Biancaneve dei Grimm: quello che nessuno ti ha detto
Cominciamo subito col dire che non c’è nessun bacio. E che i Grimm non fanno precisazioni sul colore della pelle di Biancaneve, anche se dicono chiaramente che fosse “bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano”.
Ma chi ha, poi, il potere di decidere davvero com’è fatto il protagonista di una fiaba? E se è meglio o peggio che ci sia un bacio, una mela o un pettine avvelenato? Perché le fiabe sono testi elastici e, in quanto patrimonio popolare, non hanno neanche diritti d’autore, quindi Walt Disney aveva il diritto d’introdurre un bacio d’amore che risvegliasse la morta? O di dare a Biancaneve un aspetto diverso da quello che immaginiamo?
La fiaba di Biancaneve fa la sua comparsa nel 1812, nella prima edizione de Le fiabe del focolare di Jacob e Wilhelm Grimm. Era parte di un gruppo di testi orali che gli studiosi raccolsero a partire dal 1807, derivandoli da narratori popolari, da conoscenti, da testimonianze scritte, ma anche da fonti letterarie straniere, come il Pentamerone, noto anche come Lo cunto de li cunti, del napoletano Giambattista Basile.
Non di rado le fiabe arrivarono ai Grimm in più di una versione: a seconda del luogo dov’erano diffuse, e a causa del fatto che erano orali, le fiabe presentavano sempre piccole variazioni. Era una cosa perfettamente normale, perché pochi, prima di allora, si erano dedicati a raccoglierle e a catalogarle, e nessuno l’aveva fatto in ambito tedesco. La fiaba, intesa come racconto popolare, nato quindi dalla fantasia del popolo e non dalla mente di un solo autore, può essere considerata un’evoluzione tutta particolare della leggenda e del mito, che, anticamente considerati sacri o dal forte valore storico e simbolico, a un certo punto sono “retrocessi” a grado di semplice divertimento popolare e poi infantile.
Le si tramandava a voce e ognuno, nel raccontarle, aggiungeva del suo; è così che si sono formate le discrepanze, quelle che ci fanno dire: questa storia va così invece che così. I Grimm, dovendo però pubblicare una sola versione di ogni storia, dovettero per forza fare una scelta. Alla prima edizione de Le fiabe popolari seguì infatti una seconda e una terza e così via fino a una settima versione datata 1857. Solo Wilhelm continuò a lavorare sull’opera e negli anni integrò le storie incomplete, cercando di mantenere tutti gli aspetti stilistici tipici della fiaba orale – le ripetizioni, le formule, il discorso diretto, le rime – ma al contempo intervenendo a “depurare” e a “censurare” le parti peggiori, e lo fece principalmente per due motivi: voleva che le fiabe mantenessero intatto l’aspetto educativo che le contraddistingue e voleva anche soddisfare il pubblico del proprio tempo, per il quale la raccolta era stata pensata.
Quindi già i Grimm, prima di Disney, intervennero a cambiare alcuni aspetti delle fiabe, e in particolare di Biancaneve, perché gli sembravano più adatti. Tra la versione ‘12 e quella finale del ‘57 esistono infatti alcune differenze d’autore, perché fu Wilhelm a introdurle – vuoi perché le aveva inventate, vuoi perché le aveva integrate – aprendo, per così dire, la strada a importanti varianti future che sarebbero giunte quasi un secolo più tardi, quando Disney mise le mani sulla storia e la rielaborò non più per un pubblico ottocentesco ma per coloro che avrebbe guardato il lungometraggio nel suo tempo, e cioè del 1937.
La più evidente di queste rielaborazioni venne a trovarsi proprio sul finale, ed è il “bacio d’amore” che il principe dà a Biancaneve per risvegliarla. Ma non è la sola: la Biancaneve del 1937, ad esempio, perde la ciclicità del tre, che invece è tipica delle fiabe, e lo era anche della Biancaneve dei Grimm, e perde, anche, la punizione atroce per la regina cattiva, pur senza risparmiarle una brutta fine.
Ma quali erano le parti diverse? Com’è cambiata questa storia nel tempo?
Biancaneve tra 1812 e 1857.
