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Ciao {name},
sono passati pochi giorni dall’ultima newsletter, ma eccomi di nuovo qui a raccontarti, come promesso, il tanto atteso e preparato giorno del “sì”. |
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Decidere di sposarsi.
Comincia tutto il giorno in cui ci si guarda negli occhi e si decide che è l’ora: il nostro matrimonio s’ha da fare. Non sono la romantica che molti credono (il mio concetto di romanticismo è quello ottocentesco: cimiteri, nebbia, fantasmi), quindi non stupirti se tra Giacomo e me non c’è stata alcuna proposta ufficiale. Neanche ricordo bene quando o come la decisione si sia concretizzata. Anzi, no, forse lo ricordo: è successo per caso, quando abbiamo cenato nel ristorante che ci ha fatto dire: «Non sarebbe male sposarsi qui».
Era (ed è stato) un luogo apparentemente insolito: non il classico grande ambiente da cerimonia, con lampadari di cristallo, tendaggi color crema e fregi d’oro e d’argento alle pareti, ma un agriturismo sobrio, nuovo, quasi sconosciuto, senza piscina e pacchianate stereoscopiche, immerso in un meraviglioso parco in collina, circondato da uliveti, valli e montagne. |
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La nostra location: Podere Santa Lucia, Tossicia (TE). Foto di Enrico Sarchione.
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Da cosa abbiamo cominciato.
Dal ristorante, chiaramente. Non abbiamo deciso subito una data, ma il periodo sì. Maggio si è paventato per un po’, anche se per poco: mese infernale per gli insegnanti e troppo rischioso per le piogge. Settembre meraviglioso, gettonatissimo, talmente abusato che l’abbiamo escluso subito dopo averlo pensato (c’è forse qualcuno che non si sposa a settembre?). Così ottobre è subentrato in scioltezza e tutti gli invitati ci hanno ringraziato per aver risparmiato loro il nodo scorsoio della cravatta in piena estate.
Abbiamo bloccato il ristorante subito, perché ci sembrava la cosa più importante da fare (e lo era, prendi appunti, {name}, in caso stia pensando anche tu al “grande passo”). L’anticipo in verità non era neanche molto (meno di un anno prima), ma ci è andata bene perché la location non era ancora troppo conosciuta.
Prima della fine dell’inverno abbiamo contattato anche il fotografo e la fioraia, delegato il nostro officiante (ma solo informalmente) e tentato invano di contattare il comune. |
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Segni dall’oltretomba: l’ufficio “matrimoni”.
Il comune di “…”, dove abbiamo dovuto richiedere nullaosta e delega, non risponde al telefono. Non è proprio tra le sue competenze. Il “numero” tra i contatti è solo una decorazione. Se ci avessero scritto «la vita è come una scatola di cioccolatini» non sarebbe cambiato niente.
In verità avevamo banalmente bisogno di un modulo, ma non puoi saperlo se non c’è nessuno che te lo dice. Così ci siamo armati di santa pazienza e siamo andati personalmente a informarci.
Appena si entra al comune di “…”, il primo ufficio visibile, posizionato al centro esatto di un vastissimo e inutilissimo atrio vuoto, reca la scritta stampata su foglio A4 «Certificati di morte». Si tratta chiaramente dello sportello più frequentato, mentre l’«Anagrafe» è in un angolo e l’«Ufficio matrimoni» letteralmente in uno sgabuzzino: si entra in una porta che ha tutta l’aria di essere un’entrata secondaria, si scavalca (anche qui letteralmente perché lo spazio è poco) il distributore delle merendine e, dietro una strozzatura a gomito che sembra il game over di un video gioco, compare una seconda porta, scalcagnata e dimenticabile, con l’ennesimo foglio A4 e la scritta «Ufficio matrimoni».
È chiaro anche qui che in questo paese non si sposa più nessuno.
Infatti l’impiegata di turno, chiusa in una stanza di tre metri per tre, davanti a una scrivania vuota, con un calendario, un portapenne e una pianta-soprammobile, era lì ad ammazzarsi di lavoro e quando abbiamo chiesto come mai nessuno rispondesse al telefono ha replicato: «Se rispondessi a tutti quelli che chiamano non avrei tempo per fare nient’altro».
