Newsletter Dicembre 2024
E se il tempo muore?

Ciao {name}, 

anche dicembre è irrimediabilmente arrivato. Nonostante la massima con cui sto tentando di affrontare il passaggio ansiogeno al Natale – nature does not hurry, and yet everything is accomplished (Lao Tzu) – fatico a non pensare a quanto tutto vada sempre troppo in fretta.

Non molti giorni fa è stato il mio compleanno (32, se stai per chiederlo: non sono gelosa della mia età) e chissà se proprio il suo situarsi così alle porte della fine mi ha predestinata a interrogarmi con costanza sul trascorrere del tempo: forse sarebbe stato diverso se fossi nata in estate o in primavera? Se non avessi avuto il concludersi dell’anno e del mio anno così vicini?

Quando ancora faceva la neve (e avevo i capelli corti).

Dicembre, altro che più buoni.

Siamo tutti un po’ più ansiosi. O meglio, ansiati. Se fino a qualche anno fa la corsa era a comprare i regali, ora è a cercare le decorazioni, ad addobbare l’albero e a rendere “instagrammabili” in termini natalizi quanti più angoli della casa. Vige la sensazione diffusa – almeno per me – che le feste incombano: non come un’attesa bella, ma come un’ansia di arrivare primi, una corsa pressante, estenuante a non restare indietro, perché indietro, il mercato lo sa, c’è solo chi arriva tardi.

Intendiamoci, amo i social – cos’altro potrebbe darci lo stesso spazio per raccontare (e raccontarci) indipendentemente dal fatto che qualcuno legga? Quale strumento in teoria potrebbe essere più democratico? (E dico in teoria perché sappiamo benissimo che nella pratica non lo è, ma sempre meglio che avere uno spazio piccolo, sapientemente censurato e livellato dal denaro, che non averne affatto).

Ma c’è una cosa che dei social odio ed è l’affanno al Natale – che vale soprattutto per quella parte di Instagram su cui condivido foto e riflessioni (ah, no, riflessioni non più, perché ormai le scrivo qui): un mondo rasserenante e forzatamente “slow”, dove la lentezza si macina a passo anticipato e non si aspetta, non si gusta, non si lascia neanche arrivare.

Hai presente, {name}, che l’attesa del piacere è bla bla bla… ecco, i content creator dello slow living questo concetto l’hanno preso un po’ troppo alla lettera. Anticipare è meglio che vivere, e agli algoritmi piace questo elemento.

Tutti a fare foto natalizie, il mio concetto di novembre/dicembre è sempre un altro.

Il mercato ci distrugge.

Del resto è marketing, no? Sedersi a tavolino, stendere una progettazione (anzi, una programmazione) e stabilire cosa creare/postare quando sono tutte strategie di marketing e noi ne siamo così dentro che non ce ne rendiamo nemmeno conto. È il nostro pane quotidiano, amen.

Un altro aspetto, questo, che detesto della rete: si parla delle cose solo quando è il momento. Se lo fai senza calendario alla mano, giusto perché ne hai voglia, sei fuori. Ed è una riflessione quanto più interessante perché è nata proprio a scuola, nell’ultima settimana, quando uno studente mi ha chiesto perché della violenza sulle donne si parla solo a ridosso del 25 novembre. Chapeau.

Purtroppo va detto che i riti, tutti i riti, anche quelli che figurano come “Giornata Internazionale Di”, sono importanti: l’umanità ne ha bisogno per ricordarsi che il tempo non è proprio tutto uguale e che ci sono “rotture” alla regola (o alla monotonia della regola) che è bene rispettare. Per noi, per gli altri, per entità che forse da qualche parte esistono, o forse solo per rassettare il reale e compartimentarlo, così che il tutto, fatto a pezzetti, ci sembri meno immenso e più alla nostra portata.

Ma quando il rito diventa anticipazione del rito e affanno a rincorrere il “rito” stesso (che sia anche solo la ricerca della renna di bamboo comprata da Primark o della Yankee Candle al profumo di Christmas Eve*) non è più forse solo una questione di scansione del tempo. A meno che a “percepito” e “reale” (o “soggettivo” e “fisico”, se preferisci) non si aggiunga un terzo tempo, più rappresentativo del secolo in cui viviamo: quello virtuale.

