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Brutte cose, brutte parole
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Ciao {name},
è passato un altro mese e rieccoci a guardare indietro dalla china di questi ultimi 30 giorni. A marzo ho fatto principalmente tre cose: scrivere, ammalarmi e rompere il pc. Le ultime due me le sarei risparmiate volentieri.
Spero che a te sia andata meglio. |
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L'IA immagina il mio marzo (non chiedere perché la tazza abbia quello strano manico). |
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Contrappassi al sapore di tè.
Me lo merito, perché è già successo un’altra volta e il mio pc di allora se la passò indenne. Era esattamente dieci anni fa, 2015, in questo stesso periodo giorno più giorno meno (poi uno dice il caso); ero atterrata a Varsavia per l’Erasmus da meno di due settimane, avevo da poco guadagnato “casa” e stavo bevendo una camomilla dentro una tazza esageratamente lunga e instabile (era verde, non credo che lo dimenticherò facilmente) e intanto parlavo su Skype.
Skype, dio santo, sembra il secolo scorso.
Non so come, comunque, ho urtato la tazza e la camomilla si è rovesciata sopra la tastiera. Panico, terrore, disperazione – già m’immaginavo scollegata dalla patria come un neonato lasciato a strepitare dentro una casa non sua o, peggio, dentro il Mediaworld polacco a mimare chissà come cosa fosse accaduto.
Per fortuna si è risolta senza colpo ferire, ancor prima di poter cercare sul dizionario la parola “camomilla”. |
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Il metodo Biancaneve non funziona.
Stavolta invece no, non è andata nello stesso modo, e nel momento esatto in cui ho urtato per errore la seconda maledetta tazza col fondo smussato e ho visto il mezzo litro di tè straripare e gocciolare giù dalla tastiera, ho capito subito che sarebbe finita male. Il computer ha irrimediabilmente cessato di accendersi e, pur a voler usare qualche alternativo “metodo Biancaneve”, è rimasto invariabilmente morto.
Non è stato un weekend piacevole, quello, anche considerando che avevo l’influenza, e dopo un’attesa durata 15 giorni e trascorsa con la stessa ansia di chi ordina una cristalleria su Amazon e sa che l’imballeranno nella carta stagnola, questa storia è purtroppo finita come doveva finire: con una morte definitiva. La diagnosi è stata la rottura della scheda madre o del processore, e chissà quale dei due.
E per quanto ne parli con ironia, sappi, {name}, che è stato un durissimo colpo, a cui ancora non pongo rimedio.
(Ma il vizio di bere il tè mentre scrivo non riesco proprio a togliermelo, quindi quando andrò all’inferno sarà proprio questo che meriterò: un contrappasso di pc che si spengono invasi da litri di camomilla e tè verde). |
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Il contrappasso del tè secondo l'IA. |
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Scrivere stanca, direbbe Pavese.
Ma è nell’alcova ovattata dell’influenza di stagione che la vena narrativa si fa più inaspettatamente piena e straripante. Forse i Romantici avevano ragione a considerare privilegiati i momenti di malattia e delirio. L’allontanamento dalla realtà , dagli impegni di tutti i giorni, dall’obbligatorietà del guadagnare per vivere ha il potere di sciogliere tutta l’energia creativa che normalmente sotterriamo sotto strati di urgenze e doveri.
Scrivere con l’influenza è insomma un’esperienza strana ma proficua, forse anche un modo per guarire senza doversi imbottire di medicinali, vegetando sul divano mentre Zahi Hawass va a ruota libera nel palinsesto di Focus – che per quanto mi riguarda è lo stadio finale del decadimento umano, appena un passo prima della famosa luce in fondo al tunnel.
Quindi, ecco, {name}, avrai capito nelle ultime settimane, ho scritto. E quando parlo di “scrittura”, lo sai, mi riferisco sempre al romanzo.
Se questa è la prima newsletter che ricevi, potresti chiederti quale romanzo. Ne ho parlato soprattutto qui, ma indizi e moodboard sono sparse un po’ ovunque nelle newsletter precedenti, che sono nell’archivio che trovi a questo link. |
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Dove il ghiaccio fa rumore.
