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Ciao {name},
è già passato un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Forse non un mese pieno, ma il tempo continua a divorare inesorabilmente tutto, proprio come un incendio che brucia.
Gennaio, potrei dire, è stato un mese di fuoco: molti impegni lavorativi, molto tempo passato a leggere, molti camini accesi (delle tre, fortunatamente solo della prima avrei fatto volentieri a meno). Ma ho cominciato a lavorare su un video lungo che si è rivelato assai più lungo del previsto: l’effetto è stato simile al propagarsi delle fiamme dentro un bosco… qualcosa che al principio sembra gestibile e di poco conto, e che tuttavia, lasciato avanzare, diventa enorme e incontrollabile.
Tutta questa prosopopea per dire che sono ancora alla stesura dello script, e cioè in alto mare. |
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Dentro e fuori la comfort zone.
Circa un anno fa – era il 5 febbraio 2024 – usciva la mia prima newsletter. Non so, {name}, se tu l’abbia ricevuta, ma un “quasi” anno mi sembrava l’occasione migliore per raccogliere tutte le newsletter in un archivio, dove potrai leggere ogni volta che vorrai. L’archivio sarà accessibile solo agli iscritti, dalla mail di benvenuto e dalle newsletter che arriveranno.
Quando ho cominciato parlavo di “rompere il muro della comfort zone”, consapevole che per uscire dal loop del rimandare “a domani” fosse necessaria un’azione forte. Appunto, una rottura. Ma anche il coraggio di rischiare, perché “fatto” è meglio che “perfetto”. Start before you’re ready, insomma. La perfezione è perlopiù qualcosa di illusorio. |
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Un anno fa, alle prese con la prima newsletter.
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A distanza di un anno, ciò che non era zona di comfort lo è diventato. Non so se possa servirti, ma queste sono le cose più importanti che ho imparato:
1. L’organizzazione è importante, ma creare progettazioni cavillose è più dannoso che utile.
2. La flessibilità dev’essere parte del processo: non una regola, ma un’eventualità da tenere sempre in considerazione.
3. Per stare online servono spalle larghissime e un imponente menefreghismo.
4. I social sono ondivaghi e le delusioni vanno affrontate con stoicismo, perché non mancheranno mai.
5. La fissità è controproducente, mentre mettersi in discussione con costanza è fondamentale.
Hai presente, {name}, quando si dice: “Io sono così e non posso cambiare” o “Devo essere me stesso/a”? Nulla di più stupido, secondo me. Non siamo monoliti, possiamo cambiare se vogliamo. Sicuramente non con uno schiocco di dita, ma possiamo. E non è male prendersi le proprie responsabilità di tanto in tanto.
Quanto all’essere se stessi, poi, cosa vuol dire esattamente? Dove comincia e finisce il limite dell’odierno “se stessi”? Perché con ogni probabilità i “se stessi” di oggi difficilmente corrispondono ai “se stessi” di ieri o di domani. |
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Febbraio arde e ghiaccia.
Per riassumere i contenuti che arriveranno a febbraio, citerò l’ossimorica definizione che Petrarca dava del suo non trovar pace: «ardo, et sono ghiaccio». Sarà infatti un mese di fuoco e fiamme, ma anche di neve e gelo. Prima che l’inverno passi, e dopo un gennaio vampiresco, ti racconterò di quando il freddo era freddo serio e il caldo ardeva in tutti i sensi.
Ho tratto lo spunto dagli incendi che hanno devastato la California nelle ultime settimane. Non tanto per il fuoco in sé, quanto per le dietrologie che ne sono nate. C’è stato chi, subito, ha gridato al complotto, tirando dentro il classico presunto progetto di una “nuova Hollywood” e l’immancabile ricerca del capro espiatorio di turno. Quante volte è già successo? Quanto di simile, ad esempio, accadde nel 64, a Roma, in occasione di un altro grande e spaventoso incendio? |
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Incendio su Roma, H. Robert, 1771. |
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Te lo racconterò più nel dettaglio in due video lunghi che usciranno sul mio canale nel corso del mese (verosimilmente a distanza di un paio di settimane l’uno dall’altro). Ho in programma anche dei video brevi in tema storico, dall’antichità al medioevo, e una collaborazione da aggiungere alle due uscite proprio negli ultimi giorni, una dedicata alla Giornata della Memoria e l’altra alla nascita del mostro più noto di tutti i tempi.
