Antica Roma,  Curiosità

L’amore nell’Antica Roma: conoscersi, fidanzarsi e amarsi nel mondo antico

Parlare di amore nell’antichità non vuol dire necessariamente parlare di matrimonio. Per moltissimi secoli infatti, almeno fino alla prima parte del XX secolo, amore e matrimonio non andavano sempre di pari passo. Il matrimonio era un contratto, una vera e propria forma di scambio, stipulata tra i genitori (o i tutori) dei due sposi, i quali ricavano dalla loro unione un qualche tipo di convenienza: alleanze politico-militari se le famiglie erano prestigiose, o semplicemente rapporti economici e di rispettabilità favorevoli ad entrambe le famiglie. Le nozze avvenivano secondo precise regole di convenienza e alla donna era assegnato un vero e proprio prezzo, il quale veniva calcolato in «dote»: quell’insieme di beni ed eventuali ricchezze che la ragazza, al momento del matrimonio, portava con sé dalla famiglia del padre a quella del futuro marito.

Esisteva dunque l’amore nel mondo antico? 



Naturalmente sì. Non era però sempre un amore interno al matrimonio. Molto spesso, anzi, gli amanti erano adulteri e, almeno nel mondo romano, le loro possibilità di incontrarsi, di conoscersi, e di amarsi differivano molto da una classe sociale all’altra. Probabilmente ora state immaginando la matrona romana e il gladiatore famoso, ma scopriremo insieme che molte volte erano proprio le donne dell’alta aristocrazia a godere di minori libertà in campo amoroso.


Incontrarsi ed innamorarsi: dove?

Tanto per cominciare, il primo problema dell’amore nel mondo antico era questo: dove ci si poteva conoscere? Oggi a noi sembra una questione di poco conto: siamo abituati a frequentare molti ambienti diversi nel corso della nostra vita, sia da adulti sia da giovani. La scuola, il posto di lavoro, i luoghi di svago, i social. Ma nel mondo romano molte di queste possibilità non esistevano.

Per le ragazze, soprattutto per le giovani aristocratiche, erano rare le occasioni per uscire di casa ed incontrare gente. Potevano partecipare a feste, spettacoli, trionfi o giochi gladiatori, ma tutto questo avveniva sempre sotto lo stretto controllo di un genitore, di un tutore o di uno schiavo.

Le fanciulle romane non frequentavano la scuola, se erano agiate non lavoravano e non potevano neanche uscire a fare shopping. Era infatti usanza, tra le classi nobiliari, che gli artigiani o i sarti si recassero direttamente a casa delle loro clienti, e questo riduceva di molto le possibilità di uscire, sia per le ragazze nubili sia per le matrone.



In genere le ricorrenze famigliari rappresentavano i soli momenti di incontro tra una giovane ricca ed un ragazzo. Questi eventi si svolgevano quasi sempre in casa e di giorno; era infatti vietato alle figlie del pater familias partecipare ai banchetti serali, anche se tenuti dentro le mura domestiche.

La situazione era un po’ più semplice per le ragazze delle altre classi sociali. Non era loro consentito uscire di casa da sole, ma potevano almeno recarsi a fare acquisti insieme alle madri. In particolare nei giorni di mercato, le nundinae, che si tenevano a Roma ogni nove giorni, i commercianti e i contadini provenienti dalle campagne con i loro prodotti da vendere, confluivano nelle città ed era una delle poche occasioni in cui i giovani, maschi e femmine, potevano incontrarsi, scambiarsi occhiate e magari anche qualche parola. È facile immaginare, tuttavia, che poche di queste relazioni giungessero davvero a compimento.

La rispettabilità di una giovane era infatti imprescindibile: tra le classi sociali elevate, ma anche tra le famiglie plebee, le quali imitavano gli atteggiamenti aristocratici anche nel rispetto dell’antica morale romana, che era molto stringente. Le ragazze dovevano arrivare al matrimonio illibate in tutti i sensi: non soltanto vergini, ma senza aver mai baciato o toccato un uomo.

In questo clima austero c’era un solo piccolo gruppo di giovani donne che godeva di una qualche libertà in più ed erano le liberte: le ex-schiave affrancate dai padroni, che, almeno fino al matrimonio, potevano uscire autonomamente e avevano per questo occasione di conoscere gente, intessere storie d’amore e provare i piaceri del sesso già prima delle nozze.


Come si comportavano gli innamorati?

La morale romana era molto rigida. Camminando per le strade di Roma non avreste mai incontrato innamorati scambiarsi effusioni. Non ci si poteva baciare né camminare mano nella mano. Il bacio in pubblico era malvisto: rappresentava infatti un oltraggio alla pudicizia della donna romana, che non poteva mai mostrarsi in atteggiamenti sconvenienti né tantomeno essere toccata da un uomo.

