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Ciao {name},
ci ritroviamo dopo un ottobre insolito e meraviglioso. Un mese per me fuori da ogni comfort zone e un po’ anche per questo emotivamente ricchissimo: da un lato il compiersi di quel “dodici”, a cui accennavo nell’ultima newsletter, e dall’altro la Francia, coi suoi castelli e le sue architetture da fiaba; un luogo che ho sognato e desiderato per anni che ho finalmente avuto la fortuna di vivere nel migliore dei modi e dei periodi: a ottobre, in viaggio di nozze. |
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Davanti al castello di Villandry (Francia).
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A ottobre abbiamo detto “sì”.
È successo dopo dodici anni insieme. Non ce lo siamo chiesti in ginocchio davanti alla Torre Eiffel, né in diretta social scoperchiando un brillocco dentro una scatola di cioccolatini. Sposarsi è stata una decisione presa e maturata insieme, col tempo e in modo naturale, quasi automatico. E abbiamo tenuto questo evento privato finché abbiamo potuto.
Ma poi, ecco, il giorno dall’addio al mio “Nu-bilato”, come l’hanno ribattezzato le mie amiche, il matrimonio è uscito allo scoperto con una settimana d’anticipo. Tra le “prove” in stile dodici fatiche di Eracle che ho dovuto superare c’era infatti quella di scattare e pubblicare una foto in pigiama, con il velo in testa e una gallina in braccio – una gallina, perché in Inghilterra l’addio al nubilato è soprannominato hen party e quale miglior occasione per farmi entrare nel recinto delle galline e catturarne una? |
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Il lancio del riso. Foto di Enrico Sarchione.
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Non mi dilungherò troppo sul racconto del matrimonio, almeno non in questa sede. Lunedì 18 novembre uscirà una newsletter speciale dove potremo parlarne a lungo: non tanto del giorno in sé, ma di quelli che l’hanno preceduto, perché ci siamo occupati noi quasi al 100% dell’organizzazione della festa e farlo è stata un’avventura che vale la pena scrivere, fosse anche solo per prendere (o non prendere) spunto e per sapere a cosa si va incontro quando si è abbastanza folli da imbracciare i confetti e cominciare a scrivere gli inviti con appena quattro mesi di anticipo.
Sarà divertente, credo. Almeno per me, {name}, lo è stato. |
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AAA cercasi scrittura.
C’è una sola cosa che non ho potuto fare a ottobre: scrivere. Non esagero se dico che ho dedicato quasi ogni singolo pomeriggio al matrimonio, lasciando solo qualche giorno qua e là per girare ed editare i video che sono miracolosamente riuscita a portare a casa.
Così, questo mese, non ho molti aggiornamenti sul romanzo e io stessa sto cercando di reimmergermi nelle sue atmosfere un passettino per volta. Ora, tra me e lui, c’è stata una lunga e non voluta pausa: è successo altre volte, ma questa in particolare sento di dover coccolare un po’ l’ispirazione prima di riaprire il documento e riprendere a creare.
Forse serve spazio e buio. Nei miei pensieri, negli spazi attorno a me, ancora ingombri d’altro. |
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Perché il buio, perché la notte.
Perché è nel buio, direbbe Stephen King, che si annidano i mostri, che le pareti della stanza diventano ventri oscuri e i ragni risalgono da sotto al letto. Il male, il mistero, stanno sempre dove la luce non arriva.
Mi sono chiesta spesso perché quasi tutte le scene importanti del mio romanzo avvengano di notte, al buio o in giorni e luoghi così nebbiosi e grigi da apparire comunque senza sole. L’oscurità è una cifra distintiva di questa storia, tutta basata sul contrasto di estremi che si compenetrano e mescolano, facendosi disorientanti: tenebre e luce, e non per forza le tenebre sono il male e la luce il bene. Tutto, anzi, sta nel capire che luce e tenebra non esistono se non insieme e che a volte non è facile stabilire da quale parte stare. O da quale parte stanno gli altri, perché c’è del buono e del marcio comunque, anche se le intenzioni sono le migliori.
Il buio è nero, nulla, annientamento, ma è anche dal buio che nasce la vita. Prima era notte, e poi fu luce. Come Ade, re dell’ombra, che sposa Persefone, figlia della vita. Ricordi, {name}, ne ho parlato proprio qualche settimana fa in questo video. |
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Fuori dal sentiero in atmosfere black metal.
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A pensarci però il senso della mia storia è anche un altro: crediamo di conoscere le cose finché le vediamo e le viviamo con la luce, ma basta spegnerla per un momento, quella luce, basta uscire dal sentiero, e ciò che sembrava rassicurante e noto improvvisamente assume aspetti nuovi e inquietanti. La realtà si sveglia, e si spoglia, diversa da come è sempre stata.
