Newsletter Giungo 2024
A kind of magic

Ciao {name},

come stai? Senti già sapore d’estate o anche da te persiste un curioso maggiembre di pioggerella e, come direbbero nella Bohème, cieli bigi?

In realtà sto amando la temperatura di queste ultime settimane, nonostante il poco tempo che ho potuto dedicare alla scrittura. Quando lavori a scuola, maggio diventa un mese infernale: la scrivania si riempie di pacchi di verifiche da correggere e la bacheca del registro elettronico di “vademecum” per gli “adempimenti di fine anno”. Dicitura forse innocente, ma temutissima da chi è del mestiere.

Dall’altro lato della cattedra.

Te l’assicuro, {name}, la parte più difficile è dare agli studenti una valutazione in numeri. Ho scelto “per vocazione” le parole e le storie, quindi capirai che non mai avuto simpatia per le cifre, soprattutto quando servono a sostituire le persone (e anche a farti dire che sono “l’unica arma”, in un arsenale di “armi” che ormai tutti definiscono spuntate).

Ma mentirei se dicessi che dare i voti è l’unica cosa che non mi piace di questo lavoro. In cima alla graduatoria degli “indesiderata” c’è la correzione dei compiti: un’attività mortalmente noiosa e spesso inquietantemente complessa. Capita di sentirsi filologi o paleografi a dover interpretare certi strambi segni che solo con una buona dose di ottimismo si potrebbero definire lettere. L’alternativa è tra insegnare a scrivere in corsivo e accettare stoicamente i geroglifici, o alzare bandiera bianca e arrendersi allo stampatello.

Non sto qui a dirti, poi, che il concetto di wall of text assume nei temi d’italiano un’essenza tutta sua: i punti, questi sconosciuti, non esistono praticamente più e il punto e virgola è cugino stretto dei fossili di dinosauro. Le virgole godono di buona salute, ma sono sparse come le lattine vuote per le strade: completamente a caso. Il successo maggiore, comunque, lo riscuotono i puntini di sospensione, il cui numero varia abitualmente da due a dieci, sebbene l’errore più comune sia uno e uno soltanto: il “fu” con l’accento. L’ho corretto così tante volte che tra poco comincerò a sbagliarlo pure io.

E adesso che ho terminato questa edificante classifica, mi sento un po’ come quei fossili di dinosauro: rimasta a un’altra epoca, forse a una mai esistita, anche perché, come mi ha fatto notare qualcuno, “il punto non si mette, sennò sembra che sei arrabbiato!”.

Scrittura e revisione: capitoli 22 e 23-26.

Tra una correzione e l’altra, il romanzo è andato avanti a singhiozzo. Ho terminato il capitolo 22 e, arrivata alla fine, mi sono sentita completamente svuotata. Era un punto importante, progettato da tantissimo tempo e ancora mai steso. Portare a termine gli snodi fondamentali mi fa sempre questo effetto: prima mi carica, poi improvvisamente mi sgonfia. È difficile ritrovare la motivazione per riprendere subito.

Il capitolo 22, inoltre, chiudeva il “terzo blocco” della storia del passato e questo, pur non mettendo un vero punto e a capo, ha senza dubbio abbozzato almeno un punto e virgola. Ho dovuto prendere un momento di respiro dalla storia di Ty. e immergermi per qualche pagina in quella di Na., azzardando una breve revisione dei capitoli 23-26, ambientati nel 1985. So che non avrei dovuto farlo, ma era necessario per riprendere i fili della storia e valutare la trama nella sua interezza.

I gatti assistenti nella scrittura.

Mi chiedo troppo spesso, ormai, se non valga la pena dividere il primo romanzo in due parti (anche considerato che ho già sforato il limite delle 400 pagine), ma proprio non riesco a trovare una cesura che valga la pena approfondire. Forse una storia che nasce con un inizio e una fine, seppur parziali, deve essere lasciata così com’è.

Sfidare sé stessi: scrivere di magia.

Tra le difficoltà di questi capitoli, comunque, ce n’era una che vale la pena raccontare: quella della magia. Sfida per i personaggi, che avrebbero dovuto agire, e sfida per me, che avrei dovuto raccontare.