(A titolo informativo aggiungo soltanto che, sposandoci in una località diversa da quella dove risediamo, siamo riusciti a beccare non uno MA BEN DUE comuni commissariati, sic est).
Comunque alla fine abbiamo ottenuto il nostro modulo (lo stesso che era scaricabile online) e siamo tornati a casa a ridere e a piangere di cosa significhi essere italiani (e meridionali, per giunta). |
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Scegliere un tema.
Come potrai immaginare, {name}, mentre mio marito si occupava della parte burocratica, io ero lì a pensare alle stupidaggini creative. Che poi ormai, in un mondo come quello del “wedding” dove c’è “un’idea” dietro ogni cosa, dal fiore all’occhiello all’oliva dentro il piatto, certe stupidaggini ascendono a un ruolo di primo piano e diventano attributi necessari. Le gioie del capitalismo.
È il caso comunque del “tema” – che non è un compito in classe, come forse meglio si confarebbe, ma il fil rouge che lega tra loro tutte le parti del wedding. È così del resto in una società che ama le progettazioni più dei progetti stessi e che trasforma in prodotto fruibile persino l’astratto.
Il “tema” dunque era indispensabile, e ho iniziato a cercarlo googlando come tutti “scegliere il tema di un matrimonio”. Sono saltati fuori suggerimenti che rasentavano il cringe, così alla fine ho fatto di testa mia e ho messo dentro due cose: l’autunno e i libri. L’autunno perché a ottobre non puoi farti sfuggire le zucche e le foglie gialle; i libri perché siamo due maledetti letterati, entrambi sempre lì a leggere e scrivere, in una casa che ha più saggi che mattonelle. |
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Tavoli e centritavola. Foto di Enrico Sarchione.
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Per riassumere tutto abbiamo chiamato “I capitoli della nostra storia insieme” l’argomento che univa i nomi dei tavoli (qualcuno ci ha rubato sul tempo Le pagine della nostra vita). Ogni tavolo è diventato un capitolo, dall’1 al 12 – perché quel giorno era il 12 ottobre e perché siamo stati fidanzati 12 anni, e perché il ristorante aveva effettivamente 12 tavoli, – e per ogni «capitolo» ho ovviamente scritto un incipit, che poi ho stampato e attaccato dietro i centritavola.
Il primo, ti accennerò soltanto quello, cominciava con: «A San Valentino l’amore è di casa. Quel San Valentino 2012 era di casa la neve». |
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Mezzo chilo di pagine, grazie.
Al mercatino dell’usato ci sono chilometri di scaffalature con romanzi che nessuno comprerà. I prezzi sulla retrocopertina sono così scoloriti che si leggono appena; puoi trovare anche la data del loro arrivo, quando qualcuno se n’è sbarazzato e invece di buttarli nella spazzatura li ha buttati lì, nella discarica dei libri che nessuno ricorda.
Il giorno che sono andata all’usato e ho comprati dodici di questi volumi, ho riportato a casa molta polvere e la sorpresa dei vecchi proprietari che non si sarebbero mai immaginati di vendere I grandi successi condensati di Selezione del libro, Brodo caldo per l’anima e altri titoli discutibili. Cosa mai ne avrò fatto, si sarà domandata la signora alle casse, che puntualmente mi odia per dover incartare tutte le decine di suppellettili in ceramica e vetro che acquisto.
In effetti nessuno avrebbe potuto immaginare che quei 12 libri sarebbero diventati dei centritavola. Ho trovato lo spunto su Pinterest e l’ho fatto mio, eliminando le copertine e decorando tutto con avanzi di pizzo, fiori secchi e nastri di precedenti bomboniere (hai presente, {name}, quelle case dove non si butta via niente?). |
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Ho realizzato il tableau dentro una cornice dorata, ricoprendo anche quella di pagine strappate (una volta lì c’era uno specchio, che da Vinted è arrivato in frantumi), e poi applicando i bigliettini con un post-it, come se fosse una specie di bacheca. Per rendere il tutto più originale e tenere anche un ricordo della giornata che varrà per sempre ho stampato una copia dei singoli capitoli, li ho attaccati in un quaderno e sull’ultima pagina ho scritto: «Nell’attesa dei capitoli che verranno, a voi la penna».