 

*Non so se a Primark vendano davvero renne di bamboo, ma la Yankee Candle “Christmas Eve” esiste davvero, infatti mi chiedo di cosa profumi: pesce fritto e baccalà? 

Saltabeccare tra i contenuti.

Mi piaceva questo temine, {name}, che ho scoperto proprio negli ultimi giorni a scuola. “Saltabeccare” vuol dire procedere a piccoli passi saltando di qua e di là, ma in senso figurato può essere inteso anche come “passare a rapidi salti [...] da un ragionamento all’altro” (Treccani). Che è esattamente ciò che faccio nel mio tempo creativo.

Non so se “andare di palo in frasca” renda meglio l’idea.

Comunque per tornare al romanzo dopo quasi due mesi ho dovuto “saltabeccare” un po’: passando da un contenuto all’altro, da un interesse all’altro, da una storia all’altra. Da una pagina, anche, all’altra. Non ho dato retta a Stephen King e a tutti i corsi di scrittura creativa che dicono che SI FINISCE PRIMA LA STESURA E POI SI PASSA A LEGGERE: avevo bisogno di riprendere familiarità col testo, coi personaggi e con le situazioni.

È così che ho ripreso dall’inizio e non dalla fine.

 

Da qualche parte bisogna pur ripartire, fosse anche da una pagina bianca.

Revisionare i primi capitoli.

Quando si scrive è facilissimo passare a “che figata” a “che merda” stendendo e leggendo le stesse parti. L’entusiasmo è travolgente in fase di stesura: si pensa e si digita e non c’è proprio tempo per chiedersi se le cose siano state scritte bene, quindi di norma i capitoli si chiudono con una certa soddisfazione (anche con insoddisfazione, a volte).

Poi comincia la fase di revisione e le migliori certezze (una plausibile buona stesura, ad esempio) vengono meno in uno schiocco di dita. Pagine che ricordi grandiose, rilette a distanza di tempo, si rivelano delle vere oscenità, roba che ti fa chiedere: ma l’ho scritta proprio io? Ma è quella giusta? Ma avrò forse perso qualche pezzo per strada? 

È andata così nella revisione dei capitoli iniziali della storia. Il primo in particolare: per me è ancora lì con un grande punto interrogativo e il post-it “da sistemare” messo sopra (e non ho aperto il Prologo, che toccherò solo a libro finito, dita incrociate). Non si sono salvati il 4, già revisionato più volte ma in certe parti ancora molto ostico; il 5, che ho dovuto asciugare tremendamente; e soprattutto il 6, che ho quasi paura a rileggere un’ennesima volta per scoprire che non piace ancora.

Qualche eccezione per fortuna conferma la regola: il capitolo 2, che è quasi un miracolo. Rimasto scritto a metà per lunghissimo tempo, un bel giorno è filato dritto fino alla fine e ha richiesto solo la soppressione di qualche battuta qua e là. E sono contenta di poter dire che anche i primi capitoli del passato, dal 7 al 9, li ho trovati meglio di quanto credessi.

(Ora aspettati, {name}, che prima o poi mi rimangerò la parola).

Continuerò a revisionare col blocco dal 10 al 12, sul quale ho appena messo le mani, e confido di procedere spedita fino al 31, dove mi sono fermata. La mia speranza è che le parti più recenti, scritte tutte nel corso dell'anno, abbiano un livello più vicino a quello attuale, intendendo per attuale quello delle ultime revisioni. Perché, ahimè, anche lo stile cambia col tempo e, credimi, è una gran rottura di scatole.

Lo scarto stilistico: acerbità e maturazione.

Lavorando ormai da anni a questa storia, ho imparato a convivere con lo scarto stilistico che divide i capitoli vecchi dai nuovi: con le revisioni sto cercando di "limare", ma se non arrivo al punto di riscrivere completamente le parti (che è, in pratica, una seconda, terza, a volte quarta stesura) non sono soddisfatta.