“Scrivere” la magia è qualcosa di molto particolare: nulla che puoi aver visto o vissuto o che puoi narrare aggrappandoti ai pezzi di un mondo vero. Nei film si può vedere, ma in un romanzo va raccontata. E come si fa? Non credo esistano guide che lo spiegano, né penso sia sufficiente ridurre il campo a “così meravigliosa da non potersi dire” perché, parafrasando Stephen King, chi scrive deve sempre sapere come dirle, le cose.

 

Tutti noi abbiamo ascoltato qualcuno lamentarsi: «Accidenti, era così perfetto (o strano/divertente/orribile)… da non riuscire a raccontarlo”». Voi dovrete esserne in grado, […] invogliando il lettore a sentirsi partecipe fino al midollo.

(S. King, On writing).

 

L’aspetto difficile della magia nei libri riguarda la sua manifestazione: come, cosa è la magia? Che aspetto ha? Si vede? Si sente? Può essere percepita? Che sensazioni dà? È solida, liquida, gassosa?

Per rispondere forse bisogna fingersi un po’ registi e un po’ creatori di effetti speciali. Almeno io ho fatto così: me la sono figurata come se fosse un film e poi l’ho trasposta nel mondo sensoriale. Doveva essere credibile e concreta, non soltanto accennata o risolta in poche parole. Purtroppo no, non mi sarei accontentata di una formula magica sulla falsariga dell’abracadabra.

Sandys Frederich, Morgan le Fay.

Giugno, un mese... magico!

A proposito di magia, dopo le metamorfosi di maggio, giugno si apre con un colpo di bacchetta: tutti i video in uscita su Instagram, YouTube e Tiktok saranno in tema magico!

Pescando da fonti interessantissime sull’argomento, come Il ramo d’oro di James Frazer o L’Italia dei miracoli di Marino Niola, sono andata alla ricerca della magia “vera”: quella folklorica, mitologica e popolare. Quella che gli antichi credevano basarsi sul ripetersi ciclico e rituale degli eventi e che non aveva lo scopo di cambiare la realtà ma di propiziarla, assecondandola nella sua giusta esecuzione e ripetizione.

Ti suona vagamente curioso, eh {name}?

Leonardo Alenza, The Coven.

Eppure, forse non sai che…

La magia ripete, non trasforma.

Cos’era esattamente la magia per le civiltà antiche? Lo spiega bene l’antropologo J. Frazer, quando dice che la magia è «sorella bastarda della scienza».

 

Fin dai tempi primordiali, l’uomo è sempre andato alla ricerca di regole generali con cui modificare l’ordine dei fenomeni naturali a proprio vantaggio e, in questa sua millenaria ricerca, ha collezionato un’enorme quantità di queste regole, alcune d’oro, altre semplicemente di scorie. Le regole veritiere, o auree, formano il corpo della scienza applicata […], quelle false sono la magia.

(J. Frazer, Il ramo d’oro). 

 

La magia popolare, quella antica, non si basava dunque sull’esigenza di mutare o trasfigurare la realtà, ma di aiutarla a seguire correttamente il suo corso, perché, come la scienza, partiva dal presupposto che «i processi della natura siano rigidi e invariabili nel loro operare» (Frazer). Per questo gran parte della magia popolare riguarda gli agenti atmosferici (la propiziazione della pioggia o del sole), la buona riuscita delle azioni umane (la caccia o la guerra) e naturalmente la fertilità.

William Waterhouse, Jason and Medea.

Difendersi dalle arti oscure.

Ma esisteva anche una magia più pericolosa e più torbida: quella che potremmo chiamare “nera”, fatta di malefici e fatture, che aveva lo scopo preciso di colpire, ferire e far del male a qualcuno attraverso azioni a distanza.

Ne sapevano qualcosa, ad esempio, i Romani, che avevano l’abitudine di incidere le loro maledizioni (in latino incantamenta) su laminette di piombo che seppellivano nel terreno o gettavano nelle fonti. L’idea era farle giungere rapidamente agli dèi del sottosuolo, gli dèi “inferi”, perché spettava a loro esaudire le richieste empie o malvage.