Domani 31 gennaio invece sarò in diretta alle 19:00 sul canale di OkMirko: sarà la nostra prima live e ci faremo una chiacchierata su questioni di attualità, prendendo spunto anche delle cose che ci sono successe negli ultimi mesi di contenuti online. |
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A proposito, forse non sapevi che...
Il fuoco sulla collina*: da Nerone a Elon Musk.
Restando in tema California, leggevo in questo articolo di Michela Rovelli, uscito per il Corriere, come roboanti nomi si siano schierati dalla parte della «soluzione semplice»: per motivi politici ed economici o per mostrarsi, dall’alto dei loro milioni, similissimi a noi. Primi inter pares, direbbero i Romani.
I «problemi complessi» ci fanno infatti questo effetto: annichiliti dalla loro inevitabilità, subiamo troppo la tentazione di cedere alla risposta facile. Tutto questo, scrive la Rovelli, «fa leva sul nostro bisogno di capire e riporre ciò che non riusciamo a capire in uno schema preimpostato: la colpa dev’essere di qualcuno. La classica struttura da cui nascono tutte le fake news e le teorie del complotto». |
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Nerone a Baia, Jan Styka, 1900 circa. |
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Fu evidentemente un complotto anche quello che si accese a Roma, nel 64, quando l’incendio distrusse buona parte della città. E non è l’unica somiglianza inquietante tra due eventi distanti di oltre 1900 anni: anche allora, come ora, furono probabilmente i “grandi” nomi dei ricchi senatori a direzionare le accuse verso un imperatore, che, per quanto (ma sembra non ancora) odiato, difficilmente può essere considerato il vero responsabile della catastrofe. |
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*Forse il Fuoco sulla collina non ti dirà più di quanto letteralmente significhi, ma il riferimento è a una canzone di Ivan Graziani, il cantautore abruzzese scomparso nel 1997. |
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Figlio incendiario di madre focosa.
Nerone, infatti, di difetti ne aveva parecchi, ma non sembra proprio che sia stato un incendiario. È diventato, nei secoli, uno degli imperatori più tristemente noti e anche più notoriamente avversati – di quei tanti che i Romani condannarono alla damnatio memoriae, e cioè alla «totale e deliberata cancellazione dalle fonti storiche» attraverso la distruzione delle immagini, delle iscrizioni e dei documenti.
Tuttavia è opinione ormai ampiamente condivisa dagli storici che Nerone fosse innocente.
Le fonti che ci parlano di lui sono perlopiù avverse, perché furono scritte in un periodo successivo alla sua morte, quando il trono era occupato da imperatori di un’altra dinastia (i Flavi), che edificarono parte del loro consenso proprio sulla propaganda anti-neroniana, mostrando il defunto imperatore come un tiranno e un folle, oltre che come un incendiario.
Ma Nerone, prima dell’incendio (e, sembra, anche immediatamente dopo), fu un imperatore molto amato e sostenuto soprattutto dal popolo, a cui destinava giochi grandiosi e attente distribuzioni di grano. Anche l’uccisione deliberata della madre Agrippina, avvenuta nel 59, non ne intaccò significativamente l’immagine. |
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Nerone e Agrippina, A. Rizzi, XIX secolo. |
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Roma bruciava (un giorno sì e l'altro pure).
Del resto gli incendi a Roma non erano una novità. I piani degli edifici erano in legno – soprattutto nelle insulae, i caseggiati popolari e sovraffollati dove viveva la classe medio-bassa – e l’uso del fuoco libero, nei bracieri o nelle lucerne, innescava frequentemente le fiamme.
I Romani non conoscevano i camini, che sarebbero stati introdotti solo durante il Basso Medioevo (probabilmente a Venezia, durante il XIII secolo), per cui si scaldavano utilizzando i bracieri: le fiamme erano alimentate dentro ciotole di bronzo, spesso sostenute da piedini, che tuttavia non avevano protezioni o “parascintille”. Il fuoco era usato anche per cucinare e si accendeva direttamente sui banconi la muratura che costituivano le cucine, mentre per illuminare gli ambienti s’impiegavano, oltre agli stessi bracieri, soprattutto le lucerne a olio.