La scrittura purtroppo cambia col tempo: cambiano i nostri standard, le nostre aspettative, la nostra selezione del “buono” e del “cattivo”: un po’ perché banalmente si cresce, un po’ perché, leggendo e confrontandosi – anche non scientemente – con la scrittura altrui, si finisce per assorbire e metabolizzare stili che prima non ci appartenevano.

Ad esempio mi è capitato di avere periodi di “scrittura difficile”, fatta di frasi lunghe, descrizioni lente e parole ricercate, alternata a fasi di “scrittura semplice”, più immediata e fresca, senza fronzoli. Ti assicuro, {name}, che non è facile mediare tra i due opposti, ma tutti arrivano a una “prosa matura”, quindi forse ci riuscirò anch’io?

O la prosa matura è solo un’illusione e si può continuare a “maturare” all’infinito?

A dicembre ti smonto il Natale.

Non sono il Grinch, non ho mai odiato il Natale – e chi potrebbe davvero?

Ho solo, diciamo, cambiato negli anni la mia percezione del Natale, che da tanto ormai considero solo la “festa della famiglia” e non l’ultra bimillenario compleanno di qualcuno. Dammi pure della sacrilega, {name}, so di esserlo.

E forse a questo non ci sarebbe stato chissà quale seguito se, un giorno di non so più quanti anni fa, non avessi scovato (e comprato) al mercatino dell’usato il libro che ha cambiato tutte le carte in tavola: Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande Festa, di E. Baldini e G. Bellosi – che per la cronaca è proprio uno di quei testi che porterei su un’isola deserta, oltre che una delle “ispirazioni bibliografiche” più importanti del mio romanzo.

È questo libro che ha smontato (anzi, decostruito) tutto. Così per me il Natale non ha perso appeal – cosa che generalmente accade, quando scopri che sotto l’albero i regali ce li mettono i “grandi” e non Babbo Natale – ma ne ha guadagnato: più spessore e più fascino, e soprattutto più oscurità.

Proverò a raccontarti qualcosa su questo mondo “tenebroso” nel corso del mese, anche senza abbandonare del tutto il sentiero che per le lande di un novembre nebbioso giunge proprio là dove l’oscurità si addensa: alla fine del tempo, sulla soglia sottile che divide questa realtà dall’altra.

Forse infatti non sapevi che...

Si accendo i lumi per i morti.

A Ognissanti, che poi è Halloween, ma anche a Natale. Che poi, ehm, è comunque Halloween.

Molti antropologi tendono infatti a considerare Halloween e Natale due facce della stessa medaglia, residui entrambi di “capodanni” antichi, che

 

[…] hanno preso strade diverse e assunto aspetti diversi principalmente per due motivi: il primo, […] sta nel fatto che, mentre la ricorrenza di Halloween si colloca nel pieno dell’autunno, cioè nel declinare del tempo verso il proprio esaurimento, verso il vuoto vegetale, verso il buio e il freddo, la seconda, il Natale, coincide invece col solstizio d’inverno, cioè col momento in cui i giorni cessano di accorciarsi per ricominciare ad allungarsi, dunque col manifestarsi di un’attesa inversione di tendenza che porta alla luce. Il secondo motivo sta negli esiti differenti della cristianizzazione: forte e riuscita (almeno in apparenza) per quanto riguarda il Natale […] e molto meno determinata ed efficace nel caso di Halloween, antico capodanno agrario che, nonostante la proclamazione concomitante della festa di Ognissanti, non si è mai liberato delle sue esplicite matrici cristiane.

E. Baldini e G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande Festa.

 

Così permangono ancora nella notte di Natale (e delle feste affini, come il Capodanno e l’Epifania) tratti velatamente inquietanti, stonati rispetto alla percezione luminosa di una “grande” festa. Per fare un esempio – ma uno solo perché ce ne sono tantissimi – l’abitudine di accendere i lumi proprio nella notte di Natale.

Candele per la notte di Natale.

Oscurità e fascino nella notte della Vigilia.

Mi capitava, quando ero più piccola, di chiedermi perché mia nonna comprasse gli stessi ceri dei morti in tre occasioni: per il venerdì santo, per Ognissanti e per Natale.