Anche il piombo aveva probabilmente un suo valore simbolico: duttile ma resistente, avrebbe mantenuto intatto nel tempo il potere che gli incantamenta latini portavano con loro. E davvero l’ha fatto: perché il piombo si è conservato nei secoli ed è giunto fino a noi, com’è accaduto a Roma, nella fonte di Anna Perenna, dove oltre alle formule magiche gli archeologi hanno rinvenuto anche “malefici” peggiori.

Louis-Maurice Boutet de Montve, La leçon avant le sabbat.

Verso il solstizio d’estate.

C’erano nelle credenze antiche momenti particolari dell’anno, durante i quali era più che mai essenziale propiziare il corso regolare delle cose: del tempo, della stagione, degli agenti atmosferici. Questi momenti erano legati al cambio delle stagioni, motivo per cui tutt’ora, a cavallo degli equinozi e dei solstizi, sopravvivono credenze e usanze di origine antichissima.

L’avvento del Cristianesimo ha cambiato i nomi delle celebrazioni “pagane” ma raramente ne frenato la sostanza. Nella maggior parte dei casi, ha semplicemente assimilato i riti e li ha fatti propri, tollerando per secoli l’inferenza dei culti popolari che continuavano a riemergere.

È il caso della notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno: una celebrazione cristiana che cade quasi in contemporanea col solstizio d’estate e che, forse più di altre, conserva ancora abitudini dal sapore magico. Vi è capitato ad esempio di preparare l’«acqua di San Giovanni»? O di raccogliere l’iperico, l’«erba di San Giovanni», proprio in occasione di questa data?

Raccogliere l’iperico prima del tramonto (parecchi anni fa).

Magia, religione e paganesimo.

Avrai capito, {name}, anche dai contenuti che pubblico online, che sono enormemente affascinata da quello strano e inquietante mondo rituale che oscilla tra pagano e cristiano. Ho affrontato molte volte questo tema, indagando le origini di Halloween e del Natale o ricercando nei simboli “innocenti” delle feste (del Carnevale o dell’Epifania) i legami tenebrosi con un “mondo altro”, più problematico e struggente, e come tale anche più affascinante.

Se la questione interessa anche te e vuoi approfondirla, ti suggerisco due libri sul tema.

 L’Italia dei misteri, di Marino Niola. 

Dove si scava tra le celebrazioni, i riti e i luoghi prettamente cristiani, che tuttavia celano un substrato di rimandi pagani ancora molto forti.

 Attraversando l’anno, di D. Balestracci. 

Dove si affronta densamente il tema del calendario e delle feste popolari-pagane attraverso l’analisi di consuetudini ancora diffuse e il loro confronto con celebrazioni simili (o almeno corrispondenti) nel mondo antico, medievale e moderno.

Un libro consigliato.

Avevo l’imbarazzo della scelta per questo mese, ma avendo già citato un paio di saggi, questa volta ti consiglio un romanzo: Le metamorfosi (L’asino d’oro) di Apuleio.

Lo so, è un libro che ha quasi duemila anni, ma è di un’attualità stordente! Confesso che l’ho letto soprattutto perché contiene la favola di Amore e Psiche e al contempo ho trovato il resto quasi più interessante. Il punto di vista è particolarissimo, perché permette di immergersi davvero dentro il mondo antico. Non da turista che guarda i resti archeologici, ma quasi da viaggiatore nel tempo che si ritrova catapultato in un’epoca lontana e che improvvisamente ne entra a far parte.

Al di là della storia, ho amato di questo libro gli elementi quotidiani, interessantissimi per scoprire spunti (anche magici) sulla civiltà romana che magari diversamente sfuggirebbero.

Ti ringrazio per avermi letta fin qui.

Se hai domande, curiosità, commenti sul contenuto di questa newsletter o idee da proporre per i nuovi contenuti online, non esitare a scrivermi!

A presto,

Nu.

youtube  instagram  tiktok