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Rompere il muro della comfort zone |
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Start before you’re ready.
È con questa frase che potrebbe riassumersi il mese che è appena trascorso. Da perfezionista quale sono sempre stata (e che vorrei non essere, ma tant’è), l’idea di cominciare qualcosa senza essere pronta mi spaventava. Ho messo da parte tanti progetti perché credevo di dovermi preparare di più. La società, il lavoro, i guru del web, tutti t’insegnano che se non pianifichi non ottieni risultati. Ma è veramente così?
Succede anche a scuola, come docenti: quante carte scriviamo per parlare di come lavoreremo e cosa faremo e in che modo agiremo? Mucchi di progettazioni che tutto sommato servono a una sola cosa: a progettare, e non di certo a lavorare (figuriamoci ad agevolarlo, il lavoro).
E che dire della scrittura? Ho imparato con l’esperienza, e leggendo On writing di Stephen King, che una progettazione cavillosa è poco utile e può persino diventare dannosa: cosa c’è di più pesante e immobilizzante di una trama dettagliata e piena di “schede personaggi” stabilite a monte? Scrivere in questo modo è come entrare nelle storie armati di martello pneumatico: il piacere della creazione scompare, sotterrato dalla necessità di rispettare regole e griglie e disegni che ci siamo autoimposti, anche sprecando tempo ed energie.
Vale lo stesso, temo, per molti altri contesti. L’idea di essere “pronti” è rassicurante, ma può diventare anche un freno, un impedimento. Quante volte aspettiamo e aspettiamo un momento “perfetto” che non riusciamo a cogliere? Le congiunture favorevoli esistono più spesso nella nostra testa che nella realtà.
Certo al principio non è facile trovare il coraggio per uscire dalla zona di comfort di un ripetuto “arriverà il giorno”, ma vale la pena tentare, altrimenti molti progetti rischiano di rimanere progetti e niente più. |
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L’ha fatto anche lei, la mia protagonista.
Di “zone di comfort” Ty. ne sa qualcosa, lei che inizia la sua avventura prendendo una strada nuova senza neanche il tempo di chiedersi se sarà pronta o meno. È proprio un salto nel vuoto il suo, un tentativo disperato che può salvarla ma non rassicurarla: è il caso di dire che non ha la minima idea di dove arriverà.
Ty. è una delle due protagoniste del mio romanzo. Due per due storie parallele, che si muovono su binari distanti quasi trecento anni. Terra, 1985; Altrove, fine XVIII secolo. Per distinguerle in fretta mi capita di parlare di “parte del passato” e “parte del presente”.
A oltre 100.000 parole già scritte, ho terminato la “parte del presente” verso dicembre e ora sto lavorando a quella del “passato”. Ho scritto quattro capitoli, i primi, ambientati in parte su una nave. Mi piace complicarmi la vita, perché su una nave – una attuale, figuriamoci una di fine Seicento, – non ci ho mai messo piede. Sempre che non consideriamo il traghetto del lago di Garda una vera nave.
È una scelta azzardata, lo so, perché la prima regola della scrittura è conoscere ciò di cui si parla. Puoi anche tacere, e sei obbligato farlo spesso, ma devi avere chiaro in mente cosa lasci nei vuoti, cosa si vedrebbe se la lente si spostasse un po’ più in là. Anche per questo “imbarcarsi” in questa impresa è stata un’avventura, un salto nel vuoto, anche per me. |
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Sul romanzo in progress… strumenti del mestiere.
Ho riempito i buchi della mia non conoscenza soprattutto con la lettura. Avevo in casa alcuni libri di nautica perché mio fratello, da piccolo, ha avuto un periodo d’infatuazione per le barche e ha collezionato, probabilmente senza mai leggerli, alcuni tomi sull’argomento. Li ho letti io, negli anni, tentando di carpire i segreti sulla vita quotidiana a bordo mentre mi destreggiavo tra un clipper e una galera, un trinchetto e una civada.