Non sorprende quindi che Giovenale, parlando di Roma (Satire, 3.1-20), annoveri tra i «mille pericoli di questa città tremenda» tre cose: i continui crolli, i poeti che recitano «i loro versi in pieno agosto» e, naturalmente, gli incendi. |
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Das Kolosseum in Rom in der Abenddämmerung, R. Alott, 1900 circa.
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Anche la notte brucia.
Per quanto distruttivo, e forse proprio in virtù di questa sua caratteristica, il fuoco è entrato nell’immaginario popolare come simbolo di rinnovamento. Non è un caso che faccia parte tuttora dei riti collettivi associati direttamente o indirettamente col capodanno.
I fuochi di Sant’Antonio ne sono un esempio: sono diffusi in molte parti d’Italia sotto vari nomi (e in varie forme). Non è un caso che si svolgano a gennaio, quando le notti sono ancora lunghe e il freddo evoca, per necessità, il calore e la luce. Il fuoco assume così un valore apotropaico – di protezione contro le tenebre – e benaugurante, aspetto che giustifica i canti, i balli e il clima di festa che lo accompagnano. |
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Le Farchie di Fara Filiorum Petri accese la sera del 16 gennaio.
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Proprio come accade a Fara Filiorum Petri, il 16 gennaio, quando vengono innalzate le Farchie: enormi fasci di canne e vinchi intrecciati (la cui altezza si aggira sugli otto metri, ma che in passato superavano facilmente i dieci), che la tradizione associa proprio col miracolo di Sant’Antonio. Ho parlato della loro storia in questo video breve e qualche settimana fa ho avuto occasione di (ri)guardarle dal vivo.
Pioveva e il freddo era, come ogni volta, intenso, ma l’esperienza è stata emozionante. Non siamo troppo abituati ad avere a che fare col fuoco, soprattutto non con un fuoco così grande e vivo: le tenebre, accese dal rosso delle farchie ardenti, assumono una corporeità insolitamente densa e sublime e, a fare attenzione, si può ascoltare il ruggito delle fiamme sotto il riverbero brillante delle voci e dei canti; è quasi, direi, ancestrale. E anche molto liberatorio. |
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Innalzamento delle Farchie e dettaglio dei nodi (in alto); le Farchie accese sotto la pioggia che cade (in basso).
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Un libro consigliato: Roma brucia.
Se vuoi approfondire la storia dell’incendio di Roma del 64, non posso che consigliarti Roma brucia, di Anthony A. Barrett, che è anche una delle fonti che sto consultando per scrivere i due video lunghi che usciranno a febbraio.
Di questo saggio ho apprezzato soprattutto il continuo confronto con le fonti, che sono assai meno e assai più complesse da interpretare di quanto si potrebbe credere. Per quanto, infatti, si parli di uno degli eventi più noti e documentati dell’antichità, tante sue parti restano per noi sconosciute e gli studiosi non smettono di interrogarsi su questioni che verosimilmente non avranno mai una risposta. |
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Barrett prende in considerazione sia le fonti letterarie sia le fonti archeologiche. Ammetto che in alcuni punti il saggio non è di semplicissima interpretazione - soprattutto per i continui riferimenti alla topografia della capitale - ma spiega la vicenda soprattutto nei suoi nodi più controversi e senza mai distaccarsi dalle tracce di realtà che ci sono pervenute.
In alternativa ti consiglio anche L’ultimo giorno di Roma di A. Angela, che parla dello stesso argomento ma in una modalità completamente diversa e senz’altro più accessibile. Il libro è il primo di una trilogia dedicata all’epoca neroniana, che comprende anche L’inferno su Roma e Nerone.
Angela mantiene lo stesso taglio narrativo impiegato in Una giornata nell’Antica Roma e Impero: esplora la civiltà romana attraverso i movimenti di un personaggio, conducendo il lettore verso l’evento e concentrandosi di volta in volta nei dettagli che incontra nel suo cammino. Il focus è soprattutto sugli aspetti della vita quotidiana del tempo.
L’ultimo giorno di Roma è piuttosto interessante, perché mostra il pericolo del fuoco attraverso la storia di due pompieri; degli altri non so dirti molto, perché devo ancora leggerli. |
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Ti ringrazio per avermi letta fin qui.
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