Newsletter Settembre 2024
Mirabilia

Ciao {name},

l’estate troppo breve è giunta a conclusione anche quest’anno. Ieri, primo settembre, l’anno vecchio si è concluso ed è iniziato il nuovo: emotivamente, drasticamente, celermente. L’hanno detto anche alla radio che il vero capodanno ormai è settembre, non gennaio, quando l’inverno semplicemente continua e c’è quella tristezza apatica che accompagna la scomparsa delle decorazioni di Natale.

A settembre invece c’è la frenesia del nuovo inizio, l’attesa pruriginosa di qualcosa che sta per cominciare: quasi una “vita” che si rinnova, come si rinnova il sole, e come si rinnova (sono di parte, lo so, ma ci siamo passati tutti) l’anno scolastico.

Così se l’esistenza ha delle fasi, in questo strambo secolo di luci e ombre in cui viviamo, e ogni fase può definirsi “anno”, quell’anno ha inizio col sorgere di settembre e si conclude puntuale al tramontare dell’ultima luce di agosto.

Ma il giorno dopo, intendiamoci, non è Halloween.

L'estate al tramonto.

Impressioni di settembre: scuola e dintorni.

Avrai provato, {name}, almeno una volta, la sensazione che accompagna l’inizio della scuola: l’odore delle cartolerie, con tutti i manuali appena stampati, l’inchiostro colorato e le matite nuove; il rivedersi casualmente insieme a ordinare i libri, sventolando una copia fitta di codici ISBN che era quasi un mistero capire da dove arrivasse; il dibattitto canonico tra i genitori sull’aumento dei costi. E poi evidenziatori, quaderni, diario.

La scelta del diario per me era sempre una specie di rito: era l’oggetto che più di tutti preannunciava il nuovo anno: forse perché sarebbe durato la parte del tempo che contava o che andava contata (i nove mesi di scuola) o perché, da piatto che era, passando le stagioni, si sarebbe gonfiato per conservare carte e disegni, biglietti del cinema, fotografie, pezzi di vita che andava e passava e che, se restava, restava lì coi compiti e con le frasi, con le citazioni dei film e le “battute pessime” dette in classe durante le lezioni.

Ormai nessuno compra più i diari.

Stando dall’altro lato della cattedra cadono molti veli: scopri chi compila l’ordine dei libri (il coordinatore) e come si supera in fretta il tetto di spese. Scopri, anche, come funzionano davvero gli esami di riparazione, o per meglio dire come non funzionano.

Verbale distopico di una finta promozione.

Anno 2124. Il consiglio della classe “…” della scuola “…” a “…” si riunisce nei locali della sede centrale per promuovere gli ignavi e accettare senza possibilità di protesta una decisione di sanamento già presa.

Il consiglio della classe “…” sa che il solo salvagente di una scuola che affonda è l’elargizione delle promozioni: i grandi della terra leggono le situazioni in linea teorica, costruiscono il loro paravento sul numero degli iscritti e sganciano il paracadute di una pensione anticipata che possa salvarli un momento prima che le fondamenta si sgretolino. Non sempre difendono i fanti che imbracciano le armi per loro, ma si siedono al tavolo della partita e giocano davanti alla scacchiera per proteggere il re, anche se i pezzi tra la prima e la seconda fila gradatamente cadono.

Nella scuola “…” di “…”, la partita a scacchi comincia con netta disparità tra bianchi e neri: dopo molto tempo passato a consigliarsi, ai pedoni non restano molte armi da giocare. Chi guida la partita ha da dire che «su carta» la squadra avversaria può essere facilmente battuta. Il problema sono i pezzi, i pezzi che non sanno lavorare. Che funzionano male. Che nonostante la maggioranza numerica vacillano (deve esistere un universo parallelo in cui tutto il consiglio di classe scende in campo insieme ad affrontare la trincea con elmetto e penna rossa, mentre dall’altro lato si costruiscono barricate coi banchi e fioccano insulti e bestemmie che alla terza sospensione non ha neanche più senso considerare se la sanatoria è già decisa).

Così il collega di “…”, materia che ha lasciato sul campo generazioni intere di studenti, pur fissando il totale (12) dei voti delle quattro prove, firma la sua resa e con lui l’intero battaglione cade, piegando il capo a dea Promozione e immolando sull’ara della Dispersione Scolastica il sangue ormai livido dell’intera istituzione.

«Abbiate memoria di quando le scuole erano anche nei piccoli comuni», si leggerà sulla tomba del comprensivo defunto, «fui finché divenni ultima spiaggia e poi soltanto “ultima”.» Amen.

Capitoli 29-31: ispirazioni, suggestioni e fonti.

Avrei voluto come sempre scrivere di più, ma ho concluso due capitoli (29 e 30) e mezzo (31) e sono abbastanza soddisfatta. Le vacanze al mare prima e in montagna poi mi hanno concesso il giusto grado di ispirazione e rilassatezza: avrei solo voluto che durassero di più!