Ho lavorato soprattutto sul capitolo 33, conclusivo del “quarto blocco” del passato.
I “blocchi” del passato sono sei, quindi a oggi mancano 6-10 capitoli alla fine della storia (il margine numerico è ampio, perché, pur avendo chiara in testa la trama, non so mai come si comporteranno a conti fatti i personaggi e quanto mi ci vorrà per raccontarlo).
L’ispirazione per questo capitolo, comunque, è nata guardando i video di Jonna Jinton. Non avevo idea che i laghi ghiacciati facessero rumore e ne sono rimasta affascinata.
Ecco, {name}, come funziona il processo narrativo, almeno per me: se il mio romanzo fosse un edificio, la trama sarebbe soltanto il basamento, lo zoccolo di fondo, al massimo i muri portanti. Prima di scrivere non so bene dove andrò a mettere i tramezzi, che divideranno una stanza per volta e poi gradualmente verranno lastricati, dipinti e arredati (tra stesura e revisione). |
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Non tutti condividono questo modus operandi. Anzi, spesso a chi scrive si consiglia di avere una trama ben strutturata fin da subito… ma l’insegnamento più importante che ho appreso da On writing di Stephen King è che lo scrittore è come un archeologo, che scopre la storia con scalpello e attrezzi fini, laddove una trama rigida sarebbe invece un martello pneumatico.
Aggiungerei, tornando alla metafora dell’edificio, che è solo osservando singolarmente le singole stanze che le si può costruire e arredare per bene. Quindi serve spostare la lente, allontanandola e avvicinandola continuamente.
Tutto questo panegirico per dire che fino al mese scorso non sapevo con esattezza cosa avrei scritto nel capitolo 33 – anzi, se proprio lo vuoi sapere, il capitolo 33 non era neanche previsto. Sono state le suggestioni e gli spunti saltati fuori nel corso delle ultime settimane, spesso per puro caso, a indirizzarmi sul sentiero che poi ho deciso di prendere.
Non è male lasciarsi portare dal flusso, di tanto in tanto. |
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Aprile, dolce dormire (e risorgere).
I contenuti in arrivo questo mese proseguiranno la scia cominciata a marzo. Dalla scrittura dei due video lunghi dedicati a Biancaneve, Biancaneve dei Grimm e Le altre Biancaneve, ho tratto i video La Schiavotta di G. Basile e Il mito di Chione, ma sono in arrivo anche tra video brevi ispirati a Biancaneve e i sette nani del 1937.
Mentre tutti erano al cinema a guardare il live action, infatti, io e mio marito abbiamo ricominciato l’ennesima maratona Disney, partendo proprio col classico dei classici, per scoprire quanto nonostante tutto sia invecchiato bene. Considerando che è stato prodotto scarsi 90 anni fa – era pensato quindi per i nostri bisnonni – ha una qualità nelle animazioni, nei disegni, nelle musiche, nelle isotopie e soprattutto nella storia che i film che la Disney ha sfornato negli ultimi anni non riescono nemmeno lontanamente a eguagliare. |
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Oggi del resto quel che conta è vendere, non importa cosa, non importa perché. Ma vendere, vendere, vendere. E non solo nel mondo del cinema.
A D’Annunzio piacerebbe questo elemento. Forse che sì, forse che no. Come che sia riparleremo di lui e di altri scrittori, a unirli il lato oscuro delle “brutte cose” e delle “brutte parole”. Perché siamo cresciuti, oltre che coi Disney, con un’idea imbalsamata e casta della letteratura che non sempre corrisponde al vero. Anche Leopardi, parafrasando G. Antonelli, “diceva le parolacce”. Per non parlare di Marziale... |
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A proposito, forse non sapevi che...
I soldi non puzzano.
