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Tre storie di vampiri nell’antica Grecia: i primi vampiri della storia?

La storia che voglio raccontarvi oggi inizia molti secoli addietro, prima di Dracula, prima dell’Europa medievale, prima di tutte le storie di vampiri che conoscete. Non intendo infatti parlarvi dei vampiri “famosi”, quelli che tutti associamo a foreste oscure, a castelli abbandonati o a villaggi lugubri; ma di tre figure inquietanti che, secondo alcuni, possono essere interpretate come le prime rappresentazioni di vampiri di cui siamo a conoscenza.



La leggenda del vampiro, un essere soprannaturale in grado di sopravvivere alla morte, di cibarsi di sangue umano e di conservare il proprio corpo nonostante il trapasso, iniziò a circolare con l’annessione nell’Impero Asburgico dei territori est-europei. Nel Settecento l’imperatrice Maria Teresa promosse un’imponente indagine in questi luoghi per indagare il fenomeno e così il vampiro entrò nell’immaginario collettivo, diventando un vero protagonista del secolo successivo con la pubblicazione del romanzo Dracula di Bram Stoker.

Ma molto prima di questa data casi di “vampirismo” sono attestati in territori che a noi oggi sembrano del tutto improbabili: lungo le coste del mediterraneo e in particolare in Grecia, dove più di un viaggiatore, già a partire dal Cinquecento, raccontò di aver assistito ad isterie di massa legate proprio al vampirismo.

Fu uno di questi viaggiatori, François Richard, un gesuita vissuto nel Seicento, ad azzardare per primo un parallelismo tra una di queste vicende e la leggenda antichissima di Filinnio, una sposa morta giovane che per qualche misteriosa ragione poté risorgere dalla tomba.


La favola di Filinnio e Macate.

Nell’antica città di Anfipoli viveva Filinnio, figlia di Demostrato e Carite. La fanciulla andò in sposa ad un uomo di nome Cratero, ma morì subito dopo il matrimonio, forse proprio durante la prima notte di nozze.

Sei mesi più tardi un giovane di nome Macate giunse come ospite nella casa che era stata di Filinnio. Macate non era a conoscenza della morte della ragazza e quando lei si presentò da lui quella stessa notte, non sospettò di aver a che fare con una donna defunta da mesi. Lei raccontò di essersi introdotta nella sua stanza all’insaputa dei genitori, e i due trascorsero insieme una notte di passione. Filinnio gli donò un anello d’oro e il giovane le diede una coppa dorata e un anello di fello. Ma non appena il sole sorse, la ragazza se ne andò e per tutto il giorno successivo Macate non rivelò a nessuno del loro incontro.

La seconda notte Filinnio tornò. Mentre i due erano in camera insieme, la nutrice, passando dinanzi alla porta socchiusa, sentì parlare; si accostò con un lume per guardare all’interno e alla luce della fiamma scorse una visione spaventosa: quella ragazza che era morta da tempo, era ora lì in carne ed ossa, come non se ne fosse mai andata.

Sconvolta, la nutrice corse a cercare i genitori della giovane e a gridare che lei era là, nella foresteria, e che loro dovevano correre a guardare con i loro stessi occhi. Ma quando venne il mattino, com’era già accaduto, Filinnio svanì.

I genitori della ragazza interrogarono allora Macate e gli rivelarono la morte della ragazza, della quale lui fu colpito e stupito: Filinnio era viva e appassionata, si era introdotta da lui due volte, puntuale. Raccontò che avesse persino mangiato e bevuto con lui, e per confermare le sue parole mostrò ai genitori l’anello dorato e la fascia pettorale che lei aveva lasciato prima di andar via. I genitori riconobbero questi oggetti ed ipotizzarono che qualcuno li avesse trafugati dal sepolcro di Filinnio. Così, di comune accordo con Macate, organizzarono di incontrare la giovane misteriosa nella notte successiva.

Al calar delle tenebre, Filinnio si ripresentò per la terza volta, ma in questa occasione Macate mandò a chiamare i suoi genitori, che subito apparvero sulla porta e la riconobbero, viva e vegeta. La madre fece per abbracciarla, tuttavia lei la fermò, rivolgendole queste misteriose parole: «Madre e padre, come siete stati ingiusti a negarmi di stare per tre giorni con l’ospite nella casa paterna senza che facessi nulla di male! Per questo, voi sconterete la vostra invadenza con un nuovo lutto, ed io tornerò al luogo che mi è stato assegnato, giacché non sono giunta qua senza la volontà degli dei». E così cadde a terra morta.

La voce dell’accaduto si sparse in fretta nella città; il sepolcro venne aperto e benché gli altri corpi fossero decomposti o ridotti in scheletri, quello di Filinnio era assente e al suo posto vennero ritrovate soltanto la coppa e l’anello di ferro che era stato di Macate. La sola possibile soluzione, suggerita da un famoso indovino del posto, fu quella di bruciare il corpo della ragazza non appena fosse stato ritrovato. Per il dolore e l’orrore di ciò che era accaduto, Macate si suicidò.