Al mare, nonostante le temperature da ebollizione, mi sono ricavata il mio spazio su un balcone in ombra spazzato da un vento meraviglioso, il silenzio rotto dalle voci confuse dei campeggiatori in piscina e la luce intorno che stemperava pacifica con l’approssimarsi del tramonto, quando la spiaggia si profilava in lontananza come una specie di premio. Ho scritto per pomeriggi interi e sono andata al mare quando tutti tornavano a casa, a godere del fresco della riva stanca e dei colori rosa-azzurri del cielo, dove volavano i gabbiani e un sacco di fidanzati fotografavano fidanzate avviluppate dallo spettacolo delle nuvole fuse. A pensarci ora, che domani si torna a lavorare, già provo una nostalgia immensa.

In montagna ho cercato le suggestioni di settembre sui declivi gialli di grano tagliato, tra i rovi torbidi di more e i sentieri persi nel verde che si fa azzurro man mano che sale verso il cielo. Ha piovuto a intermittenza, costringendoci a riesumare le felpe (le felpe!) dagli armadi. Premio di quelle giornate di scrittura, meno intensa e più tormentata, sono state le passeggiate sotto un orizzonte plumbeo e corrucciato, immersi in una vegetazione senza nome e forma, per strade che non hanno mete e asfalto che stenta a tenere la consistenza.

Questo è da sempre il mio luogo di riconciliazione: qui la notte è più nera e le giornate più lente, la natura è più selvaggia e il silenzio più profondo. Quando scende la sera, solo le luci dei lampioni creano una labile barriera contro l’oscurità e il nulla. Dove i lampioni non ci sono inizia la pertinenza del buio, ed è incredibilmente affascinante.

Mirabile dictu: scrivere d’amore.

Ti racconterò, {name}, che ho scritto d’amore e l’ho fatto un po’ a caso, senza sapere come si fa. L’amore è difficile da raccontare, è difficile da non banalizzare. Lo spettro tra il dettaglio anatomico e il più accademico ma ellittico “l’alba li trovò abbracciati” è vasto e disorientante.

Cosa va detto? Cosa va censurato? Come va raccontato?

Non è semplice stabilire quanto i personaggi dicano e quanto facciano. O quanto riflettano. Non è facile tenere un ritmo che non si risolva in poco e nulla o in troppo e trash. Non è facile essere realistici e non scontati. Il giusto equilibrio è quasi un’utopia.

Ho preso qualche spunto dal romanzo che stavo leggendo nel frattempo, Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi, e per il resto mi sono lasciata guidare dall’istinto e dalla musica: Bright eyes, di Art Garfunkel, già colonna sonora del mio “sotto le stelle” di qualche capitolo e qualche newsletter fa (se vuoi rileggerla, è quella di marzo 2024, Di luci, ombre e cadute). Mi è tornata in mente per caso, perché Instagram me l’ha suggerita. Per una volta ringrazio gli algoritmi.

Il resto sono ciambelle che escono col buco, ma anche senza, e per fortuna c’è tempo per sistemarli, i buchi, dove serve.

Mirabile visu: settembre di stravaganze.

Dopo un luglio “per terra e per mare” e un agosto “d’acqua e di fuoco”, settembre sarà un mese di stravaganze e meraviglie: proverò a raccontarti qualche storia eccentrica e poco nota: miti, leggende, credenze strane, forse reali o forse che no. Parleremo di mostri e di metamorfosi, e di metamorfosi che generano mostri.

Sarà solo un anticipo dei mostri più oscuri e inquietanti, che arriveranno con l’autunno tra ottobre e novembre.

A proposito, forse non sapevi che...

Vipere volanti e altre follie.

Immagina di essere un ecologista che vuole ripopolare il mondo con animali velenosi. Come fai? Raccogli una matassa di vipere, la chiudi in una scatola, sali su un elicottero e sorvoli il bosco: le vipere, ancora nella scatola, le butti dal finestrino. Atterrate, may day, incredibilmente integre, le vipere colonizzano il mondo e forse distruggeranno l’umanità.

Sembra la trama di un film di alta tensione, altro che Lo squalo.

Eppure in Italia, tra gli anni ’70 e gli anni ’90, molti hanno creduto che fosse reale: una delle più strambe e grottesche leggende metropolitane mai sorte nel nostro paese. Le vipere non erano veramente rimesse in natura, tantomeno dagli elicotteri, ma la leggenda era così radicata che sembra trovare attestazioni persino in Svizzera e in Francia!

I miei genitori ancora ricordano di un tale che anni fa sosteneva di aver visto lungo un sentiero di montagna di una di queste scatole piene di vipere. Che del resto non è troppo diverso da chi, tutt’oggi, crede ad altri creepy pasta più o meno simili, con la differenza che li chiama “complotti” e non leggende.