Il bacio passionale per strada era considerato scandaloso, fatto che non deve stupirci se consideriamo che era così ancora nell’Italia degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Il discorso valeva per tutte le classi sociali: per gli aristocratici, per la plebe, persino per gli schiavi. Solo le prostitute potevano distribuire baci alla luce del sole, tutti gli altri erano obbligati a relegare le effusioni amorose nell’intimità delle proprie pareti domestiche.



Anche tra le coppie sposate erano vietati i baci, le coccole e il tenersi per mano in pubblico, fatti salvi alcuni particolari eventi, come il matrimonio. È certo possibile che, almeno tra gli strati più bassi della società, alcune di queste regole fossero meno rigide. Ma non dobbiamo dimenticare che, nell’idea romana, i comportamenti disdicevoli non macchiavano soltanto la reputazione del singolo, bensì quella di tutta la famiglia.


Cosa facevano e non facevano gli innamorati romani?

Innanzitutto gli innamorati romani non andavano a cena fuori. Non lo facevano perché era contro la morale, ma anche perché non esistevano luoghi adatti allo scopo: i “ristoranti” del tempo erano perlopiù osterie, con le prostitute che vagavano tra i tavoli e clienti spesso ubriachi. Non erano luoghi adatti ad una donna onesta – e in ogni caso non sarebbero stati luoghi sufficientemente romantici per un incontro d’amore.

Gli innamorati romani non si scambiavano i fiori: non c’era l’abitudine di regalare mazzi di rose alle ragazze, ma esisteva l’usanza di regalare loro abiti, accessori e soprattutto gioielli. Le donne romane amavano i gioielli: bracciali, collane, orecchini e diademi, il cui valore e la cui preziosità erano ovviamente commisurate alle tasche dell’innamorato e al suo coinvolgimento amoroso. Si sceglievano spesso gioielli appariscenti, che la donna potesse indossare e mostrare quando usciva di casa: preziosi manufatti in oro e pietre dure, che avevano prezzi esagerati quando le fanciulle erano donne importanti.

Plinio il Vecchio ci racconta che, in occasione di un matrimonio, la ricchissima Lollia Paolina, futura moglie di Caligola, indossasse ori, smeraldi e perle per un valore complessivo di 40 milioni di sesterzi, circa 80 milioni di euro!

Un altro regalo molto apprezzato dalle fidanzate romane erano gli abiti. Non esisteva allora il concetto di “moda” come lo intendiamo oggi, con tagli e colori che cambiano da una stagione all’altra: i cambiamenti erano molto più lenti, la moda era ispirata alla tradizione, ma capitava, soprattutto in età imperiale, che gli individui al vertice dettassero un po’ le regole nel campo dell’abbigliamento e degli accessori. Capitava ad esempio quando le imperatrici portavano alla ribalta nuove acconciature, che diventavano l’esempio per tutte le nobili romane.



Non c’erano per le donne di quel tempo armadi pieni di abiti come i nostri, ma i vestiti erano, come i gioielli, un modo per esaltare la propria condizione sociale. Per questo gli abiti costosi, ma anche gli accessori, come scialli, cinture e mantelli, spesso realizzati con tessuti pregiati o intessuti di ricami, erano un regalo perfetto per una fidanzata dell’alta aristocrazia.

Non si regalava invece la biancheria intima. È probabile infatti che nell’intimità le donne indossassero lingerie costose e raffinate, ma non erano certo gli uomini a regalarle loro! Sarebbe stato un dono volgare e molto sconveniente. 


Fidanzarsi nel mondo romano.

Il fidanzamento romano era sempre un evento ufficiale. Si chiamava sponsalia (sponsalia, sponsalium) e funzionava come un vero contratto: in questa occasione si «promettevano» le nozze, che si sarebbero tenute di lì a qualche tempo.

La scelta dei futuri coniugi era riservata ai padri, che potevano prendere accordi anche con molti anni d’anticipo. Le donne erano in genere promesse in tenera o tenerissima età, a uomini molto più grandi di loro. Ottaviano Augusto, ad esempio, prima di diventare imperatore, promise sua figlia Giulia di soli due anni al figlio ancora bambino di Marco Antonio. Questo matrimonio non fu mai celebrato, perché a distanza di qualche anno Augusto sconfisse Marco Antonio, ma venne ideato proprio con finalità politiche: per cementare cioè l’alleanza politica tra i due uomini.

Il più delle volte, nonostante le decisioni prese anni prima, i giovani scoprivano il fidanzamento con poco anticipo. Non avevano infatti alcuna voce in capitolo e, dal momento che dovevano cieca obbedienza al pater familias, non avevano modo di opporsi. Si sa che una ragazza poteva opporsi solo se il futuro sposo era una persona indegna o se era deforme. Tuttavia nella pratica ciò non avveniva quasi mai.

