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Di oscuri ritorni e notti insonni |
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Ciao {name},
ci ritroviamo dopo un breve ma intenso settembre. Almeno il mio, ti confesso, è stato così: brevissimo, inafferrabile, un mese che mi è letteralmente sfuggito di mano, e che contemporaneamente ho vissuto quasi in apnea, sommersa.
Il tutto mentre fuori un autunno scapigliato e timido se ne sta aggrappato ai rami e alle foglie ingiallite, battuto da un vento che sale e scende, e inumidito da piogge che inviterebbero al riposo della stagione che muore, o che morirebbe se questo ormai, nel nostro tempo, fosse ancora il momento del riposo e non quello del ritorno e della ripresa. |
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Spiragli di un autunno in divenire.
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Ottobre comincia il 12.
E il 12 ottobre comincia tutto, nel mio romanzo. Che strano averlo quasi dimenticato e riscoperto per caso nell’unico giorno di settembre che ho dedicato alla scrittura (anzi, alla revisione di uno dei primi capitoli della parte del “presente”, dove la storia si svolge nel 1985).
Il 12 ottobre di quell’anno era casualmente sabato. Lo era davvero, ed è stata una coincidenza, e forse una fortuna, che anche quest’anno, quasi quarant’anni dopo, il 12 ottobre sarà di nuovo sabato.
Cosa accadrà di tanto importante in quella giornata, ti chiederai. Tanto importante da farmi pensare: «Caspita, era proprio il 12 e non lo ricordavo!». Te lo racconterò a novembre, a metà del mese, quando uscirà una newsletter speciale e un po’ diversa dal solito. |
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Questione di date: la legge di Romeo e Giulietta.
Così, {name}, siccome questo mese non ho scritto e non posso aggiornarti sulle novità del romanzo, ho pensato di tornare indietro a raccontarti qualcosa sulla sua creazione.
Forse non sai che inizialmente la storia era ambientata nel XXI secolo, e non nel XX. Banalmente, era ambientata nella mia contemporaneità di allora, circa il 2010/2011. È stata l’inferenza della tecnologia a convincermi che era meglio retrodatare l’ambientazione a un decennio precedente per quanto non troppo lontano. Il motivo? Quella che chiamo “legge di Romeo e Giulietta”. |
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Frame da Romeo e Giulietta di F. Zeffirelli.
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Hai presente come va a finire la tragedia di Shakespeare? Per quale motivo i due amanti fanno una brutta fine? Niente di più semplice di una lettera arrivata tardi, la lettera che avrebbe dovuto avvertire Romeo che la morte di Giulietta era solo apparente. Così se la loro storia si fosse svolta dopo l’invenzione del cellulare, e non prima, nulla di tutto questo sarebbe accaduto: Romeo avrebbe saputo la verità seduta stante, non si sarebbe avvelenato, non sarebbe morto e Giulietta non avrebbe raccolto dalle sue labbra avare l’ultima goccia di veleno, consacrando la scomparsa di entrambi alla fama eterna. Sarebbe insomma finita con un “vissero per sempre felici e contenti”, e nessuno si sarebbe ricordato di loro. Che noia. |
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Scegliere una decade, un anno e un giorno.
Quando ho capito che i cellulari avrebbero reso la vita dei miei personaggi troppo semplice, ho deciso di tornare indietro nel tempo. Ma indietro di quanto?
Perché gli anni Ottanta. Non di tanto, sia chiaro: non volevo che ci fosse troppa distanza tra personaggi e lettori, e al contempo volevo che persistesse un divario tra la parte del “presente” e quella del “passato”. Questo mi ha obbligata a restringere il campo al post-Sessantotto, così le decadi possibili sono diventate due: gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ma ho escluso presto i primi per una questione storica. Ambientare la vicenda negli “anni di piombo” avrebbe complicato un po’ troppo le situazioni.
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Moodboard dei primi capitoli della storia del presente.
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Perché il 1985. Fatta la decade, andava fatto l’anno. Per la legge del “medio è meglio”, sono andata istintivamente verso la metà del decennio e mi è venuto naturale escludere il 1984, l’anno distopico che per antonomasia appartiene a George Orwell (1984, romanzo del 1949). Anche il 1986, anno del disastro di Chernobyl, mi è sembrato ingombrante, e la lente si è rapidamente ristretta sul 1985. Quindi ecco, per la data precisa non c’è un motivo simbolico, ma semplicemente pratico.
