I Papi che vanno all’Inferno (nella Divina Commedia)
A Dante i papi non stavano simpatici. Almeno quattro di quelli che vissero ai suoi tempi li trovava proprio indigesti: Celestino V, Niccolò III, Clemente V e ovviamente Bonifacio VIII. Non che avesse una “lista dell’odio”, ma quasi, perché i quattro in questione li destinò senza troppe cerimonie all’Inferno: il primo tra gli ignavi e gli altri tre tra i simoniaci, e la cosa divertente è che due di loro, nel 1300, anno in cui è ambientata la Divina Commedia, non erano neanche morti.
Colui che fece il gran rifiuto.
L’insofferenza verso i vicari di Cristo in terra comincia molto presto, prima ancora che la barca di Caronte conduca Dante e il “duca suo”, che è Virgilio, al di là del fiume infernale, l’Acheronte. Siamo nella zona di confine che separa la “porta”, al cui “sommo” in “parole di colore oscuro” il poeta legge le celeberrime terzine chiuse da “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”, dal fiume, competenza del demone dalle “lanose gote” e dagli “occhi di bragia” assunto a tempo indeterminato dalla direzione distaccata dell’Inferno, che comunque sempre, nell’idea dantesca, fa capo a Dio.
Questo luogo di mezzo è generalmente noto come “Antinferno”, benché Dante non lo chiami così. Lì dice, attraverso le parole di Virgilio, che tengono “l’anime triste di coloro / che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”: gli ignavi, che lasciarono il mondo senza meritare né un premio né un biasimo per le azioni compiute.
La loro pena è correre nudi, “girando” dietro “una ‘nsegna”, e cioè un vessillo di cui nessuno, anche a causa della rapidità con cui si muove, riesce a cogliere il significato, mentre mosconi e vespe li pungono e “stimolano”, rigando loro il volto di sangue, che “mischiato di lagrime, a’ loro piedi / da fastidiosi vermi era ricolto”.
Anche se siamo in una zona molto alta dell’Inferno, anzi in realtà ne siamo ancora fuori, agli ignavi spetta una punizione terribile ed è fra loro, così tanti che Dante quasi stenta a crederlo, che compare un’ombra apparentemente nota. Una che Dante “vide” e “conobbe”. Colui, scrive, “che fece per viltade il gran rifiuto”.
Benché l’interpretazione non sia unanime, l’ombra, e cioè l’anima, di cui parla potrebbe essere quella di Celestino V, al secolo Pietro Angelerio o Pietro da Morrone, che fu papa dal luglio al dicembre 1294, e poi abdicò, lasciando il posto a Bonifacio VIII, per morire un paio d’anni più tardi.
Celestino V, insieme al più recente Benedetto XVI, è uno dei pochi papi ad aver rifiutato, più o meno volontariamente, il soglio pontificio, un’azione che Dante reputava senz’altro indegna e meritevole di una punizione orribile, oltre che di grande disprezzo.
Così si può giustificare l’esclusione di queste anime di indecisi da tutti i regni. Già nell’Apocalisse di Giovanni si legge un terribile giudizio verso coloro che stanno nel mezzo, senza prendere decisioni. Per chi non è “né freddo né bollente” ma “tiepido”, non c’è speranza ma solo volontà di allontanamento ed esclusione (“ormai sono arrivato al punto di vomitarti dalla mia bocca”, Giovanni, Apocalisse, 3.14).
Che Dante poi avesse una pessima percezione degli ignavi si capisce anche dalle parole che fa pronunciare a Virgilio:
Questi non hanno speranza di morte,
e la loro cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.
Ma soprattutto: “Fama di loro il mondo esser non lassa”, che significa che il mondo terreno, e cioè i vivi, non hanno memoria delle loro azioni, né buone né cattive. Quindi gli ignavi non hanno speranza di sopravvivere nemmeno come ricordo, consolazione di cui le anime incontrate nella Divina Commedia, invece, si nutrono. Se in vita non sono stati nulla, perché non hanno preso alcuna decisione, non saranno nulla neanche nella morte.
Papa Celestino V.
L’ombra di “colui che fece per viltade il gran rifiuto” viene vista e riconosciuta da Dante; il poeta quindi prima la vede in modo generico e poi la riconosce consapevolmente. L’indicazione è così precisa da accreditare l’ipotesi che si tratti di un contemporaneo, qualcuno che il poeta potrebbe aver incontrato di persona.
Se Celestino V e Dante si fossero mai visti però è oggetto di grande diatriba, un’ipotesi che è difficile accertare. Nel 1294, nei mesi in cui il papa era in carica, Dante cominciava con una certa probabilità a muoversi negli ambienti politici fiorentini. Scrive Alessandro Barbero in Dante, che quell’anno Carlo d’Angiò, figlio del re di Napoli, ebbe occasione di soggiornare a Firenze e non è da escludere che, forse proprio in virtù del fatto che Dante bazzicava nel governo, i due ebbero modo d’incontrarsi.
