Folklore

La Befana tra leggenda e folklore

Posta alla fine del «ciclo» natalizio, nel giorno del calendario cristiano che celebra la manifestazione di Dio in Cristo – ovvero l’Epifania, il momento cioè in cui i Magi fanno visita a Gesù Bambino recando con loro doni – la Befana è un personaggio del folclore italiano che, al pari di Babbo Natale, rappresenta molto bene la contaminazione di sacro e profano che è tipica delle feste comprese tra la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo. Il termine “Befana” deriva dalla storpiatura della parola greca epifàneia, che significa appunto “apparizione, manifestazione”, quasi a confermare, già dal nome, le sue origini popolari.

Tutti la conosciamo per le sue caratteristiche fisiche e anagrafiche, oltre che per i vari oggetti che le sono associati: la Befana è sempre una vecchia, una vecchina, talvolta arcigna, con tratti fisionomici che la fanno assomigliare ad una strega: i capelli grigi, il volto grinzoso, il naso adunco; è sempre vestita in modo dimesso: con stracci e con scarpe rotte. Viaggia a cavallo di una scopa, altro elemento che l’avvicina alla strega dell’immaginario collettivo, compreso il fatto che è solita muoversi col buio, volando sopra i tetti. A lei sono associate le calze, dentro cui lascia i regali, e il camino, dove le calze vengono appese e dalla cui cappa la Befana s’introduce nelle case. 

Come Babbo Natale la Befana porta doni ai più piccoli. Il dono si manifesta sempre durante il buio e talvolta può essere un dono sgradito: il carbone ad esempio, connesso ancora una volta col camino e col focolare domestico. È interessante che la Befana venga rappresentata quasi sempre come una donna magra e decrepita e in alcune tradizioni regionali abbia addirittura tratti spaventosi o inferici: la Redodesa, ad esempio, detta anche Redosega, che è la versione bellunese della Befana comune, è descritta dalle storie come gigantesca e spesso armata di un fuso di ferro.

Insomma, un personaggio femminile piuttosto ambiguo.

Queste caratteristiche però non devono per forza indurci a considerare la Befana l’evoluzione in positivo di un personaggio demoniaco. Vecchia, sterile e disfatta, la Befana rappresenterebbe piuttosto il lato «spento» della natura invernale. Sarebbe cioè la raffigurazione popolare della Madre Terra colta nel momento più oscuro e problematico dell’anno, quello dell’assenza dei frutti.

Madre, donna e vecchia: il significato simbolico della Befana.

In tutte le culture umane la Madre Terra è rappresentata come una donna: una donna giovane o matura, con tratti che simboleggiano l’abbondanza, la fertilità e la prodigalità verso gli esseri umani. Ma la Madre Terra assume caratteristiche diverse a seconda del tempo e della stagione: se infatti in primavera e in l’estate, momenti di fecondità e abbondanza, la sua rappresentazione più comune è quella di una donna giovane e bella, con forme generose e colorito florido, in autunno e in inverno la stessa Madre Terra finisce per assumere tratti di stanchezza, sterilità e impoverimento. Da giovane donna florida, dunque, a vecchia sterile e sciatta.

Così è nato il mito della Befana.

Lei, che arriva nel cuore dell’inverno, nel momento più buio dell’anno, quando la natura avvizzisce e diventa infruttifera, spoglia, spossata, piegata dal gelo, quella natura la rappresenta completamente: e non è un caso, allora, che sia decrepita e grinzosa, magra e rinsecchita, vestita di pochi stracci, come gli alberi, che sono coperti appena dalle foglie che il freddo ha lasciato sui rami.

Tuttavia la Befana-vecchia non è isterilita al punto da poterla confondere col pallore e la magrezza scheletrica della morte e questo indica che, al di là del suo essere momentaneamente infruttifera, la Madre Terra che rappresenta non perde del tutto le proprie caratteristiche feconde: quella della vecchiaia per lei è soltanto una fase che si ripete ciclicamente. All’inverno infatti segue la primavera e così la Befana, che «tutte le feste porta via», in realtà porta via con sé soprattutto l’accorciarsi dei giorni, che in concomitanza col solstizio invernale tornano gradatamente ad allungarsi di nuovo. 

A riprova di ciò, esistono numerosi riti, sparsi in tutta la penisola, che svolgendosi, non a cavallo dell’epifania, ma del carnevale, mettono in scena la distruzione del vecchio o della vecchia: generalmente un fantoccio di stracci e paglia che viene arso o distrutto come a simboleggiare la fine di un ciclo e l’inizio di un altro: dall’anno vecchio a quello nuovo, dall’inverno sterile e buio al risveglio della natura. Presso molte culture antiche, del resto, l’anno iniziava con la primavera, basti pensare alla Roma repubblicana, dove marzo era il primo mese dell’anno.

