Antica Roma

Perché Nerone non bruciò Roma: i pericoli del fuoco nell’antichità

Comincia tutto con una fiamma: Roma, Circo Massimo; è il 64 d. C. e l’imperatore al potere ha appena 27 anni: è giovane, ma è in carica già da dieci. Il suo nome è Nerone. Molto presto lo si accuserà di aver incendiato la capitale col progetto di edificare una villa sontuosa, la Domus Aurea. Cambierà la storia di Roma, o Roma cambierà la sua storia.

1961 anni più tardi, a oltre diecimila chilometri di distanza, in un luogo che Nerone neanche poteva immaginare, un altro grande incendio distrugge un’altra grande città. C’è il fuoco, c’è il vento caldo, c’è subito la rice crca di un capro espiatorio. C’è anche la tentazione ad addossare la responsabilità a qualcuno che progetta una città “nuova”. Quante analogie tra storie così diverse e lontane.

Ma c’è soprattutto una cosa che le accomuna: il senso paralizzante dell’ineluttabilità del fuoco, che può ridurre in cenere anche la più splendida delle creazioni umane. Il contrasto, quindi, tra ciò che sentiamo, anche simbolicamente, come immutabile e sicuro, e la fragilità che invece ne scopriamo al fondo. La ricerca di un responsabile riflette così la nostra esigenza di fare ordine tra sentimenti e paure che non hanno un ordine: accade oggi, come come accadeva allora, quando all’indomani dell’incendio Roma scoprì che il colpevole era uno e uno soltanto: Nerone. Anche se questo non era vero, e cercheremo di capire perché.

Roma e gli incendi.

Quello del 64 non fu il primo e non sarebbe stato l’ultimo incendio di Roma. 

Incendi nella capitale c’erano continuamente: alcuni sono stati documentati e ce n’è giunta notizia; altri è probabile che siano andati perduti insieme ai testi che li riportavano; altri ancora forse nessuno li ha mai trascritti. Non tutti verosimilmente raggiunsero proporzioni importanti e il fatto che fossero così comuni non doveva renderli sempre interessanti o utili da registrare.

Sappiamo dalle fonti archeologiche, e cioè da tracce carbonizzate rinvenute sotto gli strati della città, che un incendio di vaste dimensioni deve aver interessato Roma nella fase di passaggio tra monarchia e repubblica, quindi verso la fine del VI secolo a. C.; è un evento a cui tuttavia nessuna fonte fa cenno. Il primo grande incendio documentato di cui siamo a conoscenza è invece quello del 390 a. C., quando Roma fu saccheggiata e incendiata dai Galli. Il fuoco, sappiamo, restò ad ardere per giorni e i quartieri vennero devastati; la storiografia romana ce lo tramanda come uno dei disastri più spaventosi, se non il peggiore, dell’età repubblicana. Tuttavia non sappiamo quante vittime causò né siamo in grado di stabilire quali e quanti edifici furono danneggiati.

Questa è una costante che riguarda anche gli incendi successivi e lo stesso incendio del 64, che, pur essendo uno dei meglio documentati dell’antichità, lascia oscuri molti punti: più che averne una conoscenza completa e lineare, infatti ne possediamo solo una serie di pezzi che è necessario collegare con supposizioni quanto più plausibili. Non è insolito per fatti così antichi: tutto a vederlo dal nostro tempo sembra un grande puzzle incompleto. 

Incendio: il flagello dell’antichità.

Gli incendi erano un vero flagello per le civiltà del passato: nel mondo antico, ma anche in quello medievale e moderno. Per quanto la devastazione del fuoco sia sempre estremamente problematica e pericolosa, rispetto a oggi gli incendi del passato avevano tre aggravanti: era facilissimo che s’innescassero – il rischio era, senza esagerare, quotidiano; potevano propagarsi molto più rapidamente, perché gli edifici erano in materiali facilmente infiammabili; i modi per combattere il fuoco erano molto più limitati di oggi.

Anche le conseguenze di un incendio erano potenzialmente peggiori. Spesso casa e bottega erano nello stesso luogo – e questo è tanto più vero nel basso medioevo, quando l’economia cittadina si basava soprattutto sul piccolo artigianato – per cui perdere la casa significava, il più delle volte, perdere anche il lavoro. Se poi le fiamme o i crolli provocavano danni permanenti come la rottura o la perdita di un arto, i lavoratori non erano protetti da alcuna indennità e non potevano, rimanendo inabili, neanche continuare a lavorare, quindi erano destinati alla fame e alla povertà.

