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Robert Capa: 3 foto che hanno fatto la storia

Robert Capa fu un fotografo ungherese, uno dei più importanti e famosi fotografi bellici della storia. Con i suoi scatti ha immortalato la guerra civile spagnola, la seconda guerra sino-giapponese, la guerra arabo-israeliana, la prima guerra d’Indocina e naturalmente la Seconda Guerra mondiale. Il suo vero nome era Endre Erno Friendmann. Ebreo di nascita, emigrato in Spagna come fotografo freelance, inventa lo pseudonimo quasi per gioco. Il marchio “Capa-Taro”, quest’ultimo il cognome della sua compagna che lavorava con lui, divenne molto famoso. Ma perché cambiare nome?

I due pensarono che il vero nome di Friendmann fosse poco famigliare in Spagna e la loro fu una buona intuizione: i due riuscirono a farsi un buon nome, a moltiplicare le commesse e a guadagnare parecchi soldi. Probabilmente fu la somiglianza del nome con quella del regista italo-statunitense Frank Capa a decretarne il successo. Capa continuò ad usare lo pseudonimo anche dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1937.


Il video con il testo dell’articolo realizzato in collaborazione con Street Level Photography.

La foto del miliziano colpito a morte.

La foto più famosa di Capa, e forse in assoluto una delle più famose foto di guerra della storia, è quella del miliziano colpito a morte. L’immagine ritrae un miliziano repubblicano spagnolo, con in indosso una camicia bianca, colto nel momento in cui un proiettile franchista lo colpisce a morte. Capa affermò di aver eseguito lo scatto a Cerro Muriano, nei pressi di Cordova nel 1936, all’epoca della guerra civile spagnola.

La foto fu pubblicata nel settembre di quello stesso anno sulla rivista francese Vu, ma fu l’anno seguente, nel luglio del 1937, che lo scatto fece il giro del mondo. A pubblicarla fu il periodico americano Life, che proprio in quegli anni smetteva di essere una rivista umoristica, per dedicarsi principalmente a pubblicare articoli giornalistici e foto. Su questa rivista comparvero anche negli anni successivi molte altre foto dello stesso Capa.

Si disse però, e fu sostenuto fino a non molto tempo fa, che la foto fosse un falso. Naturalmente lo scatto era così particolare che attrasse attenzione di tutti: fu la foto che rese Capa celebre. Per questo si diffusero voci sulla inautenticità. Uno dei principali rappresentanti di questa corrente fu Andro Gilardi che negli anni ’70 affermò che Capa avesse mentito sia sul luogo sia sull’avvenimento immortalato. Secondo lui, il paesaggio non era quello di Cerro Muriano, bensì quello di Espejo, un villaggio situato in Andalusia, a oltre 50km dalla località indicata dal fotografo. Espejo nel ’36 si trovava ancora in mano ai repubblicani e non vi furono, almeno fino alla fine di settembre di quell’anno, vittime. La foto sarebbe stata scatta agli inizi del mese e per questo non troverebbe riscontro in termini di “vite umane”.

Ma quella di Gilardi non fu la sola opinione contraria all’autenticità della foto. Negli anni ’90 si disse che l’uomo ritratto fosse un anarchico, effettivamente morto in combattimento, ma non in campo aperto. Si aggiunse poi che Capa non fosse l’autore della foto, che analizzata nel suo formato sembrava compatibile con una macchina Rollinflex e non con un Leica o un Contax, che erano le macchine usate da Capa in quel periodo. Per questo alcuni sostennero che l’avesse in realtà scattata la sua compagna, Gerda Taro.

Quindi la sua autenticità rimane un mistero?

In realtà no, perché alcuni anni dopo il Centro Internazionale di Fotografia scoprì e diffuse una radio-intervista di Capa, svoltasi nell’ottobre del ’47. Qui il fotografo raccontava come si fossero effettivamente svolti i fatti.

Si trovava in Andalusia, in trincea con 20 soldati repubblicani in grave difficoltà. Disse di aver scattato la foto mentre un’onda di mitraglie fascista si abbatteva su quegli uomini, cercando di falciarli. Era troppo pericoloso uscire, così Capa rimase oltre la trincea, sollevò la macchina fotografica sopra la testa e scattò praticamente a caso. Il soldato ritratto era uno di quelli che scavalcavano la trincea proprio dinanzi a lui. Forse fu proprio la casualità completa di quell’operazione a beccare l’uomo nel momento in cui veniva colpito.