È stata una bella trovata. Molti hanno scritto cose stupende, che a rileggerle a casa, giorni dopo, ci hanno fatto commuovere. |
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Il tableau e il quadernino con i capitoli ancora da scrivere (il disegno in copertina è di mia madre, Aurora Masciulli; è lo stesso che si trovava sul secondo biglietto delle partecipazioni).
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Partecipazioni fai-da-te.
Nel wedding del fai-da-te, anche le partecipazioni non potevano mancare. Forse anzi le partecipazioni sono state la cosa più bella che abbiamo fatto. E dico “abbiamo” perché dentro c’è lo zampino di mia madre, che le ha dipinte a mano libera.
In totale ha realizzato cinque illustrazioni: tre per gli inviti, una per il menu, una per Oggi sposi. Le stampe meravigliose su carta rigida 140g/m2 le ho fatte fare nella copisteria di fiducia che ha stampato le tesi e tutte le copie del mio vecchio romanzo.
Le ultime due stampe, portate a casa al volo il giorno prima del matrimonio, le ho fatte invece vicino casa, ma il tipografo ha storto il naso quando gli ho detto che ho creato tutto usando Canva. Non ci tornerò mai più, anche solo per non pagare CINQUE euro una fotocopia a colori. |
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Partecipazioni appena stampate, la chiusura delle buste e la decorazione delle scatole delle bomboniere.
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Bomboniere e confetti.
Le bomboniere sono state una delle prime cose che abbiamo sistemato. Prima ancora del fotografo e dei fiori. Non so perché fossi così ossessionata dal pensiero che non le avremmo trovate o che non sarebbero arrivate in tempo. In effetti non volevo uno di quegli inutili gingilli che dopo un paio d’anni di polvere emigrano nel cassonetto – in cima alla lista ci sono i profumatori per ambienti – o uno di quei finti oggetti da cucina dietro cui c’è scritto “Con scopo decorativo, non usare davvero”.
Così alla fine abbiamo scelto un oggetto banale (banale per noi, perché qualcuno l’aveva azzeccato già prima di riceverlo) ma utile: tutti ne hanno almeno uno simile, ma averne uno in più non guasta. Soprattutto perché non saranno mai tutti uguali. Non ti svelo, {name}, di cosa si tratta, perché ne ho ancora qualcuno da consegnare e non vorrei spoilerare la sorpresa a chi deve riceverlo – ma se vuoi sapere cos’è, scrivimi pure, in privato posso dirtelo.
Suggerimento non richiesto che ho appreso sul campo: le bomboniere non si comprano nei negozi di bomboniere né tantomeno sotto l’etichetta “bomboniere”. Ciò che il mercato contrassegna come tale è solo la versione più costosa e più moderna (e cioè brutta) di qualcosa che puoi trovare ovunque. Basta solo un po’ di fantasia. |
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Bomboniere pronte (foto scattate prima di imballarle e portarle via da casa).
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Sempre perché “il wedding fai-da-te”, ho ordinato le bomboniere senza pacchetto e confetti. Ho comprato a parte le scatole, che con santo spirito Art-Attack abbiamo decorato incollando altre pagine di vecchi libri, e le ho chiuse io con un semplice giro di nastro bianco. I confetti erano all’interno, dentro una bustina trasparente, senza ciuffetti, tulle e altre inutili velleità. Persino i bigliettini coi nomi erano handmade: abbiamo comprato dei talloncini di cartone su cui abbiamo attaccato i nostri nomi stampati su carta bianca. Costo totale? Neanche dieci euro. Risultato? Eccellente. |
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La preparazione dei centrotavola (a sinistra) e dei bigliettini per le bomboniere (a destra).
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Ridi, che il riso l’hai scordato.
Tra gli immancabili, che non ti verranno mai in mente se nessuno te lo dice, mi preme ricordare: il riso, i fiocchi per le macchine e il biglietto su cui stampare le promesse (se fai un rito civile).
