiosi e medici del Trecento sposarono questa teoria, affermando che vapori maligni, scaturiti dall’allineamento degli astri, avessero corrotto l’aria, ed era sufficiente respirarla per mandare in putrefazione i polmoni. I dotti dichiararono la loro impotenza e si rimisero direttamente alla volontà di Dio.

Così i santi sostituirono i medici, ed era a loro che l’umanità disperata si aggrappava, chiedendo una grazia ed una redenzione. San Rocco e San Sebastiano furono i santi più invocati: il primo per essere probabilmente morto a causa della pestilenza (e tuttora rappresentato con un bubbone sulla gamba e il cane che cerca di lenirlo), il secondo perché trafitto da innumerevoli frecce che, nell’idea medievale, rappresentavano la malattia.


Le contromisure per la peste.

Alcune città emanarono editti contro la diffusione del contagio che ricordano sin troppo da vicino le contromisure prese oggi in tutto il mondo. A Pistoia, nel 1348, si stabilì che nessun cittadino potesse uscire e che nessuno, dal contado o dalle città vicine, potesse entrare. Era consentito recarsi a Pisa e a Lucca solo sotto autorizzazione del consiglio e per nessuna ragione si potevano portare in città panni usati provenienti dall’esterno. Fu vietato lo spostamento dei corpi fuori e dentro la città e il loro abbandono lungo le strade: le vittime dovevano essere riposte in casse coperte e sepolte in fosse profonde. Furono vietati i funerali e qualunque assembramento di persone, soprattutto a casa degli ammalati.

Dal momento che la peste si diffuse inizialmente nelle città, moltissimi furono quelli che abbandonarono le case per spostarsi nelle campagne o nei villaggi, con il risultato che il contagio si allargò infettando ed annientando in poco tempo intere comunità. I ricchi e i nobili si raccolsero in isolamento in ville di campagna, ma non per questo riuscirono a salvarsi. Probabilmente tutte le famiglie dell’epoca in tutti gli stati d’Europa subirono lutti e molte furono quelle completamente cancellate dalla pandemia.

La peste cambiò il modo in cui le persone si relazionavano e la percezione che si aveva della morte. Molti infetti morirono soli, abbandonati dai parenti o relegati in casa. Non soltanto si smise di piangere per la morte di qualcuno, ma il trapasso in troppe occasioni avvenne in solitudine, in silenzio e nell’abbandono.


«Alla moltitudine dei corpi mostrata […] non bastando la terra sacra alle sepolture […] si facevano per gli cimiteri delle chiese, poiché ogni parte era piena, fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravvegnenti; e in quelle stivati, come si mettono le mercantie nelle navi […]».

Boccaccio, Decameron.

La caccia all’untore.

Non mancò durante la peste del Trecento una esasperata ricerca del responsabile della collera divina. Si diffusero assurde modalità di redenzione, come quella dei flagellanti: gruppi di religiosi esaltati che giravano di città in città, sottoponendosi a penitenze durissime. Coperti da un cappuccio e con una croce sulle spalle, attraversavano le strade cantando salmi e preghiere, poi, giunti nelle piazze principali, tra l’entusiasmo della folla, si facevano frustare a sangue.

Molto spesso ad esibizioni di questo tipo si univano veri e propri pogrom contro gli Ebrei, che furono per tutto il medioevo gli esclusi e i diversi della società, accusati di aver crocifisso Cristo, di praticare culti eretici e di esercitare attività odiose per la comunità come il prestito ad interesse. Si diceva che gli Ebrei avvelenassero i pozzi e per questo furono messi a morte. Con loro si condannarono i lebbrosi, che da sempre apparivano come una minaccia e un simbolo del peccato. Il popolino, accecato dalla paura, finì per farsi giustizia da sé, appiccando il fuoco alle case e massacrando i presunti untori.


La rappresentazione della peste.  

Anche in un mondo come quello medievale, più abituato nel nostro a convivere con la morte e con la violenza, la peste rappresentò un trauma incolmabile. La morte, annidata in ogni angolo, dovette trasfigurare la realtà, presentandola come un’Apocalisse e, forse, per esorcizzarne la paura si diffuse l’esigenza di ritrarla così come l’umanità del tempo la percepiva: come un essere dalle sembianze scheletriche, a cavallo, ed armata di una grande falce, che abbatteva vecchi e bambini, ricchi e poveri, laici ed ecclesiastici.

Si diffusero il motivo della morte trionfante e l’iconografia della Danza Macabra: un lugubre girotondo di scheletri e persone di ogni classe ed età, uniti insieme davanti al sopraggiungere di una morte che non sembrava più “veicolata” da Dio, ma cieca e spietata, incontrollabile e livellatrice. Nessuna società più fu così ossessionata dalla morte come quella Tre-Quattrocentesca.


Fonti:

Boccaccio, Decameron, Proemio.

B. De Corradi, A. Giardina, B. Gregori, Profili di storia antica e moderna, vol. D.

V. Beozio-Brocchieri, La memoria e il tempo, Dal Basso Medioevo all’Età Contemporanea.

https://wwwnc.cdc.gov/eid/article/8/9/01-0536_article

https://it.wikipedia.org/wiki/Abito_del_medico_della_peste#cite_note-Pommer-1

https://it.wikipedia.org/wiki/Danza_macabra

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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