Le fonti del grande incendio del 64 riportano di persone che per la disperazione si gettavano tra le fiamme. Può trattarsi di un espediente narrativo utile a mostrare la drammaticità, ma è verosimile che non fosse un’invenzione: chi capiva di aver perso tutto e non vedeva davanti a sé alcuna speranza finiva per scegliere una soluzione estrema. 

Non stupisce che gli incendi e le loro conseguenze si abbattessero soprattutto sui ceti poveri, che spesso vivevano in case, diremmo noi, “poco a norma”: fatte di materiali scadenti e infiammabili e senza vie d’uscita. Ce ne parla Giovenale, vissuto tra I e II secolo, quando critica la pratica di aiutare i ricchi, a cui le fiamme avevano distrutto la casa, con donazioni ingenti, lasciando i poveri colpiti dalla stessa sorte al loro destino. L’autore arriva a insinuare che certi patrizi ne approfittassero, appiccando il fuoco alla loro stessa dimora, insinuazione che è riportata anche da Marziale, che visse più o meno negli stessi anni.

La paura per gli incendi però interessava tutti: Cicerone li pone, assieme a naufragi, tempeste e crolli, tra i pericoli peggiori che un romano potesse correre e lo stesso fa Orazio, quando dice che nella capitale si temevano soprattutto furti e incendi. La loro frequenza è confermata dall’archeologia, ma anche dai continui riferimenti letterari: Marziale li cita più volte nei suoi Epigrammi, definendoli assai comuni (3, 52), e, nel prendersela con la fortuna sfacciata di un tale che chiama Lino, si stupisce che la sua casa non sia ancora mai stata danneggiata dal fuoco (4, 66). Ma è ancora Giovenale a stilare la lista delle tre peggiori sciagure di Roma: i crolli continui, i poeti che “recitano i loro versi in pieno agosto” e, naturalmente, gli incendi. 

A ulteriore riprova della serietà e della frequenza del problema, sembra che già La legge delle dodici tavole, il più antico corpus romano di leggi, risalente al V secolo a. C., disponesse obblighi e divieti che probabilmente avevano lo scopo di limitare il propagarsi delle fiamme: uno di questi prevedeva di lasciare uno spazio di due piedi e mezzo, circa 60 centimetri, tra gli edifici vicini, e un altro vietava di innalzare pire funerarie senza autorizzazione o in spazi prossimi alle abitazioni. Erano inoltre previste pene per chi appiccava gli incendi; in caso di dolo il responsabile poteva essere perfino giustiziato col fuoco. 

Incendi, sovraffollamento ed edilizia.

Stranamente e nonostante le disposizioni delle “dodici tavole”, Roma fu a lungo sprovvista di un corpo di sicurezza destinato al controllo degli incendi. I vigiles, che per molti versi ricordano i nostri vigili del fuoco, furono istituiti da Augusto solo all’inizio del I secolo (6 d. C.). Prima di questa data non c’era, o almeno sembra che non ci fosse, una legislazione specifica. Gli incendi erano probabilmente gestiti da magistrati che si occupavano dell’ordine pubblico, o da privati cittadini che intervenivano dando in “prestito” i propri schiavi.

Il problema degli incendi dovette evidentemente diventare urgente proprio in quella fase, tra la fine della repubblica e l’inizio del principato, quando Roma subì un vero e proprio boom edilizio, dovuto soprattutto allo spostamento di grandi masse contadine provenienti dalle campagne. Finita l’esperienza delle guerre puniche, sembra che i piccoli proprietari terrieri, rientrati dopo anni al fronte, si siano trovati in seria difficoltà economica, al punto da vedersi costretti a vendere i loro campi per lavorare come braccianti. 

In quello stesso periodo, e a causa delle continue conquiste territoriali, a Roma cominciò ad affluire molta manodopera schiavile a basso prezzo. Anche se acquistare uno schiavo costava, per i grandi proprietari terrieri, che avevano comprato gli appezzamenti dei contadini, a un certo punto divenne assai vantaggioso sostituirli ai braccianti: il bracciante andava pagato a giornata, lo schiavo no. Lo si acquistava come noi acquisteremmo una macchina agricola, quindi con un investimento iniziale che però si attutisce nel tempo. Così, gli ex contadini, si ritrovarono senza terra e senza lavoro e per sopravvivere si spostarono a Roma, dove era più facile guadagnarsi da vivere. 