Perché ottobre. Su ottobre c’è poco da dire: è il mio mese del cuore, il momento in cui il buio si addensa e le barriere tra i mondi cominciano ad assottigliarsi. Il “12” è stato un caso: era soltanto un sabato di mezzo, anche quello, e perché tutto cominciasse avevo bisogno di un periodo non troppo freddo. Inoltre, negli anni Ottanta la scuola iniziava a ottobre e da qualche parte ho letto (non ricordo dove purtroppo, perché è stato molto tempo fa) che il primo giorno di scuola, quell’anno, fosse il 7. Che è per N., la mia protagonista, il primo giorno di “università”. |
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A ottobre i morti tornano.
Halloween è ottobre, e ottobre è Halloween ormai. Il consumismo ha reso indistruttibile questa sovrapposizione, così la rete, già il primo del mese, si è riempita di zucche, scheletri e fantasmi. Uno spooky inevitabile.
Ma ottobre era davvero il tempo dei morti che tornano: l’ultimo spiraglio di luce prima delle tenebre dell’inverno. È per questo che i contenuti del mese non potevano che prendere una direzione… oscura.
A ottobre parleremo di leggende e di storie del terrore; faremo un salto nell’aldilà e ripercorreremo i passi di Persefone. Non solo: torneremo alle fiabe, ma è quelle vere, quelle – come non diranno i miei piccoli lettori – che puniscono i buoni e martoriano i cattivi. Già un paio di anni fa, proprio nella notte di Halloween, ne ho raccontate alcune, che se vuoi scoprire in anteprima trovi qui. |
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Lapidi di un vecchio cimitero locale.
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NOVITÀ: il ritorno delle Fiabe Creepy.
Questa “serie” di piccoli racconti orrorifici mascherati da storie per bambini (proprio per bambini, {name}, hai capito bene) l’ho soprannominata “Fiabe Creepy”. L’ho fatto un po’ per gioco in realtà, senza troppo pensare. Ne ho raccontate alcune su TikTok, tempo fa, quando ancora mi “doppiavo da sola”. Ho aspettato tutto l’anno di arrivare a ottobre per riportarle alla luce, quindi torneranno, sì, torneranno presto. |
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A proposito, forse non sapevi che...
I fratelli Grimm (non) erano dei sadici.
Quando pubblicarono Le fiabe del focolare (1812-1822), il loro interesse era perlopiù antropologico. Jacob e Wilhelm Grimm furono tra i primi a raccogliere e a rielaborare le fiabe della tradizione, che per secoli, forse anche per millenni, il popolo aveva tramandato solo oralmente. Ma si trattava di “fiabe” edificanti per metà, o meglio: edificanti, semmai, per il periodo storico in cui vivevano, e il più delle volte non edificanti affatto. |
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Cappuccatto Rosso illustrato da Gustave Doré, 1862.
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Molte di queste storie, pur pensate per un pubblico infantile, non avevano infatti il lieto fine che ci aspetteremmo, non avevano una circolarità autoconclusiva e non avevano, il più delle volte, una linearità sensata. Erano piene, diremmo noi, di buchi di trama: personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni che non trovano compimento, vicende che non evolvono. L’idea delle fiabe che abbiamo noi – il viaggio dell’eroe, i buoni sentimenti, il “vissero per sempre felici e contenti” – non apparteneva al popolo, e di conseguenza ai Grimm. È piuttosto un’idealizzazione che è nata con Walt Disney, non prima.
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Anime con bisogni umani: la tavola dei morti.
Forse i morti non tornavano davvero, ma la percezione (o la speranza) era quella. Lo è stata per secoli. A cavallo di Ognissanti, in particolare, si infittiva una rete di credenze popolari che la Chiesa, nonostante i tentativi, non era riuscita a interiorizzare completamente. Non era cristiano il concetto che sulle soglie dell’inverno tornassero i morti, ma era quello che il popolo immaginava: i morti tornavano per mangiare e per scaldarsi, ed era tradizione lasciar loro del cibo, della legna, dei lumi accesi. |
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Mia madre che interpreta la mia bisnonna e prepara la pasta al carratore.
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Ce n’è un accenno in una poesia di Giovanni Pascoli, La tovaglia (Canti di Castelvecchio), scritta alle soglie del Novecento, dove si legge:
Le dicevano: «Bambina!
che tu non lasci mai stesa,
dalla sera alla mattina,
ma porta dove l’hai presa,
la tovaglia bianca, appena
ch’è terminata la cena!
Bada, che vengono i morti!
i tristi, i pallidi morti!