La fiaba cominciava nel cuore dell’inverno, con una regina che, cucendo accanto alla finestra, si punge e vede cadere tre gocce del proprio sangue sulla neve. Il contrasto dei colori l’affascina, così desidera una figlia “bianca come la neve, rossa come il sangue e coi capelli neri come l’ebano della finestra”, e tanto succede: le nasce una bambina che è proprio bianca, rossa e nera e perciò viene chiamata Biancaneve.
Nella versione più nota, che poi è quella definitiva, la regina muore, presumibilmente nel darla alla luce, e il padre, il re, si risposa con un’altra moglie che, citando dal testo, “era bella ma superba e prepotente e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza”. Ha, la matrigna, uno specchio magico, al quale chiede, specchiandosi: “Dal muro, specchio favella, nel regno chi è la più bella?”.
E lo specchio risponde: “Nel regno, maestà, tu sei quella”, almeno fino al giorno in cui Biancaneve cresce e a sette anni, sette soli anni eh, diventa bellissima, e alla solita domanda la risposta dello specchio inizia a cambiare: “Regina” dice un giorno, “la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più”.
Ora, la prima significativa variazione tra la versione che definiremo “iniziale”, perché è difficile parlare di “originale” in un testo che nasce dall’oralità, e quella definitiva sta proprio qui: nella prima la regina non muore, così tutta la gelosia, il risentimento e l’invidia per la Biancaneve settenne è opera non di una matrigna, ma di una madre, che è quasi una Medea, perché non soltanto diventa ostile alla propria figlia, ma entra in competizione con lei e si macchia d’un tentativo d’infanticidio e perfino di cannibalismo.
Non stupisce troppo, quindi, che i Grimm siano intervenuti a sostituirla con una madre adottiva, sulla quale è lecito e moralmente meno problematico far ricadere tutte le colpe. Così Biancaneve e la regina diventano solo due donne, per quanto una decisamente giovane, in conflitto e il loro rapporto parentale non viene devastato.
La scelta è stata criticata come mancato rispetto della tradizione, ma secondo Christine Shojaei Kawan, esperta di folklore e racconti popolari, non abbiamo alcuna certezza sul fatto che la matrigna sia stata inventata dai Grimm. Sembra piuttosto che almeno una delle versioni di Biancaneve da loro registrata la presentasse già, quindi le due versioni avrebbero tranquillamente potuto coesistere, anche considerando che le madri adottive erano assai frequenti nelle famiglie del tempo a causa dell’alta mortalità femminile dovuta al parto.
Certamente l’antagonismo tra una madre e una figlia avrebbe mostrato un impatto più drammatico tra i personaggi, ma forse sarebbe stato davvero poco in linea coi valori che i Grimm volevano mostrare. Anche loro avevano un limite: sì, magari qualche morte e qualche tortura qua e là le accettiamo, ma che una madre possa ordinare l’assassinio della propria figlia e poi mangiarne il cuore, era troppo anche per loro.
Secondo entrambe le versioni infatti la madre, poi matrigna, allibendo dinanzi alla risposta dello specchio magico, comincia a odiare la bambina e arriva a convocare un cacciatore, al quale ordina: “Portala nel bosco […] uccidila e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte”.
Così il cacciatore obbedisce e dopo una scena assai simile a quella mostrata nel lungometraggio del 1937, tranne, ecco, per il fatto che Biancaneve è una bambina e non una ragazza, l’uomo s’impietosisce e la risparmia. Piccola differenza, che però è interessante notare, il cacciatore sa benissimo che Biancaneve non può sopravvivere nel bosco, tanto che pensa: “Le bestie feroci faranno presto a divorarti”; è una cosa che Disney non ci ha raccontato, ma mette in luce come la pietà del cacciatore sia limitata al “salvataggio” della propria anima e non certo a quella della bambina.
Tuttavia, per dar prova della sua morte, sgozza un cinghialetto che passa di là e ne estrae i polmoni e il fegato. La matrigna, che sì, prima era invece proprio la madre, se li fa cucinare belli salati e se li mangia, scrive Grimm “credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve”. Questo sì, era sufficientemente educativo.
