Novecento

La Grande Depressione: la crisi del 1929, il crollo di Wall Street e il New Deal

Vi fu un tempo di scintillante euforia. Un mondo vivace, quasi frenetico, che rincorreva una ricchezza che sembrava eterna. Le automobili solcavano le strade, le case si riempivano di oggetti; come scandita dalle note del charleston, la modernità appariva bella ed allettante. Ma era un mondo destinato a finire, una fragile illusione pronta a scoppiare, come un’enorme bolla.



In un mondo che usciva dalla Grande Guerra, ormai a più di dieci anni dalla fine del conflitto, tutto sembrava avviato verso un risanamento e un superamento dei traumi. Le grandi potenze mondiali stavano attraversando una fase di distensione e tutta l’economia occidentale era trainata dalla spettacolare espansione produttiva degli Stati Uniti, che non avevano combattuto la guerra nel proprio territorio ed erano intervenuti soprattutto con la concessione di prestiti agli alleati europei, diventando così il più grande stato esportatore di capitali al mondo. Il mercato finanziario di New York cresceva rapidamente e il dollaro era ormai la moneta forte dell’economia mondiale. Sembrava, almeno all’apparenza, una situazione di stabilità e prosperità diffusa.


Gli Stati Uniti prima della crisi.

L’industria americana era in grande crescita. Col diffondersi della produzione in serie, la produttività aumentò notevolmente. Crebbero soprattutto i settori meccanico, automobilistico e dei servizi. Ormai sul finire degli anni ’20, un americano su cinque possedeva un’automobile (negli stessi anni in Europa, il rapporto in media era di appena una persona su 83); si era poi era largamente diffuso nelle famiglie l’uso degli elettrodomestici, come radio, frigoriferi ed aspirapolvere, reso possibile anche da un generale aumento del reddito nazionale – c’erano più occupati – e dalla possibilità di rateare le spese.

Erano gli anni dell’euforia. Un generale ottimismo dilagava nella borghesia americana e c’era grande fiducia nella moltiplicazione continua della ricchezza. Il Partito repubblicano, forza egemone della politica di quegli anni, agiva nella convinzione che accumulare la ricchezza privata fosse una garanzia per la prosperità nazionale. Mantenne per questo la spesa pubblica ai livelli minimi e rinunciò ad operare in favore delle classi svantaggiate, accentuando così il divario tra  ricchi sempre più ricchi e poveri, operai e soprattutto emigrati.

La conseguenza di ciò fu la frenetica attività della borsa di Wall Street a New York. La guerra aveva abbassato di molto i tassi di interesse dei prestiti, facilitando l’accesso al denaro. Le banche prestavano soldi ad interessi molto bassi e gli investimenti aumentarono. Ma ne seguì una deregolamentazione del mercato azionario: non c’era controllo sulla qualità dei titoli di borsa, perché tutti compravano e vendevano rapidamente. Inoltre la prospettiva di acquistare azioni e poi rivenderle a prezzo maggiorato, facendo affidamento sulla crescente domanda dei titoli, moltiplicò le operazioni speculative. I titoli di borsa venivano acquistati a poco prezzo e poi rivenduti continuamente, fino a raggiungere prezzi eccessivi rispetto al loro valore reale.

Il problema fu però che tutto questo poggiava su basi fragili, che potevano sgretolarsi in qualunque istante.


Le cause della crisi.

Il processo di espansione economica degli Stati Uniti di quel tempo era basato soprattutto sulla richiesta di beni di consumo durevoli che, come tali, non avevano bisogno di essere ricomprati di frequente. Ma dinanzi alla domanda, il settore industriale americano rispose con una capacità produttiva spropositata rispetto alla reale capacità di assorbimento del mercato. Si cominciò, cioè, a produrre molto più di quanto si sarebbe mai potuto acquistare. Considerate infatti che, la politica di “arricchimento” delle classi egemoni lasciava da parte le masse operaie e contadine, che non avevano salari sufficienti ad acquistare elettrodomestici o automobili costose. La crisi del settore agricolo poi non fece che accentuare il processo. Riuscivano a comprare perlopiù i ricchi borghesi, che comunque dopo aver acquistato il primo frigorifero, difficilmente ne volevano un secondo.

Si cercò di risolvere il problema esportando i beni in Europa. Gli stati del vecchio continente già dipendevano dal finanziamento americano per la ripresa post-bellica, ma con la penetrazione degli Stati Uniti nel mercato europeo si creò uno strettissimo rapporto di interdipendenza: l’Europa aveva bisogno dell’America per ricostruire e l’America aveva bisogno dell’Europa per vendere. Questo meccanismo tuttavia era precario e poteva rompersi da un momento all’altro. La ragione era molto semplice: la gran parte dei crediti statunitensi all’estero era erogata da banche private, che troppo spesso agivano per puri calcoli di profitto.

 E fu quello che avvenne nel 1928, quando le banche compresero che investire in operazioni speculative a Wall Street era ben più redditizio che concedere prestiti agli europei. Molti capitali furono allora dirottati sull’acquisto delle azioni e in breve tempo l’Europa, privata del credito statunitense, subì una contrazione economica, che a distanza di qualche mese si ripercosse direttamente sul mercato americano: gli europei smisero di comprare e l’industria statunitense non sapeva più a chi vendere i propri prodotti. Iniziò così una fase di declino. Era l’estate del 1929.