G. Pascoli, La tovaglia, da I canti di Castelvecchio, 1903.
Cinquant’anni dopo e più, quando la guerra era finita ma le campagne italiane stentavano a colmare il divario che le divideva dalle città, l’usanza di lasciare il cibo ai morti nella notte di Ognissanti (tra il 31 e l’1 o tra l’1 e il 2 novembre) era ancora viva. Lo raccontava anche mia nonna, qualche anno fa: per celebrare i morti, e non i santi, si cucinava più del solito (le diceva «un uovo di pasta in più»). Era la porzione di chi c’era stato, un pasto “sacro” e simbolico, che valeva indipendentemente dal fatto che non lo mangiava nessuno (fatti salvi i gatti, che di tanto in tanto ne approfittavano). |
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Perché il cibo, perché la legna.
Nelle storie dei morti che tornano, la lente cade spesso su due bisogni primari: mangiare e scaldarsi.
Mangiare perché il cibo è essenziale in vita come in morte: non a caso i defunti sono associati con la terra e con i semi, ed è proprio nel sottosuolo che è immaginato l’oltretomba antico. Il concetto di base era che dopo il trapasso si continuava a essere, ma in una forma meno-che-umana: così i morti sono «tristi» e «pallidi», ombre e riflesso distorto, sbiadito delle loro esistenze terrene; bevono acqua sporca e paludosa e soffrono il freddo. Un freddo che è emotivo oltre che fisico: il gelo della morte, del trapasso, della distanza dagli affetti.
I morti poi sono il prolungamento della loro realtà terrena: così “vivono” degli stessi oggetti, degli stessi ricordi, delle stesse paure. Per questo motivo tombe e necropoli conservano ancora le armi, gli oggetti, i gioielli che appartenevano ai defunti (e si potrebbe aggiungere: nelle piramidi egizie si è trovato di tutto, anche il cibo). |
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Cercando Halloween in Abruzzo: sulla strada per Introdacqua.
Quando l’umanità ha smesso di credere al ritorno dei morti? La risposta è semplice quanto banale: quando è arrivata la televisione, uno strumento di socializzazione e di “italianizzazione” prima ancora che di massificazione.
Cresciuta coi racconti dei nonni e dei prozii, ai quali ho “rubato” ore e ore di registrazioni audio, e interessata fin da adolescente al mondo del misterioso e dell’oscuro, non potevo lasciarmi scappare l’opportunità di raccogliere, finché è stato possibile, attestazioni di prima mano: non quelle contenute nei libri, ma quelle ancora vive nella mente delle persone.
La TV è arrivata più tardi nelle campagne e nei paesi lontani dai grandi centri, così girare per le strade meno in vista e “intervistare” anziani a caso sulle «credenze del passato» è stata per un po’ la mia attività preferita.
Nell’autunno di qualche anno fa (settembre 2018) eravamo a Introdacqua. Avevo sentito parlare di una leggenda diffusa da quelle parti, che tutti chiamavano “Scurnacchiera”. Non si trovava molto nei libri, quindi è stato divertente e antropologicamente molto interessante chiedere qualcosa a riguardo alle signore anziane che uscivano dalla messa, tutte agghindate e pettinate per il giorno di festa (era domenica). |
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Introdacqua (AQ) di notte, 2019.
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La Scurnacchiera, hanno raccontato, era una storia dei loro nonni (orientativamente avranno avuto tra i 75 e gli 85 anni, quindi i loro nonni erano nati sul finire dell’Ottocento, se non prima). «Mia nonna l’ha raccontato a me, ma io se lo racconto ai miei nipoti si mettono a ridere» ha detto una di loro. «Ma può essere pure che è una leggenda» ha aggiunto un’altra. E poi: «Loro ci credevano, mo’ ai bambini pu’ dice quelle che te pare, quelli vanne sopra a lu compiuter e camine…» (in traduzione: «Adesso ai bambini puoi dire quello che vuoi, loro vanno sul computer e buonanotte»).
Della Scurnacchiera però mi è rimasta soprattutto questa frase: «Lasciate scritto, così quelli che vengono dopo lo sanno, sennò finisce tutto.»
Finisce tutto. Molto è già finito, purtroppo. Ma ho fatto del mio meglio per cercare di lasciarlo scritto in questo articolo, e proverò a farlo di nuovo con un video breve. Eh sì, {name}, ti racconterò con più precisione di cosa si tratta durante questo mese. |
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Chiesa di Sant'Antonio col vecchio cimitero, Introdacqua (AQ), 2019.
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Fonti usate per la scrittura di questa newsletter:
G. e W. Grimm, Fiabe.
E. Baldini e G. Belloso, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa.
V. Monaco, Capetièmpe. Capodanni in Abruzzo.
F. Camilletti e F. Foni, Almanacco dell'orrore popolare.
Documenti audio raccolti sul territorio tra il 2015 e il 2019. |
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Un libro consigliato.