Biancaneve, i nani e i significati metaforici.
Biancaneve si salva e dopo aver corso tra pietre aguzze e spine, proprio come nel cartone, arriva in vista di una casetta in cui “tutto era piccino”, ma, insolitamente sembra a noi, “lindo” e ordinato, e non come ce l’ha mostrato Disney, un totale casino. Si tratta della casetta dei nani, dove la bambina trova sette coltellini, sette forchettine, sette bicchierini e sette lettini, sui quali si addormenta. I nani, che tornano dalla miniera sui monti, trovano Biancaneve e subito esclamano: “Che bella bambina!” e sono così felici che, quando lei si sveglia e racconta della matrigna, la invitano gentilmente a restare con loro. Non “aggratis” eh, ma curando la loro casa, cucinando per loro, lavando, cucendo, facendo la calza e tenendo tutto in ordine e pulito. Insomma, Biancaneve può restare ma solo se accetta inevitabilmente il proprio ruolo sociale, e cioè quello di una donna che si occupa dei lavori domestici e della casa.
Perché? Probabilmente c’è un intento educativo: le fiabe insegnano i buoni princìpi, sia ai maschi sia alle femmine, e non si tratta degli stessi princìpi per entrambi. Colpisce che Biancaneve debba fare da casalinga a soli sette anni, ma non deve stupire se si colloca la fiaba nel tempo in cui è stata trascritta: le bambine cominciavano ad aiutare in casa fin da piccole e se i giocattoli – le bambole, le pentole – potevano educare alla vita adulta, potevano farlo anche le fiabe.
Molto si è scritto sull’altro ruolo che ha Biancaneve in rapporto ai nani: è una donna sola in una casa di uomini – che forse non a caso sono “nanetti”, e cioè piccoli maschi alla portata di una bambina – e questo dimostra che simbolicamente, e socialmente, per loro Biancaneve ha anche una valenza sessuale. La fiaba glissa su questo aspetto, ma non sfugge che i nani notino subito la sua bellezza e che le si rivolgano sempre in modo affettuoso. La proteggono, ma tra loro c’è una specie di scambio non detto, un sostegno reciproco. Vladimir Propp, nel trattato Le radici storiche dei racconti di fate, suggerisce che la funzione dell’eroina che vive nei boschi con gruppo di uomini è proprio quella di addetta ai lavori domestici e di libera compagnia sessuale.
Kawan sostiene che questo tratto erotico non sia completamente scomparso neanche nel lungometraggio del ‘37, dove i nani trattano Biancaneve come una madre, ma sono al contempo mostrati come uomini adulti e palesemente attratti dalla sua bellezza – mostrano ad esempio apprezzamento per il fatto che lei li baci sulla testa. Per evitare fraintendimenti troppo forti, Disney evidenzia come i nani lascino la propria stanza a Biancaneve e vadano a dormire in cucina, ma tutto questo è assente nella fiaba dei Grimm, dove a alla bambina viene dato uno dei letti – quindi nella stessa stanza – e il nano in esubero dorme ora con un compagno ora con l’altro.
Andrebbe poi osservato, forse, che il fascino e l’attrattiva di Biancaneve si palesano fin da subito durante il suo sonno. La bambina va a dormire sui letti dei nani e loro la scoprono e la osservano proprio mentre dorme: è un dettaglio che anticipa il motivo principale della fiaba, e cioè il “lungo sonno” della protagonista, e non è il solo.
Soffermiamoci un attimo su un dettaglio iniziale di questa fiaba, i tre colori che contraddistinguono Biancaneve. Nelle fiabe le eroine pallide non sono rare, le si descrive bianche come la neve o come il latte e con labbra o guance rosse come il sangue o come le rose. Accade anche in un’altra fiaba dei Grimm, Biancaneve e Rosarossa, così come in numerosi testi della tradizione. Anche Il corvo di Giambattista Basile, di cui ripareremo in modo più approfondito, evidenzia il desiderio di una donna bianca come la neve e con le guance rosse come il sangue, ma perché?