Immaginate che in un tempo in cui non esistevano macchine digitali, Capa non poté vedere subito gli scatti. Sempre nell’intervista, disse di aver spedito i rullini senza prima svilupparli e solo dopo tre mesi in Spagna poté finalmente visionare le foto. E qui aggiunse una cosa molto interessante: la sua riflessione su quella foto che, nella sua drammaticità, nel suo essere la sua miglior foto di sempre, era in realtà l’unica che non avesse mai preparato. In guerra non servivano immagini in posa, perché la posa era oltre la verità. Per cogliere la verità, del resto, serviva solo scattare.

L’intervista in questione fu resa nota unicamente nel 2013.


Il pastore e il soldato.

Altra famosissima foto di Capa è quella con il pastore e il soldato. A quei tempi, Capa si trovava in Sicilia. Era l’estate del 1943 ed era giunto sul fronte americano come fotoreporter autorizzato. La guerra si combatteva a Troina, in provincia di Enna, e gli alleati stavano avendo notevoli difficoltà ad espugnare il paese. Ci vollero ben sette giorni e gran parte del territorio fu bombardato e distrutto. Capa scattò molte foto in questa occasione, ma quella che lo rese celebre fu l’immagine immortalata dopo la battaglia di Troina il 6 agosto.

Si vede un soldato americano accovacciato, con elmetto, divisa e tutto il resto; curvo al suo fianco, con le ginocchia flesse, c’è un pastore, con un berretto e un bastone. Il pastore si chiamava Francesco Coltiletti, detto Massaru Cicciu. Stava indicando al soldato la strada per Sperlinga. Nel luogo in cui fu scattata, a 3 km dal paese, oggi è posta una targa che ricorda quel momento.

Ciò che colpì di più, in questa foto, fu il senso complessivo di ciò che rappresentava. Non era, come la precedente, l’immagine di un attimo strappato all’eternità: sembrava piuttosto raccontare il tempo infinito di quelle lunghe battaglie. Capa disse che gli scatti di quei giorni erano immagini «semplici», che mostravano quando «noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra». E a mio parere ne testimoniavano anche l’umanità: l’aspetto più quotidiano, più banale e reale di quegli anni. In fondo siamo abituati a pensare la guerra come un rincorrersi di frastuoni, urla, adrenalina, dolore e dramma. È così che ce la mostrano nei film. Ma la guerra fu anche un fatto di pause, tempi morti, attese, vita che, in un modo o nell’altro continuava.

È tra le sue foto quella che ha colpito di più anche me.


Lo sbarco in Normandia.

L’ultima, anche questa molto celebre, foto di Capa è quella con il soldato americano scattata durante il D-day. Fu una delle foto che fecero la storia nel vero senso della parola. Steven Spielberg addirittura se ne ispirò per il suo film Salvate il soldato Rayan.

La foto in questione fu scattata durante lo sbarco in Normandia e questo aprirebbe davvero un capitolo molto lungo. Si tratta di una delle 11 foto salvate di questo evento. In quel 6 giugno 1944, sulle coste normanne, Capa scattò infatti moltissime foto, ma la gran parte di queste andò perduta per un errore di laboratorio in fase di sviluppo. Erano ben 4 rullini da 36 pose ciascuno. Oggi restano solo otto scatti visibili. Si disse al tempo che alcune di quelle 11 fossero infatti totalmente sfocate e sgranate e si incolpò per questo il fotografo: la paura gli avrebbe fatto tremare le mani.

Le foto vennero fatte all’alba, appena la luce fu sufficiente. Si vedono i soldati immersi fino alla cintola, con i moschetti pronti a sparare e la spiaggia avvolta nel fumo. Tutt’intorno, i proiettili fioccavano bucando l’acqua. Fu la pendenza della spiaggia a garantire a Capa un po’ di protezione dai colpi di fucile e a permettergli di immortalare quei momenti. Scattò le foto a ripetizione, finché il rullino non fu pieno. A quel punto si fermò e si guardò intorno, scorgendo i corpi dei soldati e il mare rosso di sangue. Si allontanò e riuscì a mettersi in salvo. Avrebbe voluto, ma gli mancò il coraggio di tornare e scattò le ultime foto di quel giorno direttamente dalla barca.

Le foto furono pubblicate il 19 giugno su Life, che aveva assunto Capa dopo gli scatti in Sicilia, l’anno prima. Il titolo dell’articolo riportava la dicitura: “Per la grande agitazione del momento, Capa ha mosso la sua fotocamera e le foto sono venute sfocate”.

Pensando però alla frase del fotografo, detta qualche anno prima in occasione delle foto scattate in Spagna, ci verrebbe da pensare che, se fosse vero, anche quel tremore alle mani fosse parte della verità, come la chiamava lui. La paura ha quindi “scritto” a suo modo, non con la luce, ma col fuori fuoco, una parte sin troppo reale di questa storia.


Fonti:

https://www.artwave.it/cultura/robert-capa-racconta-il-suo-d-day/

https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Capa#cite_note-19

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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