Se esiste un regno complicato in cui il gergo di settore la fa da padrona e dentro cui è impossibile districarsi senza dizionario alla mano, quel regno è la nautica. Spoiler: ho creato un glossario di termini marinareschi per capirci qualcosa, termini che sono sicura non userò mai (voglio dire: se non li capisco, chi dovrebbe?) ma che ora agghindano il mio lessico di settore come piccole medaglie al valor civile: sagola, randa, aspa, borosa, alare… e che dire dei giardinetti e del capone? Tuttora non sono certa di aver capito cosa o dove diavolo siano.
Il libro che però mi ha veramente salvata (potrei dire la mia “àncora di salvataggio”) è stato Vita e costumi a bordo dei grandi velieri, di Armand Hayet, veterano della navigazione di lungo corso, che scrive e racconta, non senza un pelo di nostalgico indoramento, la quotidianità vissuta sui velieri poco prima della loro scomparsa (il testo risale ai primi del Novecento, quando i grandi transatlantici sostituirono i galeoni una volta per tutte).
Ho fatto ricerche online e disegnato schemi per capire gli ambienti, arrivando a usare un modellino (di mio fratello anche quello) per imparare i nomi delle vele principali. Anche la pittura mi ha aiutata: è così che ho cercato di figurarmi le atmosfere di una città di mare, col porto ingombro di vele chiuse e corpi lignei delle imbarcazioni ormeggiate sotto il sole al tramonto. Quelli che vedete nelle foto sono i miei veri strumenti di studio. |
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Febbraio di baci e d'amore!
E di cosa sennò?
Febbraio, diciamocelo, è proprio il mese più triste dell’anno, con quell’unica insulsa festa a segnare un puntino (nemmeno rosso, perché non è festivo) sul calendario: San Valentino. La scusa era buona per consacrarlo, in mancanza d’altro, “mese dell’amore”, anche non tutti i temi che affronterò avranno sfumature veramente romantiche.
Amore, innamoramento e infatuazione saranno il punto di partenza per raccontare di Afrodite/Venere, affaccendata nelle sue “pratiche d’ufficio”.
Parlerò di baci e che baci… dati, presi, lasciati in luoghi peculiari!
E chissà se tutte le storie avranno un lieto fine. Walt Disney ci ha insegnato che “vissero tutti felici e contenti”; vedremo se aveva ragione. |
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A proposito di amore, forse non sapevi che…
In passato sposarsi era un dovere, non un piacere!
L’idea che il matrimonio e amore siano associati è una conquista assai recente. Anticamente il matrimonio era soltanto un contratto tra due persone che, per volere dei propri padri, andavano a vivere sotto lo stesso tetto e mettevano al mondo dei figli. Opporsi era difficile, se non vietato, soprattutto se si proveniva da una “buona” famiglia, dove gli accordi matrimoniali erano presi per ragioni politiche e comunque sempre sulla base di una convenienza economica.
Tuttora sono diversi i luoghi del mondo dove la situazione non è mai cambiata.
Il bacio ha davvero a che fare con l’amore?
Se lo domandano anche gli studiosi, che sfortunatamente in merito possono solo formulare teorie. Una di queste afferma che il bacio, al di là di ogni romanticismo, altro non sarebbe che un sistema infallibile e assai piacevole che la natura si è inventata per riassortire il nostro corredo biologico. Ovvero: baciamo perché lo scambio di saliva permette a virus e batteri di passare da un individuo all’altro, obbligandoci a sperimentare nuove difese, che sono utili alla nostra stessa conservazione. |
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Da mi basia mille…
Diceva Caio Valerio Catullo alla sua Lesbia: Dammi mille baci, poi cento, poi ancora mille.
È dal latino basium che deriva l’italiano “bacio”, e così anche il francese “baiser”, lo spagnolo “beso” e il portoghese “bejio”. I Romani però avevano almeno un altro paio di modi per dire che “baciavano”… ve lo racconterò nelle prossime settimane. |
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