Il pallore può rappresentare un simbolo di nobiltà. Le eroine delle fiabe sono spesso principesse, anche quando non sanno di esserlo. Ma il pallore è anche simbolo di morte, una morte che, soprattutto in Biancaneve, è mostrata come pacifica e bella, perché non la guasta, e anzi quasi sembra esaltarne l’aspetto. Questo crea logicamente un legame col rosso che è il colore del sangue, ma anche dei fiori e di alcuni frutti. Il melograno ad esempio è un frutto molto rosso e almeno anticamente era associato con la morte e con l’oltretomba, perché è proprio il frutto che, una volta mangiato, obbliga Persefone a sposare Ade. Si potrebbe quindi sostenere che anche il pallore e il rossore di Biancaneve creino un’anticipazione sulla sua morte?
Forse, certo, è più semplice sostenere che il bianco, nell’idea popolare, fosse più un segno della nobiltà di Biancaneve, associato, secondo Christine Kawan proprio con l’ebano, che è un materiale aristocratico, ma non c’è forse del rosso anche proprio nella mela che farà morire Biancaneve?
La morte di Biancaneve.
Di giorno i nanetti non ci sono, ma si raccomandando, lasciando Biancaneve a casa, che si guardi dalla cattiva matrigna, che intanto, grazie allo specchio magico scopre che è ancora viva.
“Regina”, dice infatti lo specchio, “la più bella qui sei tu, ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più” e siccome non mente, la matrigna capisce di essere stata ingannata e decide di uccidere Biancaneve con le sue mani. Lo fa per tre volte diverse: la prima si traveste da merciaia, passa i sette monti, arriva alla casa dei nani e, trovando Biancaneve sola, finge di venderle un nastro. Lei, che è ingenua, la fa entrare e si fa aiutare a provare il nastro, che la matrigna le stringe intorno al ventre fino a farla soffocare.
Biancaneve cade “come morta”, ma quando i nani rientrano capiscono subito cos’è successo, tagliano il nastro e lei si risveglia.
La seconda volta la matrigna, sempre consultando lo specchio, prepara un pettine avvelenato e si traveste in modo diverso. Biancaneve, nonostante le raccomandazioni, la fa entrare, si fa convincere e si fa pettinare col pettine avvelenato, che di nuovo la tramortisce. E anche questa volta i nani trovano il pettine e lo tolgono, riportandola in vita.
Così, la terza volta, la matrigna prepara un inganno meno manifesto: una mela “velenosissima”, che aveva due colori, mezza bianca e mezza rossa – anche questi, se ci pensiamo, associabili proprio coi colori di Biancaneve. La parte rossa naturalmente era quella avvelenata. Travestendosi da contadina, riattraversa i sette monti, si presenta a Biancaneve e le offre la mela. La bambina non vorrebbe accettarla, ma la matrigna, scherzando, chiede: “Che hai paura del veleno?” e per dimostrare che la mela è innocua ne stacca un morso, ovviamente nella parte bianca, che è quella buona.
E Biancaneve si lascia convincere, morendo definitivamente. Quando infatti, questa volta, i nani tornano non c’è nulla che possano fare, perché il boccone che le è rimasto in gola e che l’ha soffocata, non è manifesto come lo erano il nastro e il pettine.
Dicevo che la Disney ha perso, già nel lungometraggio del ‘37, la ciclicità del tre che è tipica delle fiabe, dove le azioni importanti si ripetono quasi sempre tre volte prima di essere effettive e questo inevitabilmente accade anche in Biancaneve. Il tre però in questa storia non è il solo numero che ricorre: hai notato che i nani sono sette, così come sono sette gli anni di Biancaneve e come sono sette i monti che la matrigna attraversa per raggiungere la protagonista?
Il principe necrofilo.
Non potendo far nulla, i nani mettono Biancaneve su un cataletto, le stanno attorno e piangono, piangono per giorni. Vorrebbero sotterlarla, ma, citando dalla fiaba, “in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva”. E invece di seppellirla la depongono in un una bara di cristallo, perché fosse visibile da ogni lato, e la espongono su un monte. Tutti la piangono, persino gli animali, già nella versione dei Grimm. Vengono civette, corvi, e infine una colombella – animale di cui è meglio diffidare in ambito teutonico, se pensiamo che in Cenerentola le colombelle aiutanti finiscono per accecare le sorellastre.