Quando lasciavamo il grande “open space” (che poi era una specie di garage) della sua casa, per andare a messa la notte della Vigilia, nonna era sempre l’ultima a uscire. Non chiudeva la porta se prima non accendeva un paio di quei ceri con la faccia di Padre Pio e li metteva sul camino, così quando spegneva le luci e si faceva tutto buio, restava in fondo alla stanza vuota solo il rosso sparso dei carboni morenti e quei lucori pallidi e gonfi di mistero.

Per me era pura magia.

Non so se nonna sapesse il perché dei riti che compiva, ormai non ricordo neanche più se gliel’ho mai chiesto. Ma aveva trascorso infanzia e giovinezza (e parte dell’età adulta) nella campagna profonda, assorbendo usanze e tradizioni che ripeteva meccanicamente, anche se a mente lucida sapeva che erano solo “tradizioni”.

Ho sempre pensato che quando è morta ha portato con sé parte di un patrimonio antichissimo, che solo quelli della sua generazione, sospesi nel solco tra retaggio e progresso, potevano conoscere.

Così infatti il tempo... muore.

I ritorni inquietanti che accompagnano Halloween e Natale sono legati al passaggio delle stagioni: anticamente, e anche a causa delle fasi del lavoro agricolo, il tempo era percepito come ciclico. Un eterno ritorno che le stagioni rappresentavano bene.

Si trattava di una raffigurazione rassicurante, non priva però di aspetti instabili: nell’ordine regolare delle cose e del cosmo, i momenti dei solstizi e degli equinozi rappresentavano una specie di “rottura”, che poteva essere accompagnata da ansie e timori. Succedeva soprattutto tra autunno e inverno, nella fase dell’anno in cui la luce e il clima subiscono i mutamenti più evidenti e inquietanti: le giornate si accorciano e vanno irrimediabilmente verso una “strettoia”.

Così il capodanno diventava un punto di fine e di inizio, di morte e rinnovamento, e rappresentava la più instabile e pericolosa di queste fratture. E se il tempo non avesse ripreso a scorrere correttamente? E se il sole, in qualche maniera, fosse morto?

 

The last of the spirits, John Leech, 1843, illustrazione per Christmas Carol di C. Dickens.

Novità in arrivo a dicembre.

Ne riparleremo in un video “lungo” che uscirà sul mio canale durante questo mese. La questione è complessa e il tema immenso, così proverò a soffermarmi su uno solo dei suoi aspetti: come dall’idea del tempo che muore e rinasce, proprio a cavallo del solstizio d’inverno, si sia arrivati al giorno natale di Cristo.

Parte della questione, con un taglio diverso, l’ho già affrontata nel video che trovi qui sotto, uscito nel Natale del Covid, quando eravamo tutti a casa a non saper che fare.

GUARDA IL VIDEO

Fonti usate per la scrittura di questa newsletter:

S. King, On writing.

E. Baldini e G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa.

D. Balestracci, Attraversando l'anno.

Un libro consigliato: Tenebroso Natale.

Se la questione del “Natale oscuro” ti intriga, {name}, non posso che consigliarti proprio questo libro.

Gli spunti a cui ho accennato fin qui sono solo una piccolissima parte di quelli che puoi trovare nel saggio di Baldini e Bellosi, che scandagliano il Natale fin dai suoi primissimi antenati/parenti e passano in rassegna molti degli aspetti che ancora lo caratterizzano: i suoi simboli, le sue usanze meno “ortodosse”, i suoi personaggi, le sue credenze, le sue superstizioni.

Scoprirai che anche dietro la Befana e Babbo Natale si nascondono ritorni inquietanti e che nessuna regione d’Italia è esente dal riemergere del sommerso e del pagano, perché anche se la conversione è riuscita, lo è stata a un prezzo: aver inglobato e raccolto tutti i riti, le paure e le angosce che c’erano prima.

Ti ringrazio per avermi letta fin qui.

Se hai domande, curiosità, commenti sul contenuto di questa newsletter o idee da proporre per i nuovi contenuti online, non esitare a scrivermi!

Puoi contattarmi sulla mia mail nupost.nr@gmail.com oppure sui miei social. A volte rispondo tardi, ma rispondo.

A presto e buone feste,

Nu.

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