Filinnio era una vampira?

Se consideriamo alcuni elementi particolari ci verrebbe da pensare che Filinnio fosse un’antica vrykòlakas, una vampira delle credenze greche: nonostante la morte è in grado di tornare conservando il proprio corpo, e non è quindi un fantasma; compare misteriosamente dopo il tramonto, scomparendo all’alba; il suo corpo mortale non è nel sepolcro e il solo modo per liberarsi della sua presenza è ridurla in cenere.

Mancano però alcuni elementi estremamente tipici del vampiro, come il fatto di cibarsi del sangue umano. Anche se, benché diventato famosissimo, questo aspetto non è sempre descritto nelle cronache del passato: molti vampiri, soprattutto nella tradizione greca, si limitavano a disturbare o provocare danni alle comunità, ma non a suggere il sangue agli umani. Nell’idea comune poi il vampiro non mangia e non beve, cosa che invece Filinnio fa; e non si tratta nel complesso di un personaggio negativo: non è infatti animato da malvage intenzioni o da volontà omicide.

La frase che la protagonista pronuncia prima di morire è inoltre estremamente misteriosa. Sembrerebbe far pensare che il suo ritorno tra i vivi sia dovuto alle divinità, che potrebbero averle concesso del tempo per riscattarla di una morte prematura. L’intromissione dei genitori interrompe però questo prodigio, come accade anche in altri miti greci, come ad esempio quello di Orfeo ed Euridice. È tipico della mitologia, ma anche delle fiabe, che i protagonisti debbano attuare determinate azioni prima di ottenere un favore definitivo dalle divinità, e nei miti greci quasi mai ci riescono.

Purtroppo però si possono solo fare congetture, perché la verità è che parte di questa storia è stata solo ipotizzata sulla base di un riassunto antico. La “leggenda” di Filinnio era infatti contenuta in un’opera di Flegonte di Tralle (II secolo d. C.), il Libro delle meraviglie, che ci è giunta solo per metà. Nell’unico manoscritto che la tramanda manca la parte iniziale, che non siamo in grado di ricostruire nei dettagli. Cosa accadde in realtà? C’era effettivamente una parte determinante che non conosceremmo mai? Il vero e interessante mistero di questa vicenda è, a mio parere, proprio questo.

Testo originale della storia di Filinnio.

La storia di Filinnio divenne famosa sul finire del Settecento, grazie ad una ballata di Goethe dal titolo La sposa di Corinto, dove la vicenda è stata reinterpretata alla luce delle leggende dei vampiri che ormai circolavano in tutta Europa. Ma se Filinnio fosse effettivamente una proto-vampira, nella sua versione originaria, non lo sapremmo mai.


La vendetta di Achille.

La seconda storia citata da alcuni come esempio di vampirismo nella mitologia greca riguarda Achille, il famoso eroe acheo morto durante la guerra di Troia, e ci viene raccontata da Filostrato, autore greco vissuto nel III secolo d. C.

La vicenda si svolge nei pressi della città, dove un viaggiatore straniero e un vignaiolo del posto stanno dialogando; è quest’ultimo a raccontare strane storie di fantasmi, secondo le quali alcuni eroi descritti nell’Iliade sarebbero ancora tra i vivi e in grado di compiere azioni misteriose e terribili. Tra questi c’è Achille, che dopo la morte violenta avrebbe continuato a risiedere nell’isola di Leuce assieme ad Elena, con la quale si è unito. L’isola sarebbe visitabile di giorno, ma non di notte, quando l’eroe e l’eroina sono soliti banchettare al riparo dai mortali.


«Si racconta che un giorno Achille sia apparso ad un mercante che a quel tempo visitava l’isola e […] lo abbia invitato a convivio, intimandogli infine di far vela verso Ilio [Troia], donde avrebbe dovuto recargli una fanciulla troiana che, come gli rivelò, era lì schiava di un tale».

Lucio Flavio Filostrato, Heroicus.

Questa fanciulla, progenie di Ettore, era l’ultima superstite del sangue troiano (e di Priamo).


«Il mercante […] credette che Achille fosse in presa alla passione amorosa e, riscattata la ragazza, salpò nuovamente per l’isola assieme a lei. E Achille, dopo averlo salutato al suo ritorno […] gli ordinò di custodirla a bordo della nave […] e di recarsi verso sera al tempo per assidersi a banchetto insieme a lui e a Elena. Non appena giunto colà, gli fu donato molto denaro […]. E poiché s’era fatto giorno, [Achille] aggiunse: “Ora leva le ancore portando con te ciò che ti ho donato, ma lasciami la fanciulla sulla riva del mare”. Non si erano ancora allontanati di uno stadio dal lido, che giunsero a loro le grida della ragazza trucidata e fatta a brani da Achille».