Ne derivò un aumento della popolazione urbana e la richiesta sempre maggiore di nuove abitazioni a basso costo. Per sfruttare al massimo lo spazio e speculare il più possibile sugli affitti, si diffuse allora la tendenza a costruire in altezza, come accade anche oggi nelle metropoli, e Roma si riempì di insulae: enormi caseggiati a più piani dove risiedevano famiglie di tutte le estrazioni sociali: i cittadini arricchiti ai primi, in ambienti spaziosi e confortevoli, e la plebe a salire, negli appartamenti più piccoli e scomodi; i più poveri li avremmo trovati stipati nei piani in alto, spesso in subaffitto, dentro spazi stretti, bassi e sottotetto. Al pianterreno c’erano invece le botteghe affacciate sulla strada.

Sappiamo dalle fonti che le insulae esistevano già sul finire del III secolo a. C., ma è verosimile che il loro numero sia cresciuto esponenzialmente proprio col crescere della popolazione. Ai tempi di Nerone, a Roma dovevano essercene molte. Non ne conosciamo il numero, ma possiamo stimare che fosse piuttosto alto, considerando che circa due secoli dopo solo nel quartiere di Trastevere, una zona relativamente nuova della capitale e anche una delle più popolose, se ne registravano oltre 4400.

Non è difficile credere che, affollate com’erano, le insulae fossero pericolosissime. Ma c’è da dire che il vero problema di questi edifici stava nella loro costruzione. Roma era piena di “palazzinari” squalo, che pur di arricchirsi facevano tirare su edifici altissimi in poco tempo e con materiali scadenti. A occuparsi dell’edificazione erano sempre gli schiavi e per quanto esistessero leggi che regolassero l’edilizia, spesso le si aggirava. Accadeva, insomma, quello che accade anche oggi: si speculava risparmiando sui materiali.

In effetti i Romani avevano tutte le capacità e le conoscenze necessarie per costruire stabili a più piani robusti e duraturi: utilizzavano i mattoni e il calcestruzzo e sfruttavano l’arco che, oltre a dare leggerezza all’aspetto, permette di scaricare il peso sui lati, creando strutture resistenti. Non è un caso che monumenti, ponti e strutture romane siano giunti fino a noi perlopiù intatti.

Purtroppo però i materiali buoni sono costosi. Per produrre un mattone, ad esempio, serviva un lungo processo che faceva lievitare il prezzo. Il discorso vale anche per le tegole di ceramica che avremmo trovato nelle case dei ricchi. Così, stando alla notizia che ci dà Vitruvio, che nel 15 a. C., quindi appena una settantina d’anni prima di Nerone, scrisse un’opera dal titolo De architectura, nella costruzione delle insulae si usavano meno mattoni del necessario. Lo spessore delle mura esterne ai primi piani era infatti piuttosto stretto e non superava i cinquanta centimetri. Non erano mura che potevano sostenere pesi elevati, quindi sarebbe stato impossibile alzare cinque o sei piani di altri mattoni. La soluzione era costruire le parti alte del caseggiato, verosimilmente dal secondo piano in su, in legno, che era più leggero ma anche più infiammabile. Naturalmente gli appartamenti ai primi piani, dove vivevano i ricchi, erano gli unici in muratura.

Sempre secondo Vitruvio, era diffusa la pratica di costruire muri a graticcio: si faceva un’ossatura esterna con travi spesse, disposte come delle cornici e poi bloccate internamente con altre travi in diagonale, che formano una specie di contrafforte. Per riempire l’interno s’inserivano dei muri di graticcio, fatti con assi di legno o canne intrecciate e ricoperte da uno strato di fango e paglia, che inizialmente è liquido ma poi si solidifica, creando una specie d’intonaco: è una modalità di costruzione che si vede ancora, soprattutto, nei paesi del nord Europa. 

Ovviamente è un modo veloce e pratico di costruire una casa, ma è anche estremamente soggetto sia al fuoco sia ai crolli. Sia Cicerone sia Giovanale, del resto, citano i crolli come problema endemico di Roma. Giovenale anzi va oltre e afferma che la città è costruita “su puntelli fatiscenti” e che si rimedia ai muri cadenti semplicemente “tappando le crepe”. Seneca aggiunge. “Che grande servizio ci dà chi puntella la nostra casa pericolante, o grazie alla sua straordinaria maestria fa rimanere in piedi un intero edificio percorso da crepe profonde”.

Sembra in effetti che le case romane, soprattutto evidentemente le insulae, avessero i muri pieni di crepe. Il motivo ce lo spiega, ancora, Vitruvio: i graticci “creano crepe dell’intonaco in corrispondenza dei montanti e delle traverse, perché quando si passa l’intonaco essi si gonfiano per effetto dell’umidità e poi seccando si contraggono e, diminuendo il volume, compromettono l’intera struttura.