Il crollo della borsa di Wall Street.

Il 3 settembre i titoli di Wall Street raggiunsero il picco dopo ben cinque anni di crescita continua. Ma la situazione era già incentra, carica di segnali allarmanti, e nelle settimane che seguirono i titoli iniziarono velocemente a scendere, e poi a salire, e poi a scendere di nuovo. L’andamento altalenante convinse molti speculatori, e molte banche, a vendere in fretta i pacchetti azionari, nella speranza di incassare almeno i guadagni ottenuti fino ad allora. La paura, tuttavia, fu tale da provocare una corsa alle vendite mai vista prima: il 24 ottobre furono scambiati quasi 13 milioni di titoli, che raggiunsero la cifra record di oltre 16 milioni il martedì successivo. Gli investitori, spaventati dall’improvviso boom di vendite, smisero di acquistare e il valore dei titoli precipitò, volatilizzando in pochissimo tempo milioni e milioni di dollari. Quel giorno, il 29 ottobre 1929, passò alla storia come il «martedì nero».

Le conseguenze del tracollo furono immediate. Nella sola giornata di giovedì 24 ottobre si registrarono a New York undici suicidi tra speculatori ed agenti di borsa. I primi a risentirne furono i ceti ricchi, rimasti improvvisamente senza liquidi, e quindi impossibilitati ad acquistare o ad investire. Così la crisi raggiunse le industrie, che rimasero senza acquirenti, e gli operai, che vennero licenziati. In una sola settimana il mercato perse circa 30 miliardi di dollari, che era molto più di quanto il paese avesse speso in tutta la prima guerra mondiale.


Le conseguenze della crisi.

Il tracollo del ’29 ebbe conseguenze disastrose non soltanto sugli Stati Uniti, ma sul mercato mondiale, che dipendeva in larga parte da quello americano.

Gli USA intrapresero quasi subito una politica protezionista e interruppero l’erogazione dei crediti all’estero. Molti paesi cercarono di frenare la crisi interna adottando strategie simili, ma questo produsse naturalmente una contrazione del commercio mondiale che durò fino al 1932. Le industrie chiusero, i dipendenti vennero licenziati; i lavoratori, rimasti disoccupati, non avevano più potere d’acquisto e smisero di sostenere altri comparti commerciali, provocando la chiusura di altre imprese ed aggravando la crisi dell’agricoltura, che non trovava sbocchi di vendita. I prezzi caddero bruscamente, sia nel settore industriale sia in quello agricolo, e si sfiorò la cifra di 30 milioni di disoccupati tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Era una situazione di grave ristagno economico e di generale impoverimento, che accrebbe il senso di sfiducia nelle autorità, provocando in molti paesi, soprattutto in Europa, profondi mutamenti politici. La crisi sarebbe sfociata nei movimenti nazionalisti e a lungo andare avrebbe portato ad un nuovo conflitto mondiale.

Negli Stati Uniti la “cura” alla crisi si ebbe solo dopo il 1933, con il New Deal, il «nuovo patto», istituito dal neoeletto presidente, Franklin Delano Roosevelt.


Il New Deal.

Nei suoi tratti essenziali, il New Deal consisté in una serie di misure di sanamento. Il mercato americano continuava la sua decrescita e toccò l’apice del 89% di declino nell’8 luglio 1932, raggiungendo l’indice più basso mai registrato in tutto il XX secolo. Nei primi mesi del ’33 la maggior parte degli stati aveva chiuso le banche a tempo indeterminato.

Immediatamente dopo l’insediamento, Roosevelt obbligò le banche a riaprire e, in un messaggio radiofonico del 12 marzo, convinse gli elettori che il peggio era passato: le banche passarono sotto il controllo dello stato federale, vennero riaperte e si poté tornare a depositare il denaro.

In generale le riforme del New Deal miravano ad un intervento più diretto dello stato nei processi economici: si cercò di incentivare i piccoli produttori agricoli e di imporre codici di comportamento alle industrie, così da scoraggiare una concorrenza troppo accanita. Il governo potenziò i programmi di opere pubbliche, i quali crearono posti di lavoro ed offrirono sbocchi agli investimenti industriali. I piccoli depositi bancari vennero protetti e si cercò di riorganizzare il sistema assistenziale, garantendo pensioni e tutela ai lavoratori.

Gli effetti del risanamento non furono immediati, ma l’economia americana si avviò verso una ricrescita. Anche l’Europa riuscì lentamente a riprendersi dall’urto della crisi. Ovunque però il vero rilancio produttivo si ebbe verso la fine del decennio, quando l’aggravarsi delle tensioni internazionali costrinse gli stati ad investire nel riarmo. Curiosamente, lo scoppio della Seconda Guerra mondiale permise al mondo di uscire dalla grande depressione.


Fonti:

G. Sabatucci, V. Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi.

http://www.consob.it/web/investor-education/la-crisi-del-29

Ventisette anni e un nome insolito. Ho cominciato a scrivere storie poco più tardi di quando ho cominciato ad ascoltarle, prima da mia madre, poi da mia nonna, poi da chiunque ne avesse una da raccontare.

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