Fiabe

Le altre Biancaneve tra mito, Napoli e Russia

E le altre Biancaneve? Ce n’è una nascosta in sette bare di cristallo e salvata non da un principe ma da uno zio. Ce n’è un’altra che non fugge da una matrigna cattiva, ma dal fratello del padre che vuole abusare di lei. Ce n’è una terza che non vive con sette nani ma con sette uomini adulti ed è niente di meno che la figlia dello zar.

Sono le Biancaneve che pochi conoscono, perché nonostante il motivo di fondo sia sempre lo stesso – la fanciulla creduta morta, compianta e poi “resuscitata” – hanno lo svantaggio di intitolarsi in modo banale, poco affascinante o semplicemente diverso, o di presentare stratagemmi alternativi alla mela, al bacio e ai nanetti che nel nostro immaginario la contraddistinguono. Quella di Biancaneve del resto è una fiaba celeberrima, di cui esistono numerose varianti e di cui è possibile intuire dei precedenti già nei miti greco-latini, e ciò che faremo oggi sarà proprio questo: riscoprirne quattro di quelle che abbiamo dimenticato o forse mai sentito. Se vuoi recuperare la prima parte, dedicata alla versione “canonica” dei Grimm, la trovi nell’articolo precedente.

Biancaneve nel mito: Chione. 

Spesso le fiabe molto note hanno antecedenti letterari antichissimi, alcuni dei quali possono essere rintracciati già nella mitologia; è il caso ad esempio de La bella e la bestia, il cui motivo dominante è presente in modo assai simile nella favola di Amore e Psiche raccontata da Apuleio nell’Asino d’oro. Ma è il caso, anche, di Biancaneve, che alcuni associano con un mito non molto conosciuto: quello di Chione, di origine greca, ma contenuto in una variante significativa nelle Metamorfosi di Ovidio.

Chione era una fanciulla bellissima. A quattordici anni i suoi pretendenti non si contavano e un giorno persino Apollo e Mercurio s’invaghirono di lei. La sedussero, prima l’uno e poi l’altro e Chione restò incinta di entrambi, dando alla luce due gemelli. Così la fanciulla, lascia intendere Ovidio, che era stata amata non da una ma due divinità, s’insuperbì, arrivando ad affermarsi superiore a Diana e a criticare l’aspetto della dea, che, non nuova a vendette personali, si arrabbiò e la punì trafiggendole la lingua con una freccia. Chione non poté più parlare e il sangue che usciva dalla ferita la soffocò.

E dov’è la somiglianza con Biancaneve?

Di Chione si mette in evidenza la bellezza, e su questo non c’è dubbio. I miti sono pieni di umani che sfidano gli dèi, ma nel caso specifico sembra – per quanto, in realtà non sia proprio chiarissimo – che la ragazza voglia superare Diana nell’aspetto e nella piacenza, come fa la matrigna di Biancaneve. Non è un legame così forte, ma se volessimo intendere la matrigna come un’evoluzione della dea, potremmo notare che già lei prova a ucciderla per la competizione che si crea tra loro. Certo, Diana ci riesce al primo colpo. 

C’è poi già in questa storia il motivo della fanciulla addormentata e sedotta. Apollo e Mercurio, secondo alcune versioni, si alternarono nel letto della fanciulla durante la stessa notte, ma Ovidio propone altro: Mercurio, che non poteva aspettare il tramonto del sole, addormentò Chione con un tocco del suo caduceo e la prese mentre ancora dormiva. E in questo c’è indubbiamente qualcosa di Biancaneve. Apollo invece, aspettando che la notte scendesse, si presentò vestito da vecchia signora per ingannarla, proprio come farà la matrigna. 

Sangue, neve e oscuri presagi.

Si è sostenuto che Biancaneve abbia origini mediterranee, addirittura italiane, e naturalmente medievali. Si tratta però di tesi difficili da sostenere o dimostrare. Il motivo della regina-matrigna spietata e subdola, così come quello della morte apparente, è presente nel Cimbelino di William Shakespeare, mentre l’attrazione per il contrasto del sangue rosso sul bianco della neve è attestata in una fiaba di Giambattista Basile, Il corvo, pubblicata tra il 1634 e il 1635 nella raccolta di fiabe in napoletano Lo cunto de li cunti, anche nota come Pentamerone o Il racconto dei racconti.

Ne Il corvo, il re di Frattombrosa, andando a caccia, trova un corvo morto nella neve e resta affascinato dal colore del suo sangue rosso che risalta sul bianco, così desidera una sposa dalla pelle candida e dalle guance scarlatte. Questo motivo, se hai letto l’articolo precedente lo sai già, apre anche la fiaba di Biancaneve raccontata dai Grimm, con la differenza che il desiderio è espresso da una madre per una figlia e non da un uomo per una moglie. La regina, madre di Biancaneve, si punge infatti il dito e il sangue caduto nella neve le fa lo stesso effetto del re di Frattombrosa.

I Grimm potrebbero aver preso lo spunto dalla fiaba di Basile? Non è da escludere. Secondo la studiosa di fiabe popolari, Christine Kawan, è plausibile che i due abbiano ripreso il motivo della neve e del sangue, conservando un’eco del nero delle piume del corvo ma sostituendola con un riferimento meno infausto alla morte. La regina desidera infatti una bambina con capelli neri come “l’ebano della finestra”, un’alternativa, sempre secondo la Kawan, più soft e anche più raffinata e aristocratica al pennuto stecchito – perché l’ebano è un materiale pregiato e perché questo riferimento non si trova in nessun’altra fiaba della tradizione. Rimane però intatto il presagio oscuro della morte, che anticipa quello che poi sarà il destino della protagonista.

Ma ne Lo cunto de li cunti è presente un altro racconto davvero molto simile a Biancaneve: la Schiavottella, tradotta in italiano in La Schiavotta, che è unanimemente considerata tra i primi, se non il primo esempio della tradizione europea a presentare in una soluzione assai più completa i motivi dominanti in Biancaneve: la bambina addormentata in una bara di cristallo, la gelosia di una matrigna cattiva, l’inganno del pettine. 

Ciò che non sappiamo, e che probabilmente non sapremo mai, è se si tratti di un’invenzione di Basile o se la fiaba sia stata raccolta da una tradizione popolare preesistente, che le darebbe i natali proprio in territorio italiano – o per carità nella penisola italiana – eventualmente, ma è impossibile da stabilire, in ambito napoletano.

La schiavotta di Giambattista Basile.

Il barone di Selvascura ha una sorella, Lilla, che un bel giorno si mette a fare un gioco con le sue amiche: saltare a cavalcioni sopra una rosa senza toccarla. Lilla ci riesce, ma una foglia cade e per nasconderla se la mangia. Così qualche giorno dopo si ritrova incinta. Ben conscia, scrive Basile, di non fatto ‘mbroglie né vescazzie, e cioè disonestà, ma non capendo come “le si fosse ‘ntorzata la panza”, chiede consiglio a delle fate sue amiche, che le confermano che la causa è la foglia di rosa, e, quando è il momento di partorire, “battezzano” la bambina, Lisa, dandole la loro “fatagione”. 

L’ultima fata però, accorrendo, li sloga il piede e bestemmia creativamente una cosa tipo: “che tua mamma ti ficchi il pettine nella testa a sette anni e ti ammazzi”. Ed è una bestemmia così orribile che sette anni dopo si avvera. Lisa muore e il pettine le resta conficcato nel capo, ma la madre è così disperata che la fa chiudere in sette casse di cristallo, una dentro l’altra, e sistemare, all’insaputa di tutti, in una stanza remota del castello, di cui solo lei conserva la chiave. Almeno fino al giorno in cui si sente morire dal dolore, anzi, per dirla come Basile, si sente “tirare dall’uncino della morte”, e si decide lasciare la chiave in eredità al fratello, il barone di Selvascura, con la promessa che la terrà in uno scrigno senza usarla mai. Ma la chiave è come la pistola di Cechov, e prima o poi qualcuno la userà senz’altro.

Passa un anno o due e il barone prende moglie, e un giorno che è fuori a caccia lascia la moglie sola in casa con la raccomandazione che non apra quello scrigno dentro cui c’è la chiave. Così puntualmente la moglie, “scannata dalla curiosità”, dice Basile, “che è la prima dote di ogni donna”, apre lo scrigno, prende la chiave ed entra nella stanza, dove trova la bambina, che intanto è diventata una donna, dormire dentro le sette bare, che naturalmente sono cresciute con lei. 

“E bravo” pensa la baronessa, “Chiave in cintura, corna in natura” e siccome Lisa è bellissima si convince che sia l’amante del marito. L’afferra ingelosita per i capelli e la caccia dalle casse, ma così facendo il pettine che Lisa ha in testa cade, facendola svegliare. La baronessa la concia per le feste: le taglia i capelli, la bastona “coi fiocchi”, le mette uno straccio addosso e ogni giorno le dà una ripassata – Basile non va per il sottile dicendo che le fa una bocca “come se avesse mangiato piccioni crudi”, e cioè lorda di sangue.

Al ritorno del barone, Lisa viene presentata come una schiava, e nessuno si preoccupa che la poverina si buschi ogni giorno parecchie mazzate.

Accade però che il barone parta per un viaggio e chieda a tutti, “pure ai gatti”, cosa vogliano in dono, secondo un modello che ricorda sia La bella e la bestia sia Cenerentola. La “schiavotta” risponde testualmente: “Una bambola, un coltello e una pietra pomice”. Quando le ottiene, si siede davanti alla bambola e comincia a piangere lamentando le sue sciagure come se parlasse con una persona, e siccome la bambola non risponde, Lisa affila il coltello con la pomice e minaccia d’infilarselo in canna. E questa solfa va avanti per un po’, finché il barone capita finalmente a tiro d’orecchio e ascolta ogni cosa: della rosa, delle fate, del pettine, del taglio dei capelli.

Tutta la verità viene a galla e la fiaba si conclude bene: a Lisa, che ormai è diventata bella “come una dea”, il barone, che è suo zio, dà un bel marito, mentre la baronessa viene rispedita al mittente, e cioè ai genitori. Il che non è male, considerando la tortura che i Grimm riservano alla cattiva matrigna.

È la classificazione Aarne-Thompson, un metodo che raggruppa le fiabe e i racconti popolari secondo un catalogo “motivi” ricorrenti, a includere la La schiavotta nel “tipo” Biancaneve, anche se l’intreccio presenta anche altri elementi: le fate che donano la loro “fatagione” ricordano quelle della Bella addormentata nel bosco, così come il motivo del viaggio e della richiesta dei regali rimanda a La bella e la bestia e a Cenerentola, di cui tra l’altro Basile fornisce la prima versione d’autore conosciuta, La gatta Cenerentola. Ma fa capolino anche il tema del divieto, tipico ad esempio di Barbablù, e quello della bambola magica, che è presente anche altrove e in particolare in una delle fiabe russe più note, Vasilisa la bella. 

Nel concepimento tramite fiore si può scorgere l’eco di un altro mito raccontato da Ovidio a proposito della nascita di Marte: Flora, ninfa dei campi fioriti, toccò Giunone con un fiore, finché il ventre della dea si gonfiò e ne nacque il dio, che non aveva padre ma solo madre. Basile cita questo episodio nella fiaba La cerva fatata, quindi evidentemente lo conosceva e lo recupera nella scrittura di questa fiaba.

La zarevna morta e i sette bogatyri di Aleksandr Puškin.

Dall’Italia ci spostiamo in Russia, avanzando di quasi duecento anni. Se La schiavotta è precedente alla Biancaneve dei Grimm, le due fiabe che stiamo per scoprire sono entrambe successive ed entrambe russe. La prima è di Aleksandr Puškin ed è reperibile, almeno in italiano, nella raccolta Fiabe in versi insieme alle altre fiabe che l’autore non si preoccupò di pubblicare in un testo autonomo.

Come la fiaba dei Grimm, comincia con la neve. Essendo una fiaba russa, non presenta il re e la regina, ma uno zar e una zarina. Il primo è partito per un viaggio e la seconda ne attende il ritorno davanti alla finestra, mentre fuori nevica. Passano nove mesi e dà alla luce una bambina, ma quando lo zar fa finalmente ritorno, la zarina è sopraffatta dalla gioia e muore. 

Così lo zar si risposa con una donna bella ma spocchiosa, altera e bisbetica, che ha avuto in dote uno specchio parlante. Come la matrigna di Biancaneve, anche lei lo interroga su chi sia la più bella al mondo e lo specchio puntualmente risponde che è lei, almeno fino al giorno in cui la zarevna, figlia dello zar e della zarina morta, l’equivalente quindi di una principessa, cresce e si fa bellissima. 

La zarevna non ha un nome, ma “viso bianco”, labbra “vermiglie” e “ciglia nere”, che ricordano molto Biancaneve.

Lo zar la promette a un principe chiamato Elisej e proprio quando stanno per celebrarsi le nozze la zarina chiede allo specchio chi sia la più bella e lo specchio risponde, ovviamente, la zarevna, e lei va su tutte le furie. Chiama una serva e le comanda di condurre la ragazza nel fitto della selva e di legarla “ben stretta” sotto un pino, viva, in pasto ai lupi. 

Questo è un motivo evidentemente non insolito nella tradizione russa e che compare anche in un’altra fiaba, Nonno gelo, che ho raccontato in un video breve. 

Niente di molto diverso dai Grimm, comunque: la serva porta la zarevna nel bosco ma si fa impietosire e la lascia andare, riportando poi alla padrona la notizia che ha fatto il suo lavoro; per fortuna nessun polmone e nessun cuore cotto alla griglia. Ma la notizia che la zarevna sia scomparsa si diffonde e il suo promesso sposo, Elisej, si mette in viaggio per cercarla.

La ragazza intanto è arrivata non in una casina piccina ma davanti a un castello. Vi abitano non sette nani ma sette bogatyri, i cavalieri della tradizione medievale slava, dunque sette baldi giovani che l’accolgono in casa loro, pur precisando che per loro sarà una “sorellina”. Ma i giorni passano e, accoppando un tartaro qua e stanando un saraceno di là, i bogatyri s’innamorano presto di lei e provano a chiederla in moglie. Così lei rivela che se mai si salverà, c’è il suo principe che l’aspetta.

Nel frattempo la matrigna cattiva scopre che è ancora viva e vestita da vecchina le porta la mela avvelenata, che la zarevna mangia, nonostante il cagnolino di casa cerchi d’impedirglielo, e cade infine a terra morta. È proprio il cane, al ritorno dei bogatyri, a svelare il motivo della morte, perché mangia la mela rimasta e muore a sua volta.

Così la zarevna, nella disperazione di tutti, viene messa nella solita bara di cristallo e portata su un monte.

L’azione allora si sposta sul principe: Puškin introduce una parte assente nei Grimm e ci mostra l’eroe che per tre volte chiede, prima al sole, poi alla luna, poi al vento, aiuto per trovare la sua amata ed è proprio il vento a indicargli la strada dove la sua sposa nella bara dorme un sonno eterno. Il principe scoppia in singhiozzi e si dirige là dove gli è stato detto, trova la bara e la colpisce con tutta la forza che ha, mandandola in frantumi, e la zarevna ritorna in vita. 

Non sarebbe una fiaba se non finisse con un felici e contenti e la punizione per la cattiva zarina, alla quale però Puškin lascia l’onore di morire e basta, senza che qualcuno la torturi. 

La zarevna morta e i sette bogatyri è infatti la versione più “pulita” e politicamente corretta tra tutte quelle che abbiamo analizzato. Manca dei riferimenti più violenti e perturbanti, del pasto cannibalico, del tacito rapporto tra l’eroina i sette uomini, che viene anzi smorzato sul nascere; ed è anche la fiaba che ha la logica narrativa più sensata: tutti i nodi vengono al pettine, non restano parti insolute e non si aggiungono pezzi random, come il principe di passaggio. Questo è sicuramente indice di un’intromissione più forte dell’autore, che intendeva probabilmente darle maggior rilievo letterario. 

Il testo sarebbe datato 1833 e dal momento che Puškin possedeva un’edizione francese delle fiabe dei Grimm, si è potuto dimostrare che La zarevna morta e i sette bogatyri abbia risentito, almeno in parte, dell’influsso tedesco, per quanto il titolo compaia anche tra i testi che l’autore apprese dalla propria tata, Arina Rodionovna. Questo vuol dire che Puškin ha contaminato le fonti, aggiungendo anche del suo.

L’elemento più significativo che introduce, e che manca in tutte le altre versioni, è il fidanzamento tra il principe e la zarevna, preesistente alla morte di quest’ultima. Lui insomma non s’imbatte per caso nel suo corpo e fa una bella differenza perché non s’innamora di lei da morta, quindi anche il desiderio necrofilo viene meno. È un dettaglio che, forse per altre strade e con le dovute differenze, è finito anche nel lungometraggio Disney. 

Ma il principe ha anche un nome, Elisej, che non appartiene alla tradizione e che potrebbe essere un’invenzione d’autore. Eliseo era un profeta biblico a cui, tra le altre cose, si associa il miracolo di una resurrezione. Sarà un caso? Forse no, soprattutto se si considera che qui, diversamente da tutte le altre versioni, si dice chiaramente che dopo il morso della mela la fanciulla “non è più tra i viventi”. Quindi la sua non è una morte apparente, ma forse l’unica vera morte a cui segue proprio una specie di resurrezione.

Lo specchietto magico di Aleksandr Afanas’ev.

L’ultima fiaba di cui parliamo è di Aleksandr Afanas’ev, il più noto fiabista della tradizione russa. S’intitola Lo specchietto magico ed è parte della raccolta Fiabe russe, pubblicata tra il 1855 e il 1863, quindi parecchi anni dopo la prima edizione delle Fiabe del focolare dei Grimm. 

Siamo in un paese lontano e il protagonista, come accade in molte fiabe di Afanas’ev, è un mercante, per l’occasione vedovo, con una figlia, un figlio e un fratello. Il che suona già di per sé insolito. Secondo, invece, un modello che ormai sentirai familiare, il padre parte per un viaggio, portando con sé il figlio e lasciando la figlia al fratello, con la raccomandazione che non le “permetta di fare sciocchezze”.

Accade però che la ragazza, che è di “tale bellezza”, bianca anche lei, che è “impossibile trovarne di uguali”, comincia presto a solleticare gli appetiti dello zio, il quale ovviamente non si lascia scappare l’occasione di molestarla e minacciarla se non gli si concede. Afanas’ev è molto esplicito in merito. Così la ragazza riempie un secchio di acqua bollente e lo getta addosso allo zio, lasciandolo infermo per settimane.

il suo ruolo di antagonista se lo spartiscono il padre e lo zio. Quest’ultimo infatti scrive una lettera al fratello, dove fondamentalmente dice che la nipote è una poco di buono, e il fratello, leggendola, decide su due piedi che non gli sta bene che tutti ridano di lui, quindi la ragazza va fatta “a pezzettini”. Delega il compito all’altro figlio, che come il cacciatore dei Grimm, viene incaricato di trovarla, ucciderla e portare il cuore come prova. 

Il figlio obbedisce, ma tornato in città ha lo scrupolo d’informarsi sulla fama di sua sorella e quando scopre la verità, sempre come il cacciatore, invece di ucciderla l’aiuta a fuggire e come prova porta il cuore di un cane.

La ragazza, intanto, arriva a un palazzo nel bosco dove vivono non sette ma due valorosi cavalieri, che a trovarla lì esclamano: “Toh, che bello, Dio ci ha mandato una serva”, cioè in realtà dicono che ha mandato una “sorella”, ma il fatto che è lei deve comunque occuparsi delle faccende di casa. Così l’accolgono e giurano solennemente, secondo una modalità che ricorda Puškin, di non “osare attentarla” mai.

Passano i giorni ed ecco entrare in scena la matrigna, come se a un certo punto l’autore si fosse ricordato di dovercela mettere; del resto Afanas’ev conosceva l’opera dei Grimm e la usa come modello per le sue fiabe, così la matrigna assomiglia tale e quale a tutte le altre: è una donna altezzosa e di straordinaria bellezza ed ha con sé uno specchietto magico, che ha il potere di informarla su tutto quello che succede nel mondo – una specie di telegiornale interattivo. 

Un giorno che si sta specchiando, convinta di essere la più bella, lo specchio le comunica dell’esistenza della sua figliastra, che è ovviamente assai più bella di lei. La matrigna però non va di persona a ucciderla, ma spedisce una “vecchia cattiva”, che le dona nell’ordine: un anello, un nastro e un capello magico, col risultato che ogni volta la ragazza cade stecchita ma i cavalieri, trovandole addosso prima l’anello e poi il nastro riescono a salvarla, così come nella versione dei Grimm. Il capello invece, che si confonde facilmente, ripropone lo stratagemma del pezzo di mela ed è l’arma definitiva.

Comunque sì, è sempre la vecchia, senza travestimenti, a presentarsi dalla ragazza, ma lei, nonostante le raccomandazioni la fa entrare tutte le volte.

Fatto sta che muore e i cavalieri, come i nani, la mettono in una bara di cristallo e sono così disperati che, dal testo: “Che stiamo a fare al mondo? – si chiedevano. Andiamo e facciamola finita! Si abbracciarono, si congedarono l’un l’altro […]” e si buttarono giù da un balcone.

Così passano gli anni e un principe di passaggio, trovando la dimora che era stata dei cavalieri, vi entra e scopre il catafalco con la bara di cristallo e la ragazza morta ma talmente bella che non riesce a staccarsene. Comincia a trattenersi lì ogni giorno che va a caccia, finché i cacciatori del suo seguito se ne accorgono, lo seguono e scoprono anche loro la ragazza. Il principe allora chiede loro di portarla via con tutta la bara e di metterla, in assoluta segretezza, nella sua stanza da letto. 

La prima edizione della Biancaneve dei Grimm è qui riproposta tale e quale: il principe smette di fare qualunque cosa e sta ogni giorno a contemplare la morta, con l’unica differenza che la zaina a un certo punto se ne accorge e ordina immediatamente di seppellire la ragazza. E succede allora che il principe, raccogliendo dei fiori per intrecciarli ai suoi capelli, mentre intanto piange come una fontana, fa scivolare via il capello magico e inaspettatamente l’eroina torna in vita, semplicemente come se avesse sempre e soltanto dormito. 

Il lieto fine è assicurato, perché, come scrive Afanas’ev, lui era figlio degli zar, e gli zar “hanno il potere di fare qualunque cosa desiderino” e poco importa che la ragazza non abbia voce in capitolo: i due si sposano con un grande banchetto. Fine.

E invece no, perché i cattivi vanno puniti, ma succede solo dopo una serie di altre peripezie, per mare e per terra, durante le quali la ragazza si ritrova con un altro bavoso che le fa le avance e tutti la credono morta una seconda volta, finché poi, ecco, c’è il disvelamento finale e le pene nell’ordine: la vecchia cattiva e lo zio vengono fucilati e la matrigna legata a un cavallo in corsa, che sparpaglia le sue ossa per cespugli e arbusti. Il padre se la cava, peccato perché in fondo era stato lui a comandare per primo l’uccisione della figlia. 

Fonti:

Ovidio, Metamorfosi, XI, 291-345.

G. Guidorizzi, Il mito greco, Meridiani Mondadori, pp. 973-974.

Ovidio, Fasti, V, 229-259.

Lavagetto, Racconti di orchi, di fate e di streghe. La fiaba letteraria in Italia, Meridiani Mondadori, pp. 233-241 e 1542-1543.

S. Kawan, Innovation, persistence and self-correction: the case of Snow White: https://sapientia.ualg.pt/bitstream/10400.1/1671/1/11-12-Kawan.pdf

G. Basile, La schiavotta, in Lo cunto de li cunti.

A. Puškin, La zarevna morta e i sette bogaryri, in Fiabe in versi.

G. De Michelis, Storia di un gallo e delle sue figlie, in A. Puškin, Fiabe in versi, Marsilio Editore, 1990, pp. 9-28.

A. Afanas’ev, Fiabe russe.

Le immagini utilizzate per le fiabe di Basile, Puškin e Afanas’ev sono state generate con l’IA.

Soprattutto scrivo. Sto scrivendo un romanzo e mi diverto a raccontare miti, leggende e curiosità storiche. Nella vita reale insegno Italiano e Storia nella scuola superiore.

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