Capite bene che oltre a essere poco stabili, questi caseggiati erano anche estremamente infiammabili e, proprio perché era necessario sfruttare al meglio lo spazio, erano spesso anche troppo vicini. Il fuoco si sarebbe propagato dall’uno all’altro in pochissimo tempo.

Un ulteriore problema delle insulae erano i tetti, che, dicono le fonti, erano ricoperti di scandole di legno, delle “tessere” piatte che sostituiscono le tegole, ancora una volta troppo costose, quindi i piani più alti, quelli sottotetto, erano completamente in legno. Chi vi abitava – i più poveri di tutti – avrebbe avuto difficoltà a fuggirne, perché, come scrive Giovenale, si sarebbe accorto troppo tardi dell’incendio e sarebbe andato incontro a una morte atroce. Per di più era facile che un incendio s’innescasse proprio da qui: per quanto infatti sembra che i Romani passassero poco tempo in casa durante il giorno, c’erano comunque necessità domestiche che richiedevano per forza l’uso del fuoco. Banalmente per far luce si doveva accendere un lume e per scaldarsi un braciere. Si capisce quindi come il pericolo di un incendio fosse sempre in agguato.

Il problema del fuoco libero.

I Romani non avevano né i vetri alle finestre né i camini, per cui era un problema sia scaldarsi sia vederci. 

Perché i vetri comincino a diffondersi bisogna attendere il basso medioevo. Non che non fosse in uso anche prima, ma la sua lavorazione estremamente complessa rendeva difficilissimo creare lastre abbastanza grandi da coprire una finestra. Le case romane avevano delle aperture per far entrare la luce, ma erano aperture piccole, spesso coperte da scuri o tele irrigidite. Quindi che gli ambienti interni, oltre a essere freddi, erano anche piuttosto bui. 

Mancando naturalmente l’elettricità, si usavano le lucerne a olio, che osservate dal punto di vista del rischio, sono davvero pericolose. Cadendo rovesciano l’olio e poi lo incendiano, così che un pavimento di legno prende fuoco in un attimo. Ora che sappiamo che molte case erano quasi completamente in legno, è facile capire quanto fosse semplice innescare e far propagare un incendio. 

Un discorso analogo si può fare per il riscaldamento: a Roma non si usavano i camini, proprio perché in mancanza di strutture completamente in muratura era impossibile costruire cappe resistenti al fuoco. Così, il solo modo per scaldarsi era accendere dei fuochi dentro i bracieri, delle ciotole generalmente in bronzo sostenute da tre piedini, che rispetto al camino hanno alcuni inconvenienti: sono esposte a tutto tondo e hanno strutture poco stabili e di conseguenza più pericolose.

Anche le cucine romane erano un punto delicato: si trattava di strutture in muratura su cui però era necessario accendere il fuoco e scaldare le vivande con la brace incandescente. 

E il fuoco, poi, come si accendeva? Il solo metodo possibile era quello classico: con acciarino, quindi un’esca metallica sfregata contro una selce: qualcosa che a noi sembra primitivo, ma che verosimilmente i romani facevano tutti i giorni e ogni volta col rischio che una scintilla cadesse da qualche parte. In latino gli acciarini si chiamavano igniaria ed erano oggetti di uso comune, estremamente diffusi. 

Diffusi erano anche gli zolfanelli, antenati dei nostri fiammiferi, che però non servivano per accendere il fuoco, ma solo per trasportarlo. Si trattava infatti di bastoncini con la testa coperta di zolfo, che funzionavano come delle piccole torce. Erano venduti soprattutto dagli ambulanti ed erano piuttosto pratici: una volta che la capocchia “prendeva”, la fiamma poteva essere spostata da una stanza all’altra o, sembra, da una casa a quella vicina, così che il fuoco fosse letteralmente preso in prestito, con probabili e pericolose conseguenze. 

Botteghe, magazzini e bordelli.

Sul grande incendio del 64 abbiamo poche indicazioni geografiche certe, ma una di queste riguarda il luogo in cui scoppiò: Tacito, nei suoi Annali, scritti vari decenni più tardi, dice chiaramente che partì sul lato settentrionale del Circo Massimo, verso i colli Palatino e Celio.