Così Biancaneve, citando, “rimase molto, molto tempo nella bara ma non imputridì”: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano”; non chiedere perché la cosa abbia qualche collegamento con la decomposizione.
Finché un bel giorno, “capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve […] allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara: in compenso vi darò quel che volete. Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo”. E il principe: “Non posso vivere senza Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo”.
Non commentiamo perché ci sarebbe da scoperchiare il vaso di Pandora.
Ma “a sentirlo, i buoni nani si impietosirono e gli donarono la bara”, che il principe “ordinò ai suoi servi” di portare sulle spalle fino a casa. Stiamo qui per scoprire che non c’è nessun bacio d’amore.
“Ora avvenne”, racconta infatti la fiaba, “che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola. E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.”
Felicità per tutti: il principe, pieno di gioia, le racconta cos’è accaduto e poi le dichiara il suo amore sopra ogni cosa al mondo, la invita nel suo castello e ovviamente le chiede di sposarlo, “con gran pompa e splendore”.
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La versione del ‘12 non si concludeva allo stesso modo. Il principe, vi si narra, ottenuta Biancaneve dai nani, la fa portare nel suo castello e ne fa collocare la salma in una stanza dove va a vegliarla tutti i giorni, senza mai staccarle gli occhi di dosso, e quando non può vederla, perché è fuori, s’intristisce e non mangia, quindi comincia a farsi scorrazzare dietro la bara dai servi ovunque va, finché i servi un bel giorno si stufano, la scoperchiano, tirano fuori Biancaneve e uno di loro le assesta un bel colpo sulla schiena, e così scuote il boccone di mela, che salta fuori.
Ecco, ora sai che è esistito un tempo in cui il principe azzurro se la faceva con una morta e gli unici che avevano da ridire erano i servi che dovevano sballottarla di qua e di là. Ah, e le nozze furono ovviamente, come spesso nelle fiabe, fissate per il giorno dopo.
Scherzi a parte, l’episodio, rimosso nell’edizione finale, mostra per quanto trasversalmente un morboso desiderio necrofilo che è impossibile ignorare e il fatto che la morte di Biancaneve si risolva in modo buffo è senz’altro un modo per sdrammatizzare una situazione altrimenti pesante. Poco conta se i Grimm abbiano tratto il finale definitivo da qualche altra fonte o se lo abbiano inventato di sana pianta.
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La punizione per la matrigna.
Vissero tutti felici e contenti, e invece no, perché la fiaba non è finita. L’epilogo, che è comune a entrambe le versioni, include il matrimonio, durante il quale anche la perfida matrigna viene invitata. Inizialmente non vuole partecipare, ma poi non resiste.
“Entrando”, scrive Grimm, “riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzarle roventi e ballare, finché cadde a terra morta.”
Morale della storia: se vuoi far fuori la tua rivale in avvenenza, almeno fallo bene.
Niente bacio dunque? Niente bacio. Ma vale la pena sottolineare che esistono anche altre versioni di questa storia, nelle quali la protagonista, che pur non chiamandosi Biancaneve, affronta le medesime difficoltà e viene di volta in volta salvata nei modi più fantasiosi: con la distruzione della bara, col l’eliminazione del pettine, con la rimozione di un capello. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo, dove ti racconterò delle altre Biancaneve che abbiamo dimenticato.
Fonti:
J. e W. Grimm, Fiabe, Oscar Mondadori, con introduzione di G. Dolfini.
C. S. Kawan, Innovation, persistence and self-correction: the case of Snow White: https://sapientia.ualg.pt/bitstream/10400.1/1671/1/11-12-Kawan.pdf
https://sites.pitt.edu/~dash/type0709.html#snowwhite
http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/biancaneve_prima-stesura-1812.htm
https://www.treccani.it/enciclopedia/biancaneve_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/
Nuisia Raridi
Soprattutto scrivo. Sto scrivendo un romanzo e mi diverto a raccontare miti, leggende e curiosità storiche. Nella vita reale insegno Italiano e Storia nella scuola superiore.
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