Non va però dimenticato che tutto il periodo compreso tra Natale e l’Epifania era anticamente considerato magico e in qualche modo instabile: era idea diffusa che nel periodo natalizio, al pari di quanto avveniva la notte di Ognissanti, gli spiriti oltremondani, che dimoravano sotto terra, risalissero tra i vivi e tornassero nelle case che erano appartenute loro durante la vita: non si trattava di spiriti malvagi, ma di presenze buone, che andavano accolte e ristorate con cibo e offerte.

Se ci pensiamo quello che tuttora si fa aspettando Babbo Natale e la Befana: a chi non è capitato di lasciar loro un bicchiere di latte o dei biscotti?

È chiaro che un legame tra queste figure – Babbo Natale e la Befana – e quelle dei morti che tornano esiste. Anche loro infatti sono presenze sopite per un anno intero che una notte all’anno tornano a far visita ai bambini.

Perché ai bambini?

La risposta è semplice: i bambini sono la parte più delicata e fragile dell’umanità e questo è tanto più vero quanto più si torna indietro nel tempo. In passato la mortalità infantile era alta e i bambini vivevano condizioni più precarie degli adulti, ragion per cui spesso erano associati ai morti. Ecco perché ad Ognissanti, ad Halloween, e naturalmente anche a Natale, si faceva e si fanno offerte o doni ai bambini: perché era un modo indiretto per farle alle anime dei morti.

Gli antecedenti della Befana.

Tornando alla Befana, non va dimenticato che le sue origini affondano nella notte dei tempi. È assai difficile capire quando il mito abbia cominciato a diffondersi, isolandosi definitivamente da tutto un gruppo di figure femminili, divine o leggendarie, con caratteristiche più o meno simili alle sue. Si pensa infatti che a creare l’idea della Befana abbiano concorso tradizioni greche e latine, germaniche, celtiche e slave, oltre che tutta una serie di culti agrari e funebri presenti in larga parte d’Europa.

Molti di questi culti erano associati alla luna e alle divinità notturne: così secondo alcuni le antenate più prossime della Befana sarebbero state la dea Diana, protettrice della fertilità e delle partorienti, associata anche lei alla luna; Proserpina, sposa di Ade, il cui ritorno ciclico sulla terra assicurava il risveglio della primavera; e naturalmente la dea psicopompa Ecate, in grado di viaggiare liberamente tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Ecate, che era tra le altre cose protettrice della magia, regnava sui fantasmi, si muoveva di notte ed era pertanto legata alla luna, oltre che alla femminilità e alla stregoneria.

Anche la divinità germaniche Berchta, o Perchta, e Holda avrebbero legami con la Befana. La prima, forse al principio sposa di Odino, decadde dopo il medioevo a strega cattiva e signora delle bestie, mentre la seconda apparirebbe talvolta come essere benigno abitante delle fonti, talvolta come vecchia strega dal naso adunco. Ad accomunarle, il fatto che entrambe secondo il folklore più recente spaventano i bambini e facciano la loro comparsa, girando per le dimore degli uomini, proprio nelle notti tra Natale e l’Epifania.

Gli attributi della Befana.

Come tutti personaggi del folklore, anche la Befana è associata ad elementi particolari, i quali a loro volta rivelano significati simbolici assai più profondi di quanto si potrebbe immaginare.

Spesso viaggia su una scopa, un oggetto sì collegato alle streghe, ma anche e soprattutto alla quotidianità femminile – ai lavori domestici, in sostanza. Del resto è possibile che la stessa scopa volante delle streghe sia una distorsione in negativo della quotidianità femminile, unita al fatto che fin dall’antichità si credeva che gli iniziati di certi culti misterici avessero la facoltà di volare a cavallo di animali e bastoni.

Per entrare nelle case la Befana passa dal camino, altro oggetto comune e quotidiano. Il focolare domestico era, in senso più ampio, anche il luogo in cui risiedevano i mani protettori della famiglia e il ciocco, che veniva acceso alla vigilia e spesso durava per giorni rappresentava proprio la protezione di questi numi. Così si è finito per accostare alla Befana anche il carbone, che oltretutto è ciò che resta della combustione che accompagna i riti propiziatori e apotropaici – il fuoco come purificazione, come oggetto di calore, difesa e luce. 

L’abbigliamento della Befana, come abbiamo visto, rappresenta la natura invernale: spoglia e sciatta. Le sue scarpe, come dice la filastrocca, sono vecchie e «tutte rotte». Secondo gli studiosi queste scarpe rappresenterebbero il cammino annuale che giunge a conclusione. Non per nulla sarebbero infatti «consumate», rotte, vecchie. In più, se ci pensiamo, queste scarpe hanno un riflesso nell’azione della Befana di lasciare i doni proprio dentro le calze.

L’usanza dei doni nelle calze o nelle scarpe sarebbe del resto antichissima; nelle leggende germaniche ad esempio è Odino a lasciare i doni nelle scarpe dei più piccoli e sorge spontaneo chiedersi perché proprio nelle calze o nelle calzature?