Che si conobbero, Dante e Carlo, ce lo racconta lo stesso Dante, che lo incontra in Paradiso, dove scambia con lui un caro saluto. Così, se la loro conoscenza fosse avvenuta nell’ambito degli incontri ufficiali, si potrebbe presumere che Dante, nell’ottobre dello stesso anno, abbia potuto far parte anche della delegazione inviata da Firenze a Napoli per rendere omaggio a Celestino V, che era appena stato eletto.
Il papa però restò in carica appena qualche mese, dopo di che si ritirò, deludendo le aspettative di coloro che lo sostenevano e che avevano sperato, con lui, in una riforma spirituale della Chiesa, ma soprattutto, che è ciò che a Dante preme di più, spianando la strada al pontefice che sarebbe venuto dopo, Bonifacio VIII, che odiava in modo particolare, anche perché contribuì, ma ne parleremo meglio tra poco, al suo esilio da Firenze.
Le ragioni per avercela con Celestino V e destinarlo a un aldilà così squallido, insomma, c’erano tutte.
Va detto tuttavia che il poeta non dice espressamente il suo nome. Cosa che, invece, spesso fa, e che fa, soprattutto, più avanti, quando condanna Bonifacio. Perché?
Poco prima Virgilio gli ha detto, parlando degli ignavi, “non ragioniam di loro, ma guarda e passa” e Dante, che ascolta sempre il suo “duca”, potrebbe glissare sul nome proprio in virtù di questo suggerimento. Ma i motivi potrebbero essere anche altri: la buona fama di cui godeva ancora, tra i credenti, Celestino V, canonizzato nel 1313. Anche se Dante nel mettere o meno la gente all’inferno non si fa mai troppi scrupoli su cosa ne pensino gli ecclesiastici.
Oppure la considerazione che Dante stesso ha degli ignavi: non essendosi schierati, non sono mai stati “vivi” e la loro memoria non è degna di sopravvivere, quindi nominarne uno non avrebbe senso e, anzi, potrebbe forse anche andare contro la volontà divina di lasciarli in un anonimato eterno.
L’assenza del nome ha anche fatto pensare che Dante non volesse intendere un personaggio preciso, ma un rappresentante generico di quei peccatori. Questo però cozza in modo evidente con il riferimento al “gran rifiuto”, che con ogni probabilità doveva significare qualcosa di specifico.
Un rifiuto “grande”, si è supposto, può riguardare una carica importante, da qui la possibilità di riferirsi appunto all’abdicazione di un papa. Più avanti, nel XXVII canto dell’Inferno, Dante riporta le parole di Bonifacio VIII attraverso l’anima di Guido da Montefeltro e vi si legge:
“Lo ciel poss ‘io serrare e disserrare
come tu sai; però son due le chiavi
che ‘l mio antecessor non ebbe care”.
Ciò significa che Bonifacio in quanto papa può “serrare e disserrare” le porte del cielo, e cioè dare l’assoluzione o la scomunica, così come previsto da Gesù per Pietro, primo papa della storia (“A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, Matteo). Ma il suo antecessore, colui cioè che l’ha preceduto, che è Celestino V, queste “due chiavi” non le “ebbe care”, quindi le rifiutò.
Secondo alcuni, questo secondo passo dell’Inferno potrebbe creare un parallelismo con il “gran rifiuto”, avvalorando così la tesi che l’ombra sia proprio di Celestino V.
Restano aperte altre interpretazioni, motivate anche dal fatto che gli stessi commentatori antichi, non ultimo Boccaccio, avevano dei dubbi. Tra le ipotesi vi sono personaggi come Esaù, Diocleziano, Giuliano e soprattutto Ponzio Pilato, che delegò al popolo il destino di Gesù, rifiutando di fatto di fare una scelta, e una scelta “grande.” Ma nessuno di questi è un uomo che Dante potrebbe concretamente vedere e riconoscere.
Inoltre, è stato notato che il poeta dia preferibilmente, che comunque non vuol dire unicamente, la parola a personaggi che hanno vissuto ai suoi tempi.
Resta il fatto che il riferimento al “gran rifiuto” è l’unica cosa che ci permette di dare, o almeno di provare a dare, un’identità all’ombra: un elemento che Dante non ha messo lì a caso e che probabilmente, si aspettava, chi leggeva avrebbe saputo interpretare. Ma è chiaro che non sia andata così.
Niccolò III e i simoniaci.
Diversi canti più avanti, nel XIX dell’Inferno, Dante e Virgilio giungono nella terza bolgia, dove si puniscono i simoniaci: gli ecclesiastici che peccarono della compravendita delle cose sacre: sacramenti, indulgenze e, soprattutto, cariche ecclesiastiche. I corrotti, insomma, della Chiesa.