Che il buio brumoso di novembre possa portarmi tempo e ispirazione per continuare (e magari terminare una buona volta) questa strada che è sempre andata verso l’oscurità. |
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Nebbie, fumi e colori di novembre.
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November calling.
Esistono due tipi di persone: quelli che il 1° novembre fanno l’albero di Natale e quelli che per principio il Natale a novembre lo odiano. Io faccio parte della seconda categoria, un po’ perché detesto anticipare il tempo che già si anticipa troppo di per sé (motivo per cui, lo sai già, non sopporto il foliage ad agosto), un po’ perché novembre è uno dei mesi più belli e romantici dell’anno e trovo davvero triste asfaltarlo in nome di una natalità plasticosa e precoce che, se non ad arricchire i conti bancari di Flying Tiger e Primark, serve solo a una cosa: a far impolverare le palline.
La vera oscurità, che tutti fingono di apprezzare durante il mese spooky, per me si realizza e trova compimento proprio ora, in novembre. (E forse sarò di parte, perché in questo mese ci sono nata e il mio compleanno si situa proprio alle porte del buio, il 20, quando, a detta di mia madre, comincia ad arrivare il vero freddo – io direi: quando Persefone torna nell’Ade). |
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Mezzo autunno al calar del sole.
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Per questo dedicherò i contenuti del mese ad argomenti tenebrosi e inferici. Senza abbandonare il solco dell’Acheronte, ripercorreremo la storia di Persefone da parte romana e ci spingeremo a spiare Ecate e i suoi latranti cani stigi. Non mancheranno le Fiabe Creepy e, un passo alla volta, ci addentreremo nella lunga e complessa storia dei non-morti, che poi riprenderemo a gennaio, in occasione dell’uscita nelle sale di Nosferatu di R. Eggers che, ti confesso, non vedo l’ora di guardare. |
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A proposito, forse non sapevi che...
Per i Romani era l’Orco.
Quando Apuleio nelle Metamorfosi parla dell’oltretomba, non lo chiama Ade ma Orco (Orcus in latino): «Ero già nel gregge di Proserpina,» dice ad esempio, «nella casa dell’Orco» (quamquam enim iem in peculio Proserpinae et Orci familia numeratus, III-9), perché, come specifica una nota di commento, «dall’originale significato di luogo chiuso, Orco era passato a indicare nell’uso latino il regno dei morti, e poi il dio dei morti stesso, Plutone» (Apuleio, Metamorfosi, Oscar Mondadori, 2010, p. 471).
E parlo di Apuleio semplicemente perché l’ho letto di recente e mi è capitato di soffermarmi su questa particolarità, di cui peraltro sembra esserci attestazione molto antica già nelle commedie di Plauto (III-II secolo a. C.). Certo è, però, che quando i Romani parlavano degli Inferi e del loro re usavano un termine che, nel nostro uso corrente, è passato a indicare tutt’altro: il mostro per eccellenza delle fiabe per bambini. |
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The Harrowing of Hell, Jacob van Swanenburg. |
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A unire i due concetti di orco – l’oltretomba da un lato e il mostro dall’altro – c’è forse la “voracità”, che passa attraverso l’idea del contenitore da cui non si può più uscire. Il termine orcus potrebbe infatti essere connesso con orca o hyrche, il “recipiente”, così che «l’orco sarebbe visto come una sorta di bacino collettore dei defunti, che vi confluirebbero dentro attraverso una stretta imboccatura» (T. Braccini). Sarebbe insomma un «raccoglitore» di morti. E anche l’urna cineraria potrebbe essere intesa come:
[…] una sorta di Orco «privato» contenente i resti del defunto, e una sua versione assai più grande sarebbe stata alla base della concezione dell’Orco «pubblico» nel quale confluivano le anime.
T. Braccini, Indagine sull’Orco.
Per questo è lecito immaginare l’oltretomba antico come un recipiente dall’imboccatura stretta, un «grande e inesorabile inghiottitoio» dal quale, una volta “caduti”, è difficilissimo se non impossibile uscire. Una raffigurazione affascinante e assai diversa da ciò a cui siamo abituati.
Riparleremo, più avanti, di come da questa idea dell’orco si sia arrivati all’altra, che poi è risultata vincente per la nostra società.
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Persefone coglieva i fiori.
Sì, ma quali?
Scrive R. Graves che, secondo Ovidio, si trattava di papaveri. In verità non è così. Per quanto «un’immagine della dea con papaveri nei capelli fu rinvenuta a Gazi in Creta» e «i semi di papavero venivano usati per insaporire il pane», naturalmente associati a Demetra perché «crescono nei campi di grano» (R. Graves), Ovidio accenna solo che la terra dove Persefone/Proserpina si trovava produceva “fiori porporini”. È assai verosimile che si trattasse di papaveri, ma la ragazza, dice chiaramente Ovidio, «coglieva viole e candidi gigli» (aut violas aut candida lilia carpit; Metamorfosi, V, 390).