Non c’è un momento migliore di questo per scoprire l’Almanacco dell’orrore popolare curato da F. Camilletti e F. Foni: un’opera miscellanea, composta da saggi di diversi autori, tutti uniti da uno stesso filo conduttore: il folk horror, che, parafrasando Adam Scovell, Camilletti definisce non «soltanto un’atmosfera cinematografica» ma «la sensazione perturbante di sognare l’incubo di qualcun altro, la memoria culturale che prende a saltellare da una frequenza all’altra come una trasmissione impazzita». |
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Ne emergono, sbirciati attraverso lenti più o meno nitide, più o meno deformate, suggestioni che sanno di oscurità e macabro, di torbido e spaventoso: un «patrimonio culturale condiviso, frastagliato ma coerente, fatto […] di imprinting remoti e idee chiarissime» (Camilletti). Così le streghe, i lupi cattivi, le ombre che si nutrono d’acqua sporca, i teschi che esaudiscono desideri e le bambole di porcellana diventano attori su un palcoscenico di inquietudini rurali e marginali, che solo l’angoscia popolare può interpretare come sbagliati e al tempo stesso terribilmente affascinanti.
Ho letto e riletto a più riprese questo libro (il fatto che sia una raccolta di saggi dà la libertà di saltare e lasciare e riprendere, secondo uno schema che Daniel Pennac apprezzerebbe) e ogni volta mi sono lasciata assorbire e incantare. Leggere l’Almanacco è un po’ come camminare su un sentiero sbucciato, nel cono d’ombra di alberi grandi e intricati: un solo passo e si è fuori, e fuori ci sono le tenebre. |
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SPECIALE: un film* consigliato.
Per la serie film maledetti o presunti tali, per un ottobre spooky, anzi meglio creepy, una pellicola non mainstream che vale la pena considerare è Antrum: The Deadliest Film Ever Made, un mockumentary horror del 2018, diretto da Michael Laicini e David Amito.
La sua particolarità è la doppia linea narrativa: il film, Antrum, viene presentato nella cornice di un presunto documentario che tenta d’indagarne la fama oscura. Uscita, si afferma, negli anni Settanta, la pellicola sarebbe stata tolta dal commercio perché maledetta e ne sarebbe sopravvissuta un’unica versione contraffatta e manomessa. |
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Si tratta naturalmente di un “gioco” cinematografico, assai simile a quello che accompagnò l’uscita, nel 1999, di The Blair Witch Project, ma la curatela dei dettagli è notevole: fotografia, soggetto, stile narrativo, effetti speciali sono verosimili e riuscitissimi – sembra davvero di guardare un film degli anni ’70!
L’orrore sta soprattutto nello scarto tra realtà e finzione, come nella mente distorta di un bambino che gioca a fugare i mostri: non sempre è facile comprendere quanto accada davvero e quanto no. |
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SPECIALE: una serie TV* consigliata.
Se invece, {name}, al creepy preferisci lo spooky, ti suggerisco di dare una chance a Dead Boys Detectives, uscita quest’anno su Netflix. Potresti apprezzarla se hai amato le prime stagioni di The Chilling Adventure of Sabrina, con quel loro tono un po’ anni Novanta e la sensazione tra burlone e canzonatorio di trovarsi dentro una specie di fiaba moderna e fantastica. |
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La serie, ideata da Steve Yockey, prende spunto dai personaggi DC Comics di Neil Gaiman e Matt Wagner; ha una trama ben organizzata e funzionale (niente balordate alla Rings of power), un ritmo frizzante e una fotografia vagamente psichedelica. I protagonisti sono riusciti e coerenti e anche i personaggi secondari sono interessanti e originali.
Per quanto iniziata con scarsissime aspettative, mi è piaciuta molto. Persino il finale, quasi incredibile a dirsi ormai per una serie TV, è sensato e soddisfacente. Spero, nel caso la vedrai, che piacerà anche a te. |
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*Guardo tutti i film in lingua originale, quindi non garantisco sui doppiaggi in italiano. |
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Ti ringrazio per avermi letta fin qui.
Se hai domande, curiosità, commenti sul contenuto di questa newsletter o idee da proporre per i nuovi contenuti online, non esitare a scrivermi!
Puoi contattarmi sulla mia mail nupost.nr@gmail.com oppure sui miei social. A volte rispondo tardi, ma rispondo. |
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A presto e buona fase oscura!
Nu. |
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