Agli albori della civiltà romana il fidanzamento era celebrato in pompa magna e alla presenza di testimoni: si compivano sacrifici agli dèi e gli aruspici interpretavano il futuro leggendo le viscere degli animali immolati. Lo stipulator, letteralmente il padre “stipulante”, rivolgeva frasi di rito allo sponsor, l’altro padre. Erano perciò i due genitori a siglare il contratto, non i due sposi, e il fidanzamento diventava in questo modo una vera e propria promessa di scambio.


British (English) School; A (Grecian/Roman) Wedding: Introducing the Intended Bride (The Marriage of Peleus and Thetis); National Trust, Kedleston Hall and Eastern Museum; http://www.artuk.org/artworks/a-grecianroman-wedding-introducing-the-intended-bride-the-marriage-of-peleus-and-thetis-172081

Per questa ragione tuttora si dice “promesso sposo” o “promessa sposa”, perché originariamente il matrimonio non era che una variante di un qualunque altro scambio di beni che il venditore prometteva all’acquirente. Tra l’altro la moderna parola sponsor viene proprio da qui: era nell’antichità colui che prometteva qualcosa in cambio di qualcos’altro. Come fanno anche oggi gli sponsor: denaro in cambio di una visibilità o di una prestazione.

Nel matrimonio arcaico, il padre stipulante chiedeva: «Prometti che tua figlia verrà data in sposa a mio figlio?» e il padre “sponsor” rispondeva: «Spondeo!», ovvero «Prometto!». Così nacque il termine sponsalia, da cui deriva il nostro «sposalizio». La cerimonia si concludeva con «Che gli dèi ci assistano!» ed erano tutti felici e contenti, probabilmente tutti tranne i due futuri sposi.

In età imperiale la cerimonia del fidanzamento divenne meno formale: si mandava una lettera o un messo, che poteva essere un parente o un amico, a chiedere il consenso per l’unione. Questa pratica si formalizzò col tempo e il mediatore, il proxenèta, divenne un vero e proprio addetto ai lavori: un sensale, che aveva normalmente due funzioni: stringeva i matrimoni o riconciliava i dissidi familiari.


L’anello di fidanzamento.

Nell’antica Roma esisteva già l’anello di fidanzamento. Già nel periodo arcaico, quando gli sponsalia, ovvero i fidanzamenti, erano celebrati alla presenza di parenti ed aruspici, testimoni del contratto, il rito si concludeva lo scambio di un anello, l’anulus pronubus.

L’anello era regalato dal fidanzato alla fidanzata ed aveva un preciso valore simbolico: “incatenava”, come anello di un vincolo più forte, la donna all’uomo e permetteva a quest’ultimo di reclamarla e rivendicarne il pieno possesso in qualsiasi momento, anche prima che il rito nuziale vero e proprio fosse compiuto. L’anello poi sanciva l’accettazione del patto, che la donna, prendendolo con sé, era tenuta a rispettare.

Stando alle parole di Plinio il Vecchio, almeno al principio l’anulus non era che un semplice cerchietto di ferro, segno dell’antica austerità romana. Fu solo dopo il II secolo d. C. che si cominciò a realizzarlo in oro.



L’anello s’infilava già all’epoca al penultimo dito della mano sinistra, l’anularius, perché secondo la credenza romana da quel dito, sul lato sinistro del corpo, partiva una vena che arrivava dritta al cuore.

Al rito dell’anello in genere seguiva un lauto banchetto per tutti i presenti. Ma prima ai due fidanzati, e in particolar modo alla donna, venivano offerti dei doni: gioielli, scarpe, abiti o accessori per la casa, che lei avrebbe portato con sé nella casa del futuro marito.

Talvolta i fidanzati si scambiavano un casto bacio. Se questo avveniva, la cerimonia era detta osculo interveniente e ciò aveva un importante significato: permetteva alla donna, in caso di morte prematura dell’uomo, di avere di diritto a una parte della donazione fatta dal fidanzato.


L’interruzione del fidanzamento.

Anche se accadeva di rado, era possibile interrompere il fidanzamento prima del matrimonio. Quest’azione era detta repudium e doveva essere notificata da un intermediario. Le cause erano in genere: la morte prematura di uno dei due futuri sposi o la durata eccessiva del fidanzamento. Se la parte lesa non era d’accordo, si poteva ricorrere ad un giudice che, all’occorrenza, poteva condannare la parte responsabile ad un risarcimento in denaro.


Fonti:

A. Angela, Amore e sesso nell’antica Roma.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_maggiore_(figlia_di_Augusto)#Infanzia

https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Antonio_Antillo

https://it.wikipedia.org/wiki/Sensale http://www.donnamed.unina.it/rito_spons.php

Libri consigliati:

A. Angela, Amore e sesso nell’Antica Roma.
A. Angela, Una giornata nell’Antica Roma.
A. Angela, Impero.

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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