Lucio Flavio Filostrato, Heroicus.

Achille era un vampiro?

Non è facile, in questo caso come nell’altro, stabilire se sotto la pericolosità di Achille si celi un antico vampiro. Sicuramente si tratta di un morto per morte violenta, aspetto connesso sin dall’antichità col vampirismo, che compare perlopiù di notte, vive lontano dai mortali ed è in possesso di ingenti ricchezze; sa essere affabile, ma anche mostruoso e orrendamente violento.

Secondo alcuni studiosi tuttavia questo non basta per definirlo un vrykòlakas, ovvero un vampiro; potrebbe trattarsi molto più semplicemente di un morto vendicativo, che torna ad uccidere la progenie di coloro che ne hanno causato la scomparsa. Tanto più che secondo la tradizione Achille sarebbe stato cremato dopo la morte e non avrebbe dunque più un corpo fisico: aspetto invece fondamentale in tutte le storie di vampiri.


Il vampiro di Temesa.

L’ultima vicenda dell’antichità che sembra parlare di vampiri è quella dell’eroe di Temesa, contenuta nella Descrizione della Grecia di Pausania (II secolo d. C.). La vicenda è ambientata nell’Italia meridionale, probabilmente in Calabria. Si racconta che qui fosse giunto Ulisse, trascinato dai venti e dalle tempeste.


«[Polite,] uno dei suoi marinai, ubriaco, violentò una vergine e fu lapidato dagli abitanti come punizione di questo crimine. Odisseo, non ponendone in alcun conto la perdita, salpò e se ne andò, ma il daimon dell’uomo lapidato continuava ad uccidere indistintamente gli abitanti di Temesa e ad assalire tutti.»

Paurania il Periegeta, Descrizione della Grecia.

La situazione era così drammatica che gli abitanti pensarono addirittura di abbandonare la città, ma l’oracolo di Delfi suggerì di placare il malvagio eroe erigendo un tempio e tributando ogni anno la più bella delle fanciulle della città. Secondo un’altra versione della storia (Callimaco) le fanciulle venivano consegnate vergini al calar del sole, e tornavano “donne” al mattino successivo.

Si trattava, anche in questo caso, di un vampiro?

Nonostante l’autore parli di daimon, un termine usato anche per descrivere le apparizioni spettrali, il mostro di Temesa sembra avere una certa corporeità, come accade normalmente per i vampiri; è infatti responsabile della deflorazione delle fanciulle vergini, e questo è un aspetto documentato nella tradizione del vrykòlakas greco: ai vampiri era infatti frequentemente attribuita un’attività sessuale, e pare che nella credenza comune questi potessero persino generare dei figli.

La tradizione poi vuole che il “vampiro” di Temesa fosse raffigurato in un dipinto della città, dove appariva livido e dall’aspetto terrificante, avvolto in una pelle di lupo. Il lupo già dall’antichità era collegato, forse anche per il suo essere necrofago, con i morti, con l’Oltretomba e con i vampiri – fatto questo che è sopravvissuto nel personaggio di Dracula, in grado di trasformarsi in lupo, e in altre rappresentazioni più recenti dei vampiri (vedi la saga di Twilight).

La vicenda prosegue con l’arrivo di un eroe, Eutimo di Locri, che dopo essersi innamorato di una delle fanciulle mandate in tributo, decide di combattere e uccidere il mostro, liberando una volta per tutte la città dalla sua presenza. Ma non si assiste ad alcuna individuazione e distruzione del corpo, come accade nella storia di Filinnio e nelle successive leggende dei vampiri. Il mostro viene combattuto e gettato in mare; non viene bruciato o annientato.

Si può quindi anche in questo caso parlare di vampiro? O si tratta semplicemente di un morto insepolto, tornato dall’Oltretomba per vendicarsi dei vivi?

Personalmente credo che sia difficile parlare di “vampiri” in senso stretto in storie così antiche, le quali probabilmente erano già di seconda mano ai tempi in cui furono scritte. Quel che trovo però interessante è l’esistenza di alcune costanti, come l’annientamento del corpo o il ritorno in forma corporea di individui defunti. Certamente alcuni di questi elementi, già presenti secoli e secoli fa, si sono col tempo cristallizzati, definendo in modo più coerente e preciso la figura del vampiro, com’è avvenuto anche per le streghe e moltissimi altri personaggi del folclore.


Fonti:

T. Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro.

https://griseldaonline.unibo.it/article/view/9314/9152

http://www3.unisi.it/ricerca/centri/cisaca/nuovo/attivita/summer/bracciniclassici.pdf

http://www.la-poesia.it/poesie-tedesche/johann-wolfgang-goethe-la-sposa-di-corinto-3940-1.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Temesa

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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