Quasi come, mi viene da pensare, la leopardiana «donzelletta che vien dalla campagna». |
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Persephone, J. W. Waterhouse.
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Da amante dei fiori, sono rimasta sorpresa e colpita da questo fatto: viole e gigli non fioriscono insieme, così come non fioriscono insieme le rose e le viole di Leopardi (le viole spuntano tra l’autunno e l’inizio della primavera, le rose a maggio, i gigli tra giugno e luglio).
Giovanni Pascoli, esperto di botanica, accusava Leopardi di indeterminatezza a proposito di questo errore: nella realtà la «donzelletta» de Sabato del villaggio non avrebbe potuto «recare» un «mazzolin di rose e viole», perché sono fiori di stagioni diverse. Ma a quanto pare non era il solo distratto in fatto di fiori. O forse no?
Mi chiedo se Ovidio abbia scelto «gigli e viole» con coscienza, se l’abbia fatto a caso o se vi sia dietro solo un motivo eufonico (cioè, perché suonava bene). È forse probabile che volesse intendere che in quel tempo, quando la primavera era eterna (perpetuum ver est) i fiori crescessero tutti insieme? E che, solo dopo, con la nascita delle stagioni, la loro crescita si sarebbe diversificata? È quindi, di conseguenza, possibile che Ovidio proprio nella vicenda di Proserpina fanciulla abbia voluto inserire un rimando in forma di anticipazione a qualcosa che, poi, sarebbe inevitabilmente cambiato?
O sono solo speculazioni letterarie?
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Altre storie di rapimenti: il vero Barbablù.
Conoscerai, {name}, a proposito di orchi e rapimenti, la cruenta fiaba di Barbablù, pubblicata nel 1697 ne I racconti di mia madre l’Oca da Charles Perrault e poi comparsa in edizioni e versioni più o meno simili in tempi più recenti. Barbablù, così soprannominato a causa della sua barba dal colore inquietante, sarebbe stato un uxoricida (anzi, diremmo noi, un “femminicida”) che a seconda dei casi si macchiò dell’uccisione di tre/sette/dodici mogli, tutte accuratamente stoccate, sanguinolente e raccapriccianti, in una stanza segreta a cui era l’unico ad avere accesso. |
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Barbablù illustrato da G. Dorè.
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Forse però non sai che la sua vicenda è probabilmente ispirata a una storia vera: quella del nobile francese Gilles de Rais, vissuto durante il XV secolo, peraltro a fianco di una delle più celebri eroine della storia europea: Giovanna D’Arco.
Quando, nel 1429, la “Pulzella” si presentò a Carlo VII, con l’obiettivo di liberare Orléans, cinta d’assedio da otto mesi, Gilles de Rais era infatti a corte e condivise con Giovanna più di un’avventura: il viaggio verso Poitiers, dove la ragazza fu sottoposta all’inchiesta che ne appurò la bontà, e le operazioni militari che seguirono, grazie alle quali Gilles poté guadagnare il titolo di Maresciallo.
Scrive di lui F. Canaccini nell’articolo Gloria e miserie d’un maresciallo di Francia: “In cinque anni di guerra il giovane nobile, orgoglioso e raffinato, aveva scoperto quanto fosse inebriante uccidere”, cosa che iniziò a fare con una certa regolarità, “come si legge nelle carte del processo”, a partire dal 1432.
Misteriose sparizioni di fanciulli e fanciulle gettarono sulla reggia di Gilles una fama oscura: il nobile, sembra, li sottoponeva ad abusi, torture e morti cruente, e poi erano i suoi collaboratori, legati da un “misto di fedeltà, paura e omertà”, a occultare i loro corpi nelle latrine. Gilles arrivò perfino a circondarsi di sedicenti maghi e a convincersi che evocare il Diavolo, offrendo in cambio sacrifici umani, gli avrebbe garantito fortuna e salvezza.
Salvezza, perché nonostante tutto il terrificante mostro era un timorato di Dio. |
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Il Castello di Tiffauges, dove Gilles de Rais dimorò, poi noto come Castello di Barbablù. Stampa del 1853. |
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Sottoposto finalmente a processo nel settembre del 1440 (dopo quasi dieci anni di omicidi), infatti, e messo alle strette dal rischio di una scomunica, Gilles confessò. Quanto di ciò che si vociferava sul suo conto (e che lui stesso ammise) fosse vero è difficile da stabilire. Alessandro Barbero direbbe che tutti i crimini compiuti prima della Seconda Guerra mondiale sono sempre esagerati rispetto alla realtà, regola diametralmente opposta per quel che riguarda i crimini successivi…
Fatto sta che, confessato e pentito, Gilles ottenne sì la condanna al patibolo ma non quella al rogo, che gli fu risparmiata. Il che è quanto mai patetico se si pensa che a Giovanna d’Arco, qualche anno prima, il rogo non l’ha risparmiato nessuno. |
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Fonti usate per la scrittura di questa newsletter:
S. King, On writing.
T. Braccini, Indagine sull'Orco.
Apuleio, Metamorfosi.