Il Circo Massimo era uno stadio grandioso, forse il più grande edificio per spettacoli mai costruito. Come altri stadi, era destinato a un’attività che i Romani amavano particolarmente, forse anche più dei giochi gladiatori: la corsa coi cavalli. Dopo la sua prima edificazione che, secondo la tradizione risalirebbe al 600 a. C. e all’opera di Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, il Circo Massimo fu ristrutturato più e più volte, ampliato, modernizzato e abbellito; lo stesso Giulio Cesare commissionò dei lavori per aumentarne le dimensioni. Probabilmente uno dei motivi di questi continui restauri fu proprio il fuoco: le tribune che circondavano la pista centrale, dalla forma ellittica molto allungata, erano in legno e, considerando tutti i rischi di cui abbiamo già parlato, non è difficile credere che sia stata danneggiata o distrutta più volte proprio dalle fiamme.

Il Circo Massimo era grandissimo: stando alle parole di Plinio il Vecchio poteva contenere fino a 250.000 persone, una cifra enorme se consideriamo che il Colosseo, che sarebbe stato costruito proprio negli anni successivi alla morte di Nerone, aveva al massimo 80.000 posti a sedere. Il numero quasi certamente oscillò a seconda delle epoche, ma è probabile che non scese mai sotto i 150.000.

Nel 64, all’alba del grande incendio, le tribune lignee del Circo Massimo erano state sostituite da strutture in muratura, ma è possibile che i livelli superiori fossero ancora in legno. In realtà non sappiamo di preciso che aspetto avesse: la fonte più prossima di cui siamo in possesso risale al 7 a. C., circa settant’anni prima, e ci presenta un Circo Massimo monumentale, con tre ordini di posti sui lati lunghi e su uno dei lati brevi e le gradinate più alte in legno. Al centro della pista avremmo trovato la spina, un lungo blocco divisorio costituito da statue e obelischi, che serviva a separare i due lati della pista per creare un circuito.

All’esterno del Circo Massimo c’era una serie ininterrotta di arcate, dentro cui si sviluppavano botteghe, magazzini e abitazioni. Avremmo trovato quest’ultime ai piani superiori, e botteghe e attività commerciali al pianterreno, affacciate sulla strada. Era una delle zone più vivaci della capitale, animata e caotica. Dai resti archeologici, dalle iscrizioni e dalle fonti letterarie sappiamo che vi si trovassero negozi di ogni genere: dai fruttivendoli ai sarti; c’erano sicuramente delle taberne e, a quanto sappiamo, astrologi e indovini e naturalmente prostitute. Abbiamo notizia, ad esempio, di una prostituta nota come “la stella del Circo Massimo”, che evidentemente esercitava la professione all’esterno dello stadio. 

Non dovrebbe stupirci che l’incendio del 64 abbia avuto origine proprio qui: le botteghe erano il più delle volte anche dei laboratori, dove le merci venivano prodotte, richiedendo logicamente l’uso del fuoco: per scaldare, per cucinare, per fare luce. Inoltre è facilissimo credere che nei vari retrobottega fossero presenti dei magazzini, dentro cui si stipavano prodotti di tutti i generi. Una taberna ad esempio, e cioè un luogo dove mangiare, avrebbe avuto bisogno di conservare cibo, vino e olio: tutti prodotti estremamente infiammabili. Similmente sarebbe accaduto per un negozio di abiti o calzature: il magazzino sarebbe servito per conservare le stoffe, che prendono facilmente fuoco. Una qualunque lucerna caduta a terra avrebbe potuto scatenare l’inferno. 

Che fu, appunto, quel che accadde nella notte del 19 luglio 64, quando la prima luce a colpire Roma non fu quella dell’alba, ma quella del fuoco. 

E cosa c’entrava Nerone? Molto probabilmente nulla. Considerando infatti tutti i rischi che abbiamo preso in esame, è assai più facile pensare che l’incendio si sia innescato per motivi accidentali, o comunque non dolosi, e che solo una concatenazione di casualità sfavorevoli, non ultimo il vento caldo che soffiava quella sera, abbia finito per trasformarlo in una delle catastrofi più spaventose della storia di Roma.

Fonti:

Anthony A. Barret, Roma brucia. Nerone e l’incendio che mise fine a una dinastia, Giulio Einaudi Editore.

Angela, L’ultimo giorno di Roma. La trilogia di Nerone, vol. 1, HarperCollins Editore.

Per il confronto col medioevo e gli ambienti domestici anche:

C. Frugoni e A. Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale.

C. Frugoni, A letto nel medioevo.

R. Sarti, Vita di casa. Abitare, mangiare, vivere nell’Europa moderna.

Soprattutto scrivo. Sto scrivendo un romanzo e mi diverto a raccontare miti, leggende e curiosità storiche. Nella vita reale insegno Italiano e Storia nella scuola superiore.

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