Spetta loro l’eterna punizione di stare a testa in giù, conficcati dentro cavità rocciose, dalle quali sporgono solo i piedi, le cui piante, come se non bastasse, bruciano come bruciano le cose unte, in modo, cioè, localizzato. Una di queste anime scuote i piedi più intensamente delle altre, così Dante la nota e con Virgilio, anzi portato in braccio da Virgilio, gli si avvicina per chiedere chi sia.
L’anima è messa “come un palo” dentro la buca, e non può vedere, ma solo sentire Dante, tanto che alle sue prime parole subito gli chiede:
“Se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto”.
Che vuol dire: “Sei già arrivato, Bonifacio? La profezia mi ha mentito di diversi anni”, e cioè: “non ti aspettavo così in fretta”. La profezia potrebbe far riferimento al fatto che l’arrivo di Bonifacio, per cui l’anima scambia Dante, era previsto più in là. E siccome le profezie non mentono, è davvero ciò che, secondo Dante, accadrà, perché Bonifacio VIII, il papa che l’anima chiama in causa, sarebbe morto nel 1303, tre anni dopo l’ambientazione della Divina Commedia, ma comunque prima del momento in cui Dante scrisse effettivamente questi versi.
L’anima che sta parlando appartiene a papa Niccolò III, in carica dal 1277 al 1280, quindi pressappoco nel periodo giovanile di Dante. Niccolò III è ricordato non solo dal poeta ma anche dai cronisti a lui contemporanei come “il primo papa nella cui corte s’usasse palese simonia per li suoi parenti” (G. Villani), e quando capisce che Dante non è chi crede non solo si rattrista ma si mostra debole, piccolo e meschino: storce i piedi e sospira e piange, quasi in modo infantile.
L’insistenza su questi comportamenti ne mette in luce la viltà e la bassezza, nettamente in contrasto con ciò che ci si aspetterebbe da un pontefice. Di sé il papa dice:
“Sappi ch’io fui vestito del gran manto;
e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti”.
Quindi: “sappi che io fui vestito del grande manto papale (“gran” tra l’altro come il rifiuto di Celestino), fui della famiglia degli Orsini e cercai di accrescere il loro potere”. Dante gioca con il significato di “orsa” e “orsatti”, non soltanto perché la famiglia degli Orsini era indicata come de filiiis Ursae, ma perché l’orso è simbolicamente un animale ingordo e assai protettivo verso la prole, molto adatto a rappresentare un papa che in vita favorì la sua unica prole possibile, e cioè i nipoti.
Niccolò continua, dicendo:
“Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiano”.
Sotto la sua testa si trovano coloro che “simoneggiando”, e cioè macchiandosi di “simonia”, lo hanno preceduto.
“Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i credea che tu fossi”.
Lui stesso farà questa fine, scivolando più in basso quando arriverà colui che credeva di aver visto, anzi sentito, in Dante, dunque Bonifacio VIII. E andrà ancora più basso quando:
“[…] dopo di lui verrà di più laida opra
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra”.
Quest’ultimo è Clemente V, il più simoniaco di tutti, che coprirà, fisicamente ma anche in senso figurato, sia lui sia Bonifacio VIII.
Bonifacio VIII e Clemente V.
I due papi chiamati in causa da Niccolò III non sono quindi, alla data dell’ambientazione della Commedia, ancora morti. Ma almeno il primo dei due lo è già nel momento della stesura dell’Inferno, cominciata negli anni immediatamente successivi all’esilio. Non è raro che le anime facciano previsioni post eventum, e cioè di eventi che nel tempo della storia devono ancora accadere ma che sono già accaduti nel tempo reale in cui Dante vive: è una strategia piuttosto utile che gli permette di condannare indirettamente certi individui, pur senza metterli fisicamente all’inferno e senza, inoltre, interrompere la veridicità storica.
Arriviamo così a Bonifacio VIII, che Dante detestava. Bonifacio, al secolo Benedetto Caetani, era stato il successore di Celestino V e restò in carica dal 1284 al 1303, lasciando il posto a Benedetto XI e poi a Clemente V.
Il cattivo sangue che correva tra i due è dovuto soprattutto al coinvolgimento diretto di Bonifacio nella politica fiorentina: il papa fu protettore dei guelfi Neri, la fazione politica opposta ai Bianchi, di cui faceva parte lo stesso Dante, e ne favorì la presa del potere.
Nel 1301, in un momento estremamente difficile e delicato, Firenze si trovò a votare una delibera che riguardava proprio una richiesta d’aiuto militare avanzata da Bonifacio. I Neri, che lo sostenevano, tentarono di farla passare, ma i Bianchi si opposero. Dante in particolare si pronunciò in modo sfavorevole e lo sappiamo dal verbale della votazione, in cui si legge “Dante Alighieri dichiara che il sostegno al Papa non vada approvato”.