La soluzione per il riso è stata semplicissima: altre pagine arrotolate a formare dei coni. Attività che ho sbrigato in pochissimo tempo, una sera d’estate, mentre mio fratello attrezzava l’arrosto in giardino. Giusto perché ero in vena, ho anche decorato il cesto con dei fiori finti, ed è venuto così bene che ancora non trovo il coraggio di smontarlo.
Siccome il riso macchia (lo sapevi, {name}? Io no) mia madre l’ha lavato due volte e messo ad asciugare. E abbiamo risparmiato 30 euro di riso, perché il “riso degli sposi” costa almeno 15 euro al chilo MA SIAMO MATTI? |
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Cesto e coni con il riso. Foto di Enrico Sarchione.
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Oltre al riso, nei coni, abbiamo messo anche delle piccole roselline. Venivano dalla Cina: le ho riportate anni fa per farci le tisane, ma non mi sono piaciute, così invece di buttarle, come al solito, le ho messe da parte senza sapere cosa ne avrei potuto fare.
Ecco cosa, ora lo sai anche tu.
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Altre cose (non) dimenticabili: il cofanetto delle fedi ricavato da un vecchio portagioie decorato con i ritagli dell'abito da sposa (in alto); le bustine por la confettata dipinte da mia madre (non erano tutte dipinte, ma quelle dipinte sono finite subito); cartellini coi gusti dei confetti (sempre in tema bibliografico).
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L’abito “giusto”.
A giugno, durante gli esami di maturità, una collega mi ha chiesto: «Dove hai preso l’abito?»
Da premettere che mi trovavo in un Istituto Professionale d’indirizzo “moda”, quindi ero circondata da commissari di materie tecniche ed erano almeno dieci volte che sentivo parlare di “piazzamento del cartamodello” e di Vivienne Westwood.
Così alla domanda «dove hai preso l’abito» non me la sono sentita di rispondere: «Devo ancora cucirlo». Ho avuto la sensazione di svalicare un confine che non mi apparteneva, e ho detto solo: «Ancora non vado a vederlo». Mi hanno guardata come se avessi aperto il frigorifero per appendere un cappotto. |
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Il mio abito dei sogni la mattina del matrimonio. Foto Enrico Sarchione.
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Era tardi in effetti e se avessi dovuto ordinarlo, l’abito, forse non sarebbe mai stato pronto per ottobre. Però è troppo strano quando dici a qualcuno che il vestito del matrimonio te lo stai cucendo da sola. Neanche si trattasse di chissà qualche complicato artificio. È un abito, mica una piramide di cristallo. Istintivamente (e forse incoscientemente) ho sempre pensato che se potevo cucire un qualsiasi vestito e farlo bene, potevo cucire anche quello del matrimonio.
Mi sentivo all’altezza? A dire il verso sì. Era il mio abito, me lo sarei messo anche se non fosse stato un granché. È una deformazione professionale forse, ma credo che gli oggetti non abbiano un valore in sé ma nella loro storia. E quella del mio “abito giusto” volevo scriverla io, un pezzettino per volta. |
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Ispirazioni e storie.
La cosa veramente surreale (potrai pensare, {name}) è che l’abito ho cominciato a cucirlo a luglio. Ho disegnato bozzetti e scrollato Pinterest per qualche settimana, ma avevo chiaro fin da subito cosa volevo: un vestito interamente di pizzo, con corpino tagliato sul seno, scollatura quadrata e maniche a tre quarti, a sbuffo e con il polsino alto da chiudere con una fila di bottoni di perla. Anche il corpino doveva chiudersi con una lunga fila di perle sulla schiena e il pizzo doveva essere importante, elegante e al contempo discreto; volevo che avesse un tocco vintage e che ricordasse, nel complesso, l’abito di mia nonna.
Era interamente di pizzo anche il suo: molto meno ampio e molto meno scollato (lo indossò l’8 gennaio 1961), ma davvero bello. L’ho messo varie volte (a teatro e nelle foto) e ho sempre pensato che anche il mio sarebbe stato così.