E lo sapeva l’imperatore Vespasiano che, affidandoci a Svetonio, ebbe l’idea di tassare… la pipì. Al rimprovero del figlio Tito, Vespasiano rispose: «pecunia non olet», e cioè «i soldi non puzzano», come a dire che il denaro resta denaro, qualunque ne sia la provenienza.
Ma perché Vespasiano pensò di mettere una tassa proprio sull’urina?
La risposta è semplice: l’urina contiene ammoniaca e anticamente la si raccoglieva per conciare le pelli e per sbiancare i tessuti nelle fulloniche, l’equivalente delle nostre lavanderie odierne (ma, stando a Catullo, la si usava anche al posto del dentifricio). Quindi saranno stati sicuramente molti i conciatori e i fullones a dover sborsare più di qualche asse per continuare a farsi versare il prezioso liquido…
Tra l’altro fu probabilmente così che l’imperatore lasciò il nome anche al “vespasiano”.
Vedi come va la Storia a volte: vinci il premio d’imperatore dell’anno 69 d. C., ti fai il mazzo, annetti qualche provincia, sedi un po’ di rivolte, e di te si ricordano soprattutto per le pubbliche pisciate. |
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Vespasiano al bagno secondo l'IA. |
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Mutande, ali e trecce.
Durante l’ultimo weekend sono stata a Roma e a Palazzo Barberini ho fotografato qualche opera interessante che, perdonami, ma devo assolutamente propinarti. Adoro le gallerie d’arte e impiego ore a visitarle, perché la parte più interessante sono i dettagli che nessuno include nelle descrizioni. Ad esempio lo slippino quattrocentesco ma molto attuale di San Sebastiano trafitto. Notare la vita bassa e soprattutto il laccetto che sostituisce l’elastico. Davvero interessante… Le mutande sembra siano state proprio un’invenzione tardo medievale. |
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Sulle scarpe c’è da sbizzarrirsi, non a caso le cerco e fotografo sempre. In queste quattro foto si vedono dei sandali piuttosto attuali e persino delle ciabattine cinquecentesche identiche alle nostre. (Betsabea al bagno, di Jacopo Zucchi). La coppia di zeppe altissime appartiene alla seicentesca Venere che suona l’arpa (Giovanni Lanfranco) ed evidenza una moda diffusa proprio in quel periodo, quella delle chopines veneziane, che potevano essere alte fino a quaranta centimetri! |
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Le ali degli angeli non erano bianche come le immaginiamo generalmente noi… nei dipinti cinque/seicenteschi, gli angeli hanno ali colorate, rosse, gialle, addirittura nere! |
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Le acconciature delle donne nei dipinti sono spesso particolari. In basso una madonna quattrocentesca sfoggia un capello lunghissimo, folto e ondulato, come se avesse sciolto delle trecce e pettinato le ciocche. Così come si vede anche nella donna cinquecentesca in alto a destra (se mi intreccio e sciolgo i capelli io, vengono esattamente così). Le altre due hanno complicate crocchie tenute ferme con spille (in alto) e forse arricchite con aggiunta di toupet di capelli veri (in basso). |
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Ma interessantissimi sono anche i capelli di questa cariatide romana (qui nel Teatro di Traiano) evidentemente inanellati con l’antenato del ferro per capelli, il calamistro. |
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Chiudiamo con un po’ di fauna mista. Il primo in alto dovrebbe essere un leone, ma chiaramente il pittore non ne aveva mai visto uno in vita sua. |
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Fonti utilizzate per scrivere questa newsletter:
M. Lavagetto, Racconti di orchi, di fate e di streghe. La fiaba letteraria in Italia, Meridiani Mondadori. Marziale, Epigrammi. A. Angela, L’ultimo giorno di Roma.
https://www.treccani.it/vocabolario/non-olet/
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Ti ringrazio per avermi letta fin qui.
Se hai domande, curiositĂ , commenti sul contenuto di questa newsletter o idee da proporre per i nuovi contenuti online, non esitare a scrivermi!
Puoi contattarmi direttamente sulla mia mail nupost.nr@gmail.com oppure sui miei social. A volte rispondo tardi, ma rispondo. |
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