R. Graves, I miti greci.
G. Guidorizzi, Il mito greco, vol. 1, Gli dèi.
Ovidio, Metamorfosi.
M. Pazzaglia, Pascoli.
F. Canaccini, Gloria e miserie d'un maresciallo di Francia, in Medioevo Dossier, Marzo 2020.
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Un libro consigliato (da Giacomo).
Di tutte le grandi opere pubblicate da Dickens i piccoli racconti del terrore passarono quasi inosservati all’interesse della critica ma non del pubblico a lui contemporaneo, che si precipitava ad acquistare le riviste (spesso dirette da Dickens stesso) nelle quali questi racconti uscirono nell’arco di circa vent’anni, dal 1840 al 1858.
All’interno si ritrovavano le tipiche suggestioni dei “racconti del focolare”, che Dickens ascoltò direttamente dai suoi parenti, ma soprattutto dalla sua tata, che nelle fredde notti d’inverno intratteneva il piccolo Charles con storielle del terrore. Quello era d’altronde un periodo molto fecondo per il genere, che andava dai turbamenti interiori e orrorifici di Poe al folklore nero e spiritico di Hoffmann. |
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Le storie sono popolate perlopiù da spettri, il che fece credere a più di qualcuno che Dickens praticasse una qualche forma di spiritismo, cosa puntualmente e continuamente smentita dai suoi biografi. Questi spettri non sempre assumono forme terribili e pericolose, anzi, il più delle volte sono fantasmi salottieri e sagaci conversatori, che spaventano i protagonisti più con la loro stessa apparizione che non con atti malvagi o crudeli e che talvolta il loro triste destino riporta costantemente sui luoghi della loro sventura (è il caso forse del miglior racconto della raccolta, Il Segnalatore).
Ma nei racconti si trova anche il gusto del macabro (Chips e il diavolo) e una spiccata sensibilità romantica fatta di porte cigolanti, enormi stanze buie, camini accesi e freddi corridoi di pietra sussurranti.
L’edizione Einaudi Da leggersi all’imbrunire. Racconti di fantasmi, curata da Malcolm Skey, raccoglie un buon numero di queste storie, che Dickens non pensò mai di pubblicare collettivamente, e le correda di una breve introduzione e di una piccola raccolta di “maestri teorici” del terrore da cui l’autore potrebbe aver tratto ispirazione (Ann Radcliffe, Matthew Lewis, Mary Shelley).
Recensione di Giacomo di Francesco. |
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Una serie TV* consigliata.
Sugli dèi dell’Olimpo e sull’Oltretomba (l’Underwold non a caso), ti consiglio Kaos, uscita recentemente su Netflix. Una serie ben fatta, ben scritta e ben girata, che ha un solo problema: non ci sarà una seconda stagione e questo è molto irritante. |
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In questo senso, {name}, non so se parlartene è proprio una buona idea, ma a me è piaciuta e credo valga la pena scoprirla: ha un bel ritmo, musiche azzeccate, spunti narrativi interessanti; è leggera e ironica, da guardare senza troppo impegno, anche se i temi sono meno frivoli di quanto appaiano.
Si parla, come puoi intuire, di personaggi mitologici, mostrati però sotto una lente nuova, “moderna”. Non aspettarti Zeus col chitone: le divinità sono davvero umane, e di un’umanità sfacciata e brillante, tecnologica. Che, detta così, sembra la classica cosa che non apprezzerei, ma non è male concedersi il vezzo di un “non per me” di tanto in tanto: saltano fuori belle cose, belle forse proprio perché dirompenti e inaspettate rispetto alla comfort zone dentro cui tendiamo ad abituarci.
Se hai apprezzato Romeo + Giulietta di William Shakespeare e Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, probabilmente che apprezzerai anche Kaos. Almeno spero. |
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*Guardo tutti i film in lingua originale, quindi non garantisco sui doppiaggi in italiano. |
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Ti ringrazio per avermi letta fin qui.
Se hai domande, curiosità, commenti sul contenuto di questa newsletter o idee da proporre per i nuovi contenuti online, non esitare a scrivermi!
Puoi contattarmi sulla mia mail nupost.nr@gmail.com oppure sui miei social. A volte rispondo tardi, ma rispondo. |
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