Nonna Maria, che amava le gonne anni Cinquanta, le scollature a cuore e gli abiti romantici, probabilmente lo avrebbe apprezzato. Non so cosa avrebbe detto della follia di cucirlo, ma senz’altro sarebbe stata curiosa di accompagnarmi a scegliere la stoffa e di guardare i disegni, per farsi raccontare cosa avevo in mente di fare. |
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Bozzetti (in alto) e varie fasi di realizzazione dell'abito (in basso): il taglio del corpino, l'imbastitura della gonna e l'applicazione dei bottoni sul retro.
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Stoffe, disegni e follie.
Scegliere il tessuto è stato per me come provare l’abito in un atelier. Il negozio era un locale con due stanze, stretto e colorato, con rotoli di stoffa ammucchiati fino al soffitto a tappezzare tutte le pareti. Non ho impiegato molto a decidere quale stoffa volevo: sempre per citare nonna «il primo amore non si scorda mai», così ho scelto la prima che mi ha colpito. Pizzo floreale rebrodè in misto cotone bianco e avorio.
Apprezzato, ordinato e arrivato in meno di una settimana.
Cucirlo è stato impegnativo ma non difficile. Ho realizzato tre corpini e una manica di prova prima di procedere col vestito vero e proprio. Mia madre mi ha aiutata a creare i cartamodelli e a tagliare i vari pezzi, che è stata la parte più ansiogena e lunga (solo per tagliare la gonna abbiamo impiegato un pomeriggio intero): la tensione di poter sbagliare su un tessuto così pregiato e costoso, temo, avrebbe fatto tremare e forse desistere chiunque.
La parte pallosa invece è stata mettere mano alla sottogonna, perché se cuci un abito devi cucire anche un sotto-abito. Ho comprato 7 metri di crinolina, che abbiamo tagliato in strisce alte 30 cm e arricciato per giorni. PER GIORNI, giuro. Saranno stati in totale 24 metri di arricciatura. Non ce la facevo più. |
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Scatti con il vestito il giorno del matrimonio. Foto di Enrico Sarchione.
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Completare il look: velo, scarpe, accessori.
Anche la preparazione del velo non ha vinto la mia simpatia – ok, {name}, avrai capito che ho cucito anche quello. Non era previsto in verità, ma a due settimane dal matrimonio ho deciso che non poteva mancare. Pensarlo, tagliarlo e applicarlo sulla pettinessa è stato semplicissimo e velocissimo, ma la cucitura dello sbieghino sul bordo è stata infinita: ho impiegato una domenica intera a portarla a termine.
E a quel punto mi sono detta: un secondo abito no? Così nella prima settimana di ottobre (da lunedì a sabato, quando ormai mancavano solo sette giorni) ho cucito anche un secondo abito, con modello simile ma non identico al primo: più corto, più leggero, smanicato e tutto in organza. Se il primo era elegante e pesante, il secondo doveva dare l’effetto di una bomboniera, pur mantenendo uno stile vintage (era proprio anni Cinquanta) e una lunghissima fila di bottoncini di perla. Perlopiù l’ho fatto per ballare, perché l’altro sarebbe stato troppo pesante. |
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Sottogronna (a sinistra), prova del velo e della corona di fiori (al centro), secondo abito in fase di creazione (a destra).
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Non ho dedicato troppo tempo agli accessori: scarpe comprate al volo e gioielli scelti tra quelli che avevo. L’unico tocco esuberante – come se non fosse già abbastanza l’abito completamente in pizzo – è stata la corona di fiori (che ho comprato, almeno quella): l’unico accessorio da capelli che avrei voluto indossare e che più di qualunque altro avrebbe rispecchiato la mia personalità, un po’ folle un po’ fiabesca. |
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Scrivere il rito (due sere prima).
L’ultima cosa che abbiamo fatto in ordine di tempo è stata scrivere il rito. Giusto perché il nostro officiante (che poi è mio cugino) è stato veramente un degno officiante e ci ha aiutato a capire che 1: una bozza di rito andava scritta e 2: l’ha scritta, prima di noi.
In effetti, per concludere, anche il rito era home-made, e così anche le promesse e un breve excursus sulla storia delle fedi che, {name}, puoi immaginare, non potevo proprio lasciarmi sfuggire. Scrivere le promesse è stata la parte più bella e difficile. Dopo aver dato un’occhiata online e aver cringiato come per i temi, abbiamo aperto Word e scritto ciò che sentivamo davvero. Due sere prima delle nozze.
Alla fine hanno pianto in molti e qualcuno ha commentato: «Si vede proprio che sapete scrivere». |
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Luogo del rito e dettagli. Foto di Enrico Sarchione.
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Decorare casa (la sera prima).
E cosa ho fatto l’ultimo giorno, quando Giacomo era già fuggito da una casa che stava per esplodere ed era arrivata in soccorso la mia testimone? Ho decorato casa, ovvio. Come? Con zucche, bacche e vasi di fiori. Le bacche (biancospino e pruno, perché quello offriva la natura intorno) le abbiamo raccolte in luoghi dove vado normalmente a fare le foto – le famose “fratte” dove al massimo puoi incontrare qualche cinghiale.
Nel rispetto di una tradizione che si perde nella notte dei tempi, abbiamo tolto dalle scatole le lenzuola, le coperte, gli asciugamani e le tovaglie “del matrimonio”. Non tanto (e soltanto) per fare bella figura, ma per tenere il filo dei legami e delle persone che ci hanno preceduto e che non ci sono più.
Ogni storia ha una trama, a volte anche una trama di stoffa. E stoffa e parole, {name}, per me sono cose serie. |
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Rinfresco e decorazioni a casa. Foto di Enrico Sarchione.
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Se lo rifarei?
Certo che sì! Non solo il matrimonio (quello era ovvio), ma tutta l’organizzazione.
Non era perfetta e non era rodata, ma è stato bellissimo portarla a termine e viverla senza perdere neanche un momento. Ho fatto con le mie mani e con le mie idee tutto quello che ho potuto fare (e se avessi potuto, avrei addobbato anche il ristorante, ma questo, ahimè, era impossibile). Non ho avuto limiti né costrizioni e non avere una terza testa a mediare tra progetto e realizzazione ha reso le cose molto meno stressanti.
Considera, {name}, che io detesto parlare al telefono con gli sconosciuti, e ciò ti basti.
Non l’ho ancora detto, forse perché non era così importante, ma non ho voluto né il parrucchiere né un truccatore né l’onicotecnica. Sono solo andata a farmi fare la ceretta. Tutto perché non volevo dover gestire troppe figure.
Gestire gli altri è ciò che faccio già abbastanza nel mio lavoro: non avrei proprio sopportato di farlo anche il giorno del matrimonio. Né avrei sopportato di dovermi spostare per appuntamenti e prove, che mi avrebbero impegnato e annoiato molto di più di qualunque altra decorazione fatta in casa. Questo ha naturalmente alleggerito il budget, come l’ha alleggerito la creazione di tutti gli abiti, ma non è stata solo una questione economica a guidare le nostre scelte.
Qualcuno direbbe che l’«l’attesa del piacere è essa stessa il piacere», e per me la creazione del “grande giorno” è stata parte del giorno in sé. Non potevo perdermela o affidarla a qualcun altro. Come il vestito volevo che mi (ci) appartenesse in ogni sua parte. |
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Ringraziamenti d’obbligo che non possono non fare: a mia madre senza la quale creativamente parlando non sarei ciò che sono (e che ha dipinto decorazioni, disegnato cartamodelli e accompagnato ogni fase di creazione degli abiti); a mio padre che, anche con le sue dita spesse, ha lavorato di fino a legare i nastri delle bomboniere e fatto tutti i lavori possibili e immaginabili per quasi due settimane (compreso: dipingere le sedie del portico, attaccare i lampioncini e mille altre attività che ho già dimenticato); a Giacomo, sul quale Art-Attack non ha avuto ascendenti, ma che si è occupato di tutte quelle parti noiose e burocratiche che io non sarei mai stata in grado di fare (e che comunque ha steso la colla dove serviva, e questo è stato di grande aiuto); a Veronica, che negli ultimi giorni è stata il preziosissimo aiuto senza il quale parecchie cose non sarebbero arrivate a conclusione.
E ringrazio anche te, {name}, perché se hai raggiunto la fine di questa mai così lunga newsletter, un ringraziamento te lo meriti proprio. |
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