Volantino affisso per scherzo sulle colline intorno a Genova, 1990.

Prima che arrivi Halloween: la fanciulla cadavere.

Come chi ha creduto alle vipere che volano, c’è anche chi ha creduto a questo video di YouTube.

L’hai visto anche tu, {name}?

Io sì, moltissimo tempo fa, ed era divertente credere che fosse reale. La perfetta storia di Halloween, da raccontare a luce spenta con la torcia sotto il mento, tutti seduti in cerchio, prima di arrivare sul finale e gridare forte «BOOH!».

Frame dal video.

Naturalmente non si tratta di un filmato autentico, ma di un vero e proprio cortometraggio del registra portoghese David Rebordão.

Ispirandosi dichiaratamente a The Blair Witch Project, Robordão ha rivisitato la celeberrima storia dell’«autostoppista fantasma» in una variante particolarmente diffusa nella penisola iberica, in cui la ragazza appare in prossimità della curva dove ha perso la vita. In qualche caso, lo fa per avvisare gli automobilisti della pericolosità della strada e salvare la loro vita; in altri, agisce mossa dalla stessa malevolenza e, spaventandoli proprio mentre stanno affrontando la curva, il fa sbandare e morire, esattamente com’era successo a lei.

T. Braccini, Miti vaganti, p. 86.

Anche questa leggenda ha degli antecedenti piuttosto antichi. Uno dei più interessanti è quello di Filinnio e Macate, di cui ho già parlato anni fa in questo video e di cui riparleremo: ci aspetta una lunga parentesi di fantasmi e morti che tornano nei prossimi mesi!

Fonti usate per la scrittura di questa newsletter:

T. Braccini, Miti vaganti.

Un saggio consigliato.

Delle «leggende contemporanee», ovvero di storie non vere ma ritenute tali da chi vive in una certa epoca, parla approfonditamente Tommaso Braccini nel libro Miti vaganti: un testo agevole, molto divertente da leggere e interessantissimo, che parte dal presupposto che tante “leggende” diffuse nel nostro tempo siano solo la versione più recente di storie antichissime, i cui antenati possono essere rintracciati in fonti cinquecentesche, medievali o addirittura romane.

Ogni versione dello stesso «tipo» ha caratteristiche che cambiano a seconda del tempo e del luogo che l’hanno partorita, ma presenta alcuni elementi di base immutati, quasi una struttura ossea interna, che è possibile decodificare e in parte spiegare.

La conclusione a cui si arriva è che le paure, le ansie e i desideri dell’umanità hanno subito cambiamenti, sì, nella forma, ma forse non nella sostanza.

Un romanzo consigliato.

A conclusione di questa newsletter, {name}, ti consiglio il romanzo che ho letto nell’ultimo mese e che un certo senso mi ha ispirata anche nella scrittura dei capitoli del libro: Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi.

Per quanto mi suonasse sconosciuto, ha riscosso un successo notevole, anche considerando che l’autore è poco più di un esordiente e la casa editrice non è (o non era) troppo famosa. Il testo è lungo (800 pagine) e non sempre leggerissimo, ma nel complesso si tratta di uno dei romanzi migliori che ho letto negli ultimi anni. È originale e strano, poetico ma anche molto divertente (di un’ironia sottile, a tratti nera, mai scontata).

La forza di questo libro sta, a mio parere, nell’essere esattamente ciò che le guide per gli scrittori suggeriscono di non scrivere: è lunghissimo, ha una storia tutto sommato banale e piuttosto semplice, ha tanti personaggi spesso privi di un “ruolo” o di una “funzione”, non ha linearità e non ha una prosa asciutta; usa un linguaggio ricchissimo, quasi enciclopedico, e una pluralità di punti di vista che si associano a un continuo cambio di registro che qualunque guru-di-scrittura bollerebbe come esagerati e non necessari. La prosa dell’autore è varia e cambia da capitolo a capitolo in modo talvolta straniante; c’è qua e là qualche paragrafo che sfiora il flusso di coscienza e che pertanto risulta faticoso da concludere, e non tutte le situazioni secondo il mio punto di vista si risolvono al meglio, ma nell’insieme è un libro intenso, vorticoso, ricco e originalissimo, che fa piangere e ridere senza soluzione di continuità.

Non ultimo: i suoi personaggi sono riusciti, anche se compaiono e a volte durano il tempo di un capitolo, per dissolversi e svanire senza condurre a nulla.

Ammetto che l’ho apprezzato ancora di più perché è ambientato nel ’44 e perché mostra con taglio decisamente insolito e irriverente (quasi alla Jojo rabbit) l’universo nazifascista e i personaggi (veri) che lo hanno animato.

 

Ti ringrazio per avermi letta fin qui.

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A presto e buona ripartenza!

Nu.

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