Devo ammettere che su questo ci si potrebbe sbizzarrire: innanzitutto calze e scarpe dei bambini, piccole e nuove, sono il corrispettivo rinnovato delle scarpe rotte della Befana, come a dire che lei, proveniente dal cammino del vecchio anno, lascia che a proseguire siano i più piccoli. Come una nonnina che spinge i nipoti verso il mondo. La scarpa in generale avrebbe poi una qualche simbologia sessuale, interpretabile in questo caso come segno di una rinnovata fertilità. La Befana lascia cioè i suoi doni dentro le calze, come se vi lasciasse i «semi» del nuovo risveglio. 

Infine parlando delle calze non può che venirci in mente un’altra attività storicamente legata al mondo femminile: quella della filatura.

Fili e matasse: il lato oscuro della Befana.

La mitologia precristiana è ricca di figure femminili inquadrate nell’atto di filare. La cosa curiosa è che questo atto in realtà rappresenta l’intessersi dei destini umani e il filo stesso è pertanto un simbolo della vita. Basta pensare alle Parche latine o alle Moire greche: tre divinità femminili rappresentanti il destino. La prima fila il filo della vita, la seconda dispensa i destini calcolando la lunghezza del filo, la terza inesorabilmente lo taglia. Forse perché le donne sono preposte alla nascita, le civiltà del passato hanno finito per associare loro anche la morte, la “Signora oscura”.

Per cui è facile pensare che questa connessione vita-filo-morte sia passata anche alla Befana attraverso l’oggetto della calza. Per di più nei giorni compresi tra Natale e l’Epifania era diffuso un po’ ovunque il divieto di filare o lasciare matasse in giro per casa: probabilmente infatti, rappresentando la vita, si credeva che le presenze ultraterrene potessero esserne attratte o che potessero restarvi impigliate, col rischio di rimanere da questa parte.

Esistono varie leggende regionali che uniscono la Befana al tabù della filatura. Una delle più conosciute e inquietanti è quella diffusa nel bellunese, dove la Befana è chiamata Redodesa, o Redosega, e presenta caratteristiche spiccatamente inferiche. Qui più che altrove la Vecchia, che torna col buio dell’inverno, è intesa a metà tra un essere numinoso e una strega.

La Redodosa è una donna sola, non battezzata, destinata a ramingare per il mondo. La si immagina armata di un pericoloso fuso di ferro o gigantesca. Secondo alcune leggende la Rododesa non sarebbe sola ma accompagnata da dodici figli, forse dodici come i mesi dell’anno. Le acque dei torrenti si fermerebbero al suo passaggio e se qualcuno si trovasse sulla riva e la vedesse attraversare, correrebbe il rischio di essere annegato o mangiato. Altre storie raccontano di donne che, attardatesi a filare nella notte del 5 gennaio, possano vederla comparire col fuso in mano.

Le befane maligne.

Sebbene strega e Befana abbiano in realtà ben poco in comune, sono numerose le tradizioni locali che parlano di befane maligne o inquietanti. Oltre alla Rododesa esiste in Veneto anche la Giampa, una vera e propria Befana che, passando dal camino, si introduce in casa e resta a filare per tutta la notte. Si dice che strangoli chiunque si affacci a guardarla, ma che si dilegui prima dell’alba lasciando i suoi doni nelle calze. Similmente in Alto Adige la Giampa girerebbe per valli e monti seguita da spettri e cani latranti. 

In altre credenze la Befana cattiva punisce i bambini che si attardano dopo la cena. Una di queste narra di una fanciulla che, rientrata tardi, trova la Befana seduta in casa a pettinarsi, sistemandosi i capelli con le forcine. Al mattino la fanciulla sente male alle ginocchia e così si accorge che le forcine della Befana le sono rimaste conficcate nella carne.

Altrove le befane vengono cacciate e rimandate fuori dalle città; le si immagina brutte e luride, accompagnate dal suono delle catene che si portano dietro, talvolta addirittura avvolte in lenzuoli e con il volto scheletrico. In Puglia si racconta che una Befana di questo tipo, chiamata Morta Befanì e contrapposta ad una Befana buona, giri con un librone contenente i nomi dei morituri, tracciando una croce sulle porte di coloro che periranno entro l’anno. Per finire, non mancano nelle tradizioni popolari di mezza Italia, storie di befane che spaventano, cacciano o tentano di infilzare i bambini cattivi, risparmiando quelli buoni.

Strega dunque? Dea? Megera? Madre Terra insterilita e dispensatrice di fecondità?

Qualche che sia l’immagine della Befana che prevale tra tutte, non possiamo che riconoscere che il suo fascino sia proprio tutto qui: nel suo essere fondamentalmente l’una e l’altra cosa.

Soprattutto scrivo. Sto scrivendo un romanzo e mi diverto a raccontare miti, leggende e curiosità storiche. Nella vita reale insegno Italiano e Storia nella scuola superiore.

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