Il poeta non sapeva che l’opposizione gli sarebbe costata cara. Qualche mese dopo infatti Bonifacio invitò in città Carlo di Valois, figlio di Filippo IV di Francia, detto il Bello, con la scusa ufficiale di stringere la pace fra Bianchi e Neri ma con l’intento reale di favorire questi ultimi. Così i fiorentini, forse nel tentativo di risolvere la situazione, inviarono una delegazione a Roma, di cui faceva parte, tra gli altri, anche Dante. Firenze venne presa dai Neri in quegli stessi giorni, i priori si dimisero e vennero diffuse condanne per i Bianchi oppositori, accusati di corruzione e compravendita di cariche pubbliche: una condanna che, com’è noto, colpì anche Dante, esiliandolo, insieme ad altri guelfi Bianchi, dalla Toscana.
Quindi, ecco, il poeta ne aveva di ragioni per condannare Bonifacio alla dannazione eterna.
Al di là del risentimento personale, però, il papa nell’Inferno ci viene mostrato soprattutto attraverso il peccato che sconterà, e cioè la simonia: per essere, quindi, un papa corrotto e avido, più interessato più al potere temporale che spirituale. Critiche più o meno esplicite al suo operato compaiono anche in altre pagine della Commedia: oltre al canto XXVII dell’Inferno, di cui abbiamo già parlato, Bonifacio è aspramente bersagliato da San Pietro nel XXVII canto del Paradiso, dove, con parole secche, dure e basse, se ne mette in luce l’indegnità morale.
È plausibile, tra l’altro, che l’odio di Dante abbia potuto considerare Bonifacio responsabile, sebbene in modo indiretto, anche del fallimento della discesa in Italia di Arrigo VII, nella quale sperava. Tuttavia, in questa occasione, il pontefice in carica era un altro: Clemente V.
Questo è il secondo papa nominato da Niccolò III, e il quarto dell’Inferno, talmente “senza legge”, da sotterrare tutti gli altri. Clemente, di origine francese, fu eletto nel 1305 sotto le pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e restò in carica fino al 1314. Fu inoltre il responsabile dello spostamento della sede papale da Roma ad Avignone, a partire dal 1309.
Non essendoci però, nel canto XIX, cenni all’evento, si è supposto che Dante abbia scritto questa parte prima del 1309, letteralmente tirando a indovinare sulla morte di Clemente V, che sarebbe accaduta cinque anni più tardi: è idea comune che al momento dell’elezione il papa fosse infatti sufficientemente vecchio e malato da lasciar facilmente intuire un pontificato breve, quindi come farsi scappare l’opportunità di prevederne la morte e destinare anche lui all’inferno?
La condanna dei papi.
Per quanto altri papi vengano collocati nel Purgatorio, è piuttosto significativo che non ci sia posto per nessuno di loro nel Paradiso dantesco (se si esclude San Pietro, che è però mostrato come “custode” del paradiso). Ma l’insistenza sul loro operato negativo, riassunto nel peccato della simonia, riflette soprattutto una critica alla corruzione di uomini che, nell’ottica del poeta, dovrebbero condurre l’umanità verso il bene ultraterreno e invece si fanno corrompere e deviare dai beni terreni: il denaro, la ricchezza, il potere, perdendo e ridicolizzando il loro ruolo di guida.
Come dobbiamo interpretare tutto questo?
La situazione che Dante ci mostra è senza dubbio sventurata e difficile: senza papi assennati e virtuosi, i valori sono rovesciati e il mondo è allo sbando. La sua è quindi una critica che colpisce non solo direttamente i quattro uomini ma tutta l’istituzione ecclesiastica che sprofonda sempre più in basso, come i papi che, accatastati l’uno sopra l’altro a testa in giù, degradano costantemente in una rappresentazione parodica e capovolta della realtà. Una realtà che non può che apparire estremamente negativa, per Dante, ma forse anche per i suoi contemporanei.
Fonti:
D. Alighieri, Divina Commedia. Inferno, a cura di G. Giacalone, Zanichelli Editore, 2006, pp. 108-121, 378-389, 511-526.
D. Alighieri, Divina Commedia. Paradiso, a cura di U. Bosco e G. Reggio, Le Nonnier Scuola, 2011, pp. 456-457, 460.
A. Barbero, Dante, Editori Laterza, 2024, pp. 116-119.
P. Pellegrini, Dante Alighieri. Una vita, Einaudi Editore, 2021, pp. 66-71, 136-13
Nuisia Raridi
Soprattutto scrivo. Sto scrivendo un romanzo e mi diverto a raccontare miti, leggende e curiosità storiche. Nella vita reale insegno Italiano